Social dilemmaDentro la bolla dei social network il nostro conforto pesa quanto il pregiudizio

Piattaforme come Facebook e Twitter utilizzano l’algoritmo per metterci in contatto con persone che condividono la nostra visione del mondo. Così facendo, però, perdiamo il confronto con chi la pensa diversamente da noi e finiamo dentro una comunicazione meno responsabile e priva di gestualità

I social ci mostrano ciò che a noi è più vicino, per opinione o gradimento. Sulle piattaforme siamo accostati a chi la pensa in maniera simile: abitiamo in una bolla e siamo un prodotto condizionabile. A “svelare” questo è il nuovo docufilm di Netflix “The social dilemma”, in cui alcune persone fuoriuscite dalle grandi società di internet raccontano cosa sta dietro al misterioso universo dei social network. Ne parlano tutti: «L’hai visto? Pazzesco». Ma se il documentario è nuovo, le cose che racconta erano già note.

Cediamo i nostri dati alle piattaforme in cambio di divertissement in una specie di patto sociale. E, se nel patto rousseauiano, cediamo libertà in cambio di sicurezza, su internet cediamo parte della nostra privacy per guadagnarne in socialità. Chiaro.

Ma il problema sollevato dal film di Netflix è che non cediamo solo dati, diventiamo vendibili. Quando manca il prodotto, il prodotto sei tu. Facile: ci vendono cose e polarizzano consensi. I social sono aziende e pensano al profitto: ma dai? I nostri dati interessano ai fini di marketing. Impensabile.

Le questioni che, invece, preoccupano di più sono l’emergere di malessere, le gogne mediatiche, i suicidi per la mancata accettazione, la dipendenza da smartphone, la rincorsa verso il riconoscimento sociale. Fenomeni nuovi in cui ci siamo ritrovati quasi senza accorgercene: Facebook, nel 2008, era uno strumento utile per scambiare informazioni sui corsi dell’Università.

La polarizzazione dell’opinione ci fa vedere ciò che è allineato. Infatti, molti su Twitter visualizzavano solo account di persone che avrebbero votato no al referendum. Forse occorrerebbe aggiungere agli amici o seguire qualche persona che la pensa diversamente. Interessante leggere pareri diversi, ma non è solo questo: in una bolla social non si può avere una mappa vera della realtà. E, spesso, non avere una visione completa, sbalza le prospettive immaginate, le percezioni sociali e politiche.

Allontanarci dal nostro habitat, però, implica grandi rodimenti di fegato. Lo scontro tra fazioni di pensiero contrapposte è assai difficile da gestire. Ci sono i fanboy e le fangirl. Ma “santo Twitter non voglia farmi vedere il fanatico”. E quindi via, un click e se ne va. Gli insulti virtuali pesano come mattoni in una mente reale, provocano dei sentimenti di rabbia, sentimenti veri.

Ma se, nella nostra confortevole alcova sociale, ci troviamo bene e siamo attorniati da account o amici che la pensano (più o meno) come noi, nella vita vera le cose cambiano. Se i social sono le nuove piazze, la realtà dei social non è la realtà dei bar. Al bar ci vanno tutti: ci va il grillino, l’ecologista, il nostalgico, il leghista, il democratico, il liberale. Al bar ci va il socialista, il razzista, quello che legge, quello che non legge, quello che pensa che il Duce avrebbe fatto arrivare i treni in orario, quello che viva Stalin. Ci va quello o quella che quando parla imbarazza, quello che installerebbe sistemi di punizione nelle pubbliche piazze, il polemico, il pesante, il moderato, il gentile, l’arrabbiato.

Sui social ci sono tutte le persone del bar, ma sono divise dalla barriera della bolla che ognuno si costruisce attorno. In rete non leggiamo i movimenti del corpo dell’altro, non guardiamo la gente negli occhi. Non vi leggiamo sfumature, ammiccamenti, rossori, alzate di sopracciglia, sorrisi. E quando litighiamo prendiamo le cose alla lettera. Ma le parole parlate sono diverse delle parole virtuali scritte. Le parole parlate imbarazzano, quelle scritte meno. Ci sono timidi che, in virtuale, diventano leoni.

Su Facebook e Twitter, siamo più audaci perché le offese che passano impunite. Nella vita vera le opinioni spesso non vengono esternate al primo passante. Le opinioni sono più soft, non si parla per paura di ricevere un giudizio sociale. Abbiamo l’impressione che quel “verba volant, scripta manent” si sia ribaltato. La percezione della volatilità di quanto scriviamo su internet è impressionante. Il web si infiamma per un tema e il giorno dopo è già tutto bello e dimenticato. Il testo scritto sembra perdere un po’ la sua dote, quella di rimanere per i posteri. Ma anche questo non è proprio vero. L’occhio di internet tutto ricorda. A cambiare è solo la nostra percezione che un testo virtuale sia meno incisivo di uno scritto, siamo ancorati alla carta. Articoli rimossi rimangono nell’archivio del web. I tweet con le contraddizioni dei politici rimangono impressi nella rete e lì restano per sempre, amen.

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