O la borsa o la vitaNon basta sfasciare una vetrina, i giovani devono meritarsi la rabbia sociale

I teppisti strumentalizzano il disagio altrui per sconfiggere la noia e distruggere le città, niente a che vedere con il popolo dei lavoratori precari né con le categorie più colpite dalla crisi aggravata dalla pandemia, ma individui che colmano un vuoto esistenziale frantumando i negozi dei marchi di lusso e inseguendo gli emblemi della loro esclusione

Foto di Wendy Corniquet da Pixabay

Il governo ha abolito la socialità ma ha tenuto la rabbia sociale, cioè quel modo di dire che i soldi stanno finendo. Ieri i giornalisti per dare il senso del conflitto di classe senza però nominarlo mai si contendevano la vetrina di Gucci in via Roma, a Torino, vandalizzata durante la notte di proteste contro le chiusure imposte per mitigare la curva dei contagi – e anche quelle imposte per mitigare i guadagni.

A protestare in questi giorni sono almeno tre categorie: di giorno nelle piazze ci sono i commercianti, i tassisti, i ristoratori colpiti dalla crisi economica, la piccola borghesia a cui si chiede ulteriori sforzi e nuove chiusure (il plexiglass in cassa non è bastato); la sera gli incappucciati professionisti della protesta e della violenza (frange d’estrema destra, sfaccendati, criminali); e nei disordini, tra un cassonetto in fiamme e una carica della polizia, s’infiltrano i dilettanti, prevalentemente giovani o giovanissimi convinti che alle proteste si fa bordello, e quindi con un mattone si fanno largo tra i protestatari e i manichini. Tu mi chiudi, tu mi paghi è uno slogan facilmente equivocabile, finirà che persino gli studenti già in sciopero per il cambiamento climatico venga voglia di risarcimenti economici.

Ma quelle rivolte violente di Torino, di Milano, di Napoli e di altre parti d’Italia non si spiegano in termini di crisi del lavoro e malumore degli esclusi dall’economia di sussistenza. Secondo la questura tra gli arrestati non c’era nessun commerciante ma i soliti irredimibili dei centri sociali, degli ultras, qualche ragazzino con precedente e al massimo dei gilè arancioni o neri. Non c’era il popolo degli schiavi sfruttati (badanti, raccoglitori di pomodori di Rosarno, rider, e le altre figure del paraschiavismo contemporaneo), ma tutta gente con connessione a internet, un posto dove dormire e cibo assicurato.

E poi c’era quel buco in vetrina, da riempire di significati sociologici, con tanto di video in cui ragazzi si litigavano i pantaloni gialli Gucci (sicuramente per passare inosservati). I giovani hanno storicamente il diritto d’essere irriflessivi, come ogni sottocultura giovanile popolare prima di loro, dai mod agli skinhead, e hanno certamente il diritto d’essere zucche vuote, come lo siamo stati tutti, ma quel di cui non hanno diritto, o alcun bisogno, è essere inclusi nel sacco nero della “rabbia sociale”.

Quando nel caos arraffano gli emblemi della propria esclusione (una tv, un iPhone, un abito), noi anziché dire “vabbè, sono scemi, sono giovani” e insegnar loro che non si meritano nulla se non si mettono a lavorare, e anche così nulla è assicurato perché c’è sempre il rischio di un governo incompetente a vanificare ogni sforzo o altre avversità, diciamo cose come «o poverini vengono da Rozzano, certo che soffrono», come diceva Pasolini…, senza pensare mai che non meriti di più ma devi darti da fare il doppio. E ci sarà sempre uno scrittore o un intellettuale che interpreterà il mattone come luddismo, il furto come riappropriazione simbolica del capitale, la molotov come la rabbia dell’escluso. A volte la verità è solo che volevi una borsa gratis.

Se quei ragazzi ci tengono alla rabbia sociale devono almeno guadagnarsela. Perché nulla è gratis. Prima di tutto dovrebbero tentare di darsi da fare a scuola, poi entrare nel mondo del lavoro e infine, frustrati perché non all’altezza delle proprie ambizioni, possono rientrare in quella categoria di italiani umiliati, sottopagati e precarizzati, ceto medio irriflessivo a cui puoi togliere il lavoro, puoi togliere il centro commerciale aperto nel fine settimana: ma non puoi togliere entrambi e impedir loro le vasche al Mediaworld. È questo forse il definitivo grido di libertà a cui fanno riferimento? Ti prego di non costringermi a vivere in casa un eccesso di tempo libero dove sarò costretto a fare i conti con le mie scarse capacità cognitive, e quindi annoiarmi.

Un giorno scenderanno in piazza con le pentole e le stoviglie a far bordello e a supplicare richieste di sussidi, bonus o ristori, nella prossima società parassitaria di massa, a quel governo di quasi certamente incapaci che avranno votato. E potremmo far loro i più sentiti complimenti, perché finalmente, dopo tanti sforzi, si sono guadagnati e meritati la tanto agognata rabbia sociale.

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