Scoraggiati e offesiNemmeno la mini ripresa post Covid ha smosso il mercato del lavoro italiano

Il vero problema italiano è la categoria di persone che, anche a causa delle restrizioni dovute alla pandemia, ha smesso di cercare un impiego. Non figura tra i disoccupati (a vantaggio delle statistiche) e vieneo sostenuto da politiche occupazionali inefficienti, che vanno cambiate

Tiziana FABI / AFP

“Slack” in inglese significa sfaticato, svogliato, indolente, oppure lasco, moscio. “Slack off” vuol dire “battere la fiacca”. E quando si sente parlare di “labour slack” non ci si riferisce, anche se qualche maligno potrebbe farlo, a chi non ha voglia di lavorare, ma alla fiacchezza, alla debolezza del mercato del lavoro.

Un concetto che include non solo la classica disoccupazione, ma anche la condizione di coloro che sono sottoccupati in un part time involontario, di quelli che sono disponibili a lavorare ma non stanno cercando, i cosiddetti “scoraggiati”, che quelli che viceversa sono alla ricerca di un impiego ma non vogliono o possono lavorare subito, magari per motivi di studio o perché in attesa di un esito di un concorso.

E ha molto senso unire queste diverse sfaccettature del disagio legato all’occupazione e alla sua mancanza, soprattutto nel caso italiano, perché proprio nel nostro Paese questi segmenti di popolazione sono molto numerosi, e racchiudono situazioni che la sola disoccupazione o l’inattività, (altro capitolo a parte) non bastano a descrivere.

Storicamente in Italia l’insieme di questi fenomeni fenomeni è stato sempre superiore alla media. Già nel 2008 arrivavano al 16,8% della forza lavoro estesa, che include sia quanti lavorano sia quanti sono da calcolare nel “labour slack”, mentre il livello medio europeo è del 13,2%

Con la crisi il gap è andato allargandosi ma, sorpresa, anche con la ripresa. E il Covid ha inciso nel nostro Paese su questo aspetto più di quanto abbia fatto finora.

Dati Eurostat

Dal 2014 in poi il labour slack si è molto ridimensionato in Grecia e in Spagna, dove era esploso con la grande recessione. Nel primo caso si è ridotto, nel giro di cinque anni, di quasi il 10%, mentre nel secondo è sceso di oltre il 13%. In Italia il miglioramento non è stato diverso da quello che si è verificato in Germania, dove in realtà è sempre stato basso. All’arrivo del ciclone che stiamo vivendo, nel secondo trimestre del 2020, il labour slack si è anzi incrementato più che altrove. Così che nel confronto con il picco dell’ultima crisi il nostro Paese risultava tra quelli con un dato più vicino al momento peggiore della recente storia economica.

Questo è dovuto, oltre che a una ripresa molto meno brillante che altrove, anche a una struttura tutta particolare del nostro mercato del lavoro. In Italia ci sono pochi disoccupati, è un fatto. Perlomeno sono sempre stati pochi in confronto ad altri Paesi mediterranei colpiti da crisi o declino dell’economia, come Grecia o Spagna. La disoccupazione qui è andata sopra il 10% dopo il 2012 ma non è esplosa come altrove anche nel momento peggiore.

Quelli che sono sempre stati numerosi invece sono coloro che non rientrano nelle statistiche sulla disoccupazione perché sono sì disponibili a lavorare ma non cercano.

In Spagna questa categoria oscillava tra il 3% e il 4,5%, contro una percentuale di disoccupati che nel momento peggiore è arrivata al 24,4%. Nel nostro Paese ha invece sempre superato il numero dei disoccupati, oscillando intorno al 10% e raggiungendo nel 2015 il 12,1%.

Dati Eurostat

I motivi sono vari. C’entra certamente il lavoro nero, per cui alcuni di coloro che rientrano in queste statistiche sono in realtà impiegati, anche se in condizioni molto precarie. C’entra storicamente l’assenza di politiche attive del lavoro vere, cioè sussidi che come requisito hanno altrove la ricerca del lavoro.

Questa tipologia di forza lavoro marginale, quella più fragile, perché include gli scoraggiati, è proprio quella che è stata maggiormente interessata dalla crisi legata al lockdown.

Quale periodo più dell’attuale è l’ideale per pensare che cercare un impiego, soprattutto là dove prima era più frequente trovarlo, come il commercio e il turismo, è perfettamente inutile?

Tra il secondo trimestre del 2019 e del 2020 la percentuale degli scoraggiati in Italia è ulteriormente aumentata, più che nella gran parte degli altri Paesi, con un +2,9% superiore al +1,5% medio, nonostante fosse già la più alta.

Questo ha fatto sì che, nel complesso, il labour slack italiano quasi raggiungesse quello greco e spagnolo – che nel 2013 erano più alti di 10-15 punti, principalmente a causa della maggiore disoccupazione.

Proprio quella disoccupazione che, ironicamente, in Italia in primavera risultava in calo molto più che altrove – ma era solo l’effetto collaterale del rifugio nell’inattività di tanti, soprattutto giovani e donne.

Dati Eurostat

Anche in questo caso vi è una grande differenza di genere, che in Italia è più evidente che in altri Paesi. Se considerassimo solo le donne, la crescita del labour slack sarebbe molto più ampia di quella registrata altrove. Questo perché oltre all’aumento degli scoraggiati vi è anche l’incremento delle lavoratrici part time involontarie, quindi sottoccupate.

Tra gli uomini invece le variazioni sono inferiori. Diminuiscono meno i disoccupati, crescono meno gli scoraggiati, non si muovono i sottoccupati in part time.

Dati Eurostat

Le differenze presenti tra i sessi in Italia, tra l’altro opposte a quelle che si riscontrano in Spagna, ci dicono che è il lavoro femminile ad essere più fragile, più precario.

È un po’ come il ghiaccio annuale che si forma d’inverno nelle calotte polari e che, più recente, è anche il primo a sciogliersi d’estate. Non a caso negli ultimi anni erano state le donne a trovare lavoro più degli uomini, ma si era trattato di posti di lavoro in settori con marginalità ridotta come commercio, turismo, servizi alla persona. Ambienti popolati da aziende dal cash flow limitato e poco attrezzate per resistere allo tsunami che ci ha travolti.

Strutturalmente, quando la buriana sarà passata, sarà forse più chiaro che dovremo attrezzarci con politiche del lavoro attive vere, che dovranno associare sussidi (come il Reddito di Cittadinanza) alla ricerca effettiva di un lavoro.

Solo così si può combattere quel limbo tutto italiano fatto da persone che lavorerebbero ma non cercano, assieme all’altro primato, quello dell’inattività. Sulla carta ci sarebbe forse un numero di disoccupati più alto, vero. Ma meglio un 30enne che cerca con difficoltà un posto che uno che ha perso ogni speranza.

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