Diffido ergo sumNon solo QAnon: perché il complottismo è destinato a rimanere con noi ancora a lungo

Il fenomeno è uscito dagli argini di movimenti paranoici marginali e ha contagiato gli ambienti progressisti. Colpa della totale inaffidabilità della Casa Bianca, del clima teso della campagna elettorale e, soprattutto, della resistenza ai fatti e alla verità delle nuove comunità virtuali che si aggregano sui social, contraddistinte da interessi comuni e visioni del mondo distorte ma incrollabili

STEPHANIE KEITH / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

C’entra Trump, c’entra QAnon, c’entra il clima di sfiducia cresciuto intorno ai mezzi di informazione tradizionale. Il risultato però è diffuso e generale: la paranoia si è impadronita della società, è uscita dai recinti del “fenomeno isolato” e, almeno secondo quanto scrive sul New York Times il giornalista Kevin Roose, riesce perfino a creare dipendenza.

Esagera, forse. O forse no. Facebook, da martedì 6 ottobre, ha deciso di eliminare dalla piattaforma le pagine collegate a QAnon, ormai considerato «movimento militarizzato», pericoloso non solo per le idee che diffonde (cioè la convinzione che le istituzioni siano nelle mani di una setta di pedofili satanisti e che Trump sia l’unica speranza per fermarli) ma per la capacità di persuasione e le campagne di odio che promuove. È una buona notizia, certo. Ma la mossa, come spesso accade con il social fondato da Mark Zuckerberg, sembra un po’ tardiva.

Anche perché la sindrome del complotto sembra essere penetrata nel profondo della società, superando anche lo steccato che la limitava alle aree più estremiste (e spesso destrorse) dell’arco politico. Lo si è visto, sostiene Roose, in occasione del contagio da Covid che ha colpito il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Molti degli account social che diffondevano notizie infondate e analisi peregrine sulle condizioni di salute dell’inquilino della Casa Bianca appartenevano a personaggi o organizzazioni democratiche.

Ipotesi strampalate, dietrologie, fantasie. Trump non ha il Covid, è solo una messiscena per attirarsi le simpatie degli elettori (#TrumpCovidHoax). Oppure Trump è morto ed è stato sostituito da un sosia. Trump ha sempre avuto a disposizione un vaccino (tutti i potenti ce l’hanno). Trump utilizza il vaccino di Putin (e chissà se funziona). E così via.

Non sono espressioni di diverse e legittime opinioni sull’impatto della malattia nella campagna elettorale (avvantaggia Biden? Sembra di sì, per ora), al contrario, si mette in discussione, alla radice, quello che dichiarano le fonti ufficiali.

L’assunto è semplice: quello che si vede (che ci fanno vedere) non è vero, l’interpretazione giusta è “altra”. Complottismo puro, che non si accontenta della diffidenza (a me non si dà a bere) ma ha un ruolo attivo sorprendente, soprattutto di analisi. In cerca di risposte, o di crepe rivelatrici della narrazione ufficiale, i video vengono passati al setaccio, le immagini sono dissezionate, le frasi studiate nel profondo per individuare, nemmeno fosse una cabala, il senso recondito e nascosto. È un tossito quello? Lo hanno forse editato per non far vedere che sta peggio di quanto dice? Ma non sta nascondendo una piccola bombola di ossigeno?

È una tendenza di vecchia data, cresciuta però negli ultimi anni con la diffusione dei social network e che esplode con il caso del Covid del presidente.

È comprensibile: al tradizionale riserbo sulle condizioni di salute dei presidenti e degli uomini delle istituzioni (spesso sono state tenute segrete, minimizzate, per ovvie ragioni di sicurezza) si aggiunge l’attitudine di Donald Trump di mentire più o meno sempre e più o meno su tutto, coltivando l’abitudine/strategia di delegittimare gli avversari e negare la realtà – l’ultimo caso, già passato in secondo piano proprio per il Covid, riguarda la sua dichiarazione patrimoniale.

Il risultato è il tramonto del concetto di realtà condivisa. Come spiega Martin Gurri, teorico dei media e autore di «The Revolt of the Public», negli anni si è visto un progressivo distacco dai media classici (televisione, giornali), caratterizzati dal flusso unidirezionale delle informazioni, in favore di comunità chiuse, attive sui social, dominate da interessi comuni e uno spirito condiviso.

In breve, ognuno si seleziona le fonti che considera autorevoli (per esempio, i membri della destra estrema americana si affidano a Breitbart e rifiutano il New York Times), si cambiano le gerarchie, si diffondono teorie che riscrivono la storia recente in nome dell’ideologia.

La realtà viene piegata, se non proprio negata in nome della propria visione del mondo, o della convinzione del momento. Risultato? Ore di analisi dei video su Trump per capire le sue reali condizioni di salute o interpretare i messaggi nascosti in alcuni suoi gesti, rivolti a un pubblico privilegiato. Una attività ormai diventata bipartisan, che cerca di riempire il vuoto di conoscenza e rischia di portare alla deriva la società. Ognuno può diventare complottista: un dato di fatto, una condizione strutturale che non finirà con Trump.