Le parole sono importantiC’è confusione intorno al termine vignaiolo

Secondo il vocabolario Treccani è vignaiolo «chi coltiva la vigna»: ultimamente invece pare che valga tutto e non ci sia differenza tra viticoltore e vignaiolo. E tra gli addetti ai lavori la polemica online si fa infuocata

Da una parte Camilla Lunelli delle Cantine Ferrari di Trento e dall’altra Claudio Tipa, proprietario di Poggio di Sotto e Tenuta San Giorgio a Montalcino, di Grattamacco a Bolgheri e di ColleMassari in Maremma. Sono loro rispettivamente vignaiola e vignaiolo dell’anno secondo la guida “I 100 migliori vini e vignaioli d’Italia” edita dal Corriere della Sera e redatta da Luciano Ferraro e Luca Gardini.

La prima è responsabile della comunicazione non solo di una delle più importanti e prestigiose cantine italiane, quella con sede a Trento, ma anche di tutto il gruppo di famiglia, dall’acqua Surgiva alle grappe Segnana fino al Prosecco Bisol e le tenute del vino in Toscana e in Umbria. Il secondo è uno dei più noti imprenditori vitivinicoli della Penisola, capace nel corso degli anni di ingrandirsi sempre di più acquisendo alcune importanti realtà della Toscana. Due figure centrali del mondo del vino italiano, entrambe di grande successo. In queste ore ci si chiede però se e quanto il termine vignaiolo possa adattarsi ai loro ruoli, quanto cioè il suo significato sia elastico e possa eventualmente comprendere figure apparentemente molto lontane da quella del vignaiolo, appunto.

Secondo il vocabolario Treccani è vignaiolo «chi coltiva la vigna», una lettura che non lascia spazio a interpretazioni e che quindi lega in modo indissolubile questa figura a quella dell’artigiano, che segue in prima persona ogni aspetto del processo produttivo, in campagna e in cantina. Anche secondo la FIVI, la grande e importante Federazione Italia Vignaioli Indipendenti, «il vignaiolo coltiva la propria uva e quindi l’origine del suo vino è certificata dalle fatiche compiute in vigna e in cantina dal vigneron».

A sollevare la questione l’ex pubblicitaria e scrittrice Silvana Biasutti, da Siena:

«Senonché Ferraro li premia come “vignaioli”, e a me è scappato da ridere perché sono ormai anni che si parla di vini fatti a mano, di vini artigianali, sì, insomma di vini che magari appartenendo alle medesime denominazioni (o a zone di produzione), escono in produzioni limitate, ma con caratteristiche che da anni stanno interessando in modo crescente critica e pubblico di conoscitori e appassionati. Sono noti, a tutti, come i vini di Vignaioli; sono fatti personalmente da gente che vive sulla terra, lavora nella vigna, discute con colleghi, sceglie tutto, osserva gli insetti, sceglie maniacalmente potature e non so che altro (…) Questi sono i vignaioli. Sono produttori anche loro, ma piccoli e niente a che vedere con i signori in blazer, certamente innamorati della terra, orgogliosi dei loro grandi vini, delle decine o centinaia di ettari a vigneto, delle cantine bellissime, ma non certo con l’allure di vignaioli. E allora mi chiedo: perché non li si premia chiamandoli produttori – mica è una diminutio, anzi, rende proprio l’idea del grande produttore. Proviamo a restituire alle parole il loro vero significato, soprattutto quando rischiano di scalfire il significato del lavoro di un gruppo piccolo ma significativo. Restituiamo “vignaiolo” (quello che sta nella vigna, tocca la terra, lavora in prima persona, si ispira alla propria creatività) ai vignaioli».

Dall’altra parte si sostiene che la lingua sia cosa fluida, e che il significato di una parola sia inesorabilmente destinato ad adattarsi ai tempi che cambiano. Che quindi la parola vignaiolo oggi calzi tanto per i contadini quanto per gli imprenditori. Cioè che il focus non sia solo su chi lavora la vigna ma anche su chi la possiede e il cui nome appare sulle etichette del vino che questa genera. E ancora: cosa vuol dire coltivare, solo lavorare manualmente? O anche supervisionare altre persone organizzandone il lavoro? L’importante critico Daniele Cernilli scrive su Facebook che trova la parola un po’ ambigua: «Alla fine capisco che sia difficile definire alcuni come vignaioli. Gaja per tutti. Però ho l’impressione che ci siano idee diverse su dove collocare il discrimine fra chi lo è e chi no. Veronelli fu il padre spirituale della Vide, Vignaioli Italiani d’Eccellenza. Fra loro c’erano i Ceretto, Marco Felluga, Maurizio Zanella. Sempre Veronelli pubblicò una collana dal titolo i vignaioli storici. Andate a vedere chi c’era».

Walter Massa, famoso vignaiolo piemontese, non ha però dubbi: «La differenza tra laureato in giurisprudenza e avvocato è lampante, come tra pittore e imbianchino. In Francia sulla capsula di ogni vino c’è scritto da dove proviene, penso per esempio a récoltant o négociant, in Italia invece vale tutto e non c’è differenza tra viticoltore e vignaiolo. È il secondo ad avere più valore perché il suo ruolo non si ferma al solo lavoro in vigna ma comprende tutto l’universo della cantina, con tutto ciò che questo comporta in termini di competenze. Sarebbe stato bello, come proposi una volta, portare avanti le nostre istanze davanti alle istituzioni per difendere questa parola così bella».

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