Fermare la regressione Per non perdere il progresso bisogna puntare su aziende e scolarizzazione

La pandemia ha inasprito le diseguaglianze di genere e generazionali, e a pagarne il prezzo più alto sono i minori. Se i redditi si contraggono e le scuole chiudono, l’isolamento si accentua, e sono proprio loro a subire le conseguenze peggiori. Occorrono politiche salariali e di protezione sociale a difesa degli obiettivi faticosamente raggiunti

FREDERICK FLORIN / AFP

La fragilità finanziaria derivata dalla pandemia finisce col pesare in special modo sulle bambine e sui minori in genere. Dall’isolamento e dalla scarsa scolarizzazione dipendono tutte le altre violazioni dei diritti: abusi, violenze fisiche, psicologiche e sessuali, cyberbullismo, pornografia sino ad arrivare all’infanticidio e all’aborto selettivo. Se non vogliamo perdere un decennio di progressi, occorre impedire con ogni forza e mezzo che sia loro negato l’accesso all’istruzione.

Recentemente il quotidiano francese Le Monde, rifacendosi ai risultati dell’ampia indagine da pochissimo svolta dalla Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro (Eurofound), ha chiosato pressappoco così «a causa del Covid-19, le diseguaglianze di genere e generazionali si sono aggravate drammaticamente in tutta Europa, minando in appena 6 mesi i progressi di un decennio».

La prima osservazione derivante da questo rapporto che è stato pubblicato lunedì 28 settembre e si è basato su una vasta indagine, la prima del genere, condotta ad aprile e poi a luglio 2020, alla quale hanno risposto più di 84.000 persone di 27 paesi membri, suona più o meno così: se dopo il lockdown la situazione migliorerà, confermerà la divergenza tra gli Stati molto dipendenti dal turismo, settore più fortemente penalizzato dalle limitazioni di viaggio, e gli altri.

In media il 10% degli europei pensa che perderà il lavoro nei prossimi tre mesi e il 54% delle famiglie europee è convinto di non poter mantenere lo stesso tenore di vita per colpa della contrazione del reddito e della scarsità di risparmi a cui poter attingere. Siamo di fronte a quel che si dice “fragilità finanziaria”, definizione coniata sulla scia della crisi del 2008 dagli economisti americani e che ben descrive la scarsa capacità delle famiglie di resistere a uno shock economico. A luglio il 54% delle famiglie intervistate si è dichiarato in questa situazione (era il 56% ad aprile).

Ovviamente la proporzione varia a seconda del Paese, riflettendo i diversi modelli sociali: in Croazia, Bulgaria, Romania e Grecia supera il 65%, mentre è inferiore al 45% in Danimarca, Svezia e Lussemburgo. Dunque, è evidente che le misure di sicurezza che stiamo adottando per contenere il virus, sono da un lato tanto necessarie per tutelare e salvare le nostre vite, quanto drammatiche dall’altro, per le conseguenze che possono generare per milioni di persone a livello globale, e in particolar modo sui minori.

Accade spesso che se i redditi si contraggono, le scuole chiudono, l’isolamento si accentua, e sono proprio loro, i minori, a pagarne il prezzo. Ma anche tra costoro che sono le vittime più inermi di questa condizione, si crea una ulteriore spaccatura, un divario peggiorativo all’interno della più odiose delle diseguaglianze: quella di genere. Infatti, in un contesto di contrazione di queste proporzioni è proprio sulle teste delle bambine che grava il pericolo peggiore. Sono loro le prime a essere costrette ad abbandonare gli studi e a perdere così quell’unico treno che può fornire prospettive di crescita, di sviluppo e di miglioramento della propria condizione di vita.

Da qui nascono tutte le altre derive che comunemente definiamo violazione dei diritti: abusi, violenze fisiche, psicologiche e sessuali, cyberbullismo, pornografia sino ad arrivare all’infanticidio e all’aborto selettivo. Un quadro che non riguarda solo i paesi in via di sviluppo ma comprende anche quelli industrializzati, dunque si tratta di un fenomeno a noi molto vicino. Per quanto ci sia difficile ammetterlo può riguardare la nostra sfera di relazioni. E se ci fosse bisogno di una prova per ammettere che la situazione è allarmante anche in Italia, basterebbe leggere il nuovo dossier della campagna Indifesa fatta da Terre des Hommes.

Non solo maltrattamenti in famiglia, tra aprile e maggio di quest’anno, come spesso abbiamo letto sui giornali e sentito in tv, le richieste di aiuto inoltrate ai centri antiviolenza sono aumentate in maniera straziante, ma anche violenze sul web, l’uso dei minori in pornografia divulgata online è aumentata del 333% negli ultimi dieci anni e del 26% dal 2018 al 2019. Come rispondere a un quadro così chiaro se non con una perseverante vocazione all’educazione?

Non mi stancherò mai di obiettare che un’educazione di qualità, che comprende anche un’istruzione di qualità, è la base per migliorare la vita delle persone. Occorre impegnarsi per ridurre le diseguaglianze all’interno delle nazioni e tra le nazioni. Occorrono politiche fiscali, salariali e di protezione sociale che non ci facciano perdere parte del terreno che faticosamente negli anni avevamo guadagnato.

Se la responsabilità di ciò che accade nel mondo è anche nelle nostre mani, allora dove e in quale contesto possiamo dare il nostro contributo? Ognuno di noi può farlo nella propria sfera di influenza, come ripeto in ogni occasione, poi c’è chi preferisce impegnarsi nel non-profit, chi negli enti locali, chi in politica e chi negli ambiti culturali, ma a mio parere oggi gli attori più efficaci possono essere le aziende. È innegabile che il loro capitalismo sregolato abbia contribuito a fare degli esseri umani non più il fine ultimo ma solo un mezzo. Dunque, questo nostro presente, non può essere l’occasione ultima se non unica per ribaltare questo trend e cogliendo l’importanza del loro compito storico?

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