Da Napoli a RomaI tre blocchi delle proteste secondo Zerocalcare

Il fumettista dice che le piazze sono accomunate da un disagio comune. Nel Paese, «vedo macerie vere, gente che vede il baratro davanti». Il punto, però, «è che si continua a parlare delle violenze anziché del resto: mi sembra che si sposti l’attenzione dal problema vero»

«Mi sembra che ci siano tre diversi blocchi che si stanno esprimendo» nelle piazze, dice il fumettista Michele Rech, Zerocalcare, davanti alle immagini delle proteste di questi giorni tra Napoli, Roma, Torino e Milano. Lui che, da Rebibbia, le periferie le frequenta, le disegna e le racconta, spiega in un’intervista alla Stampa di averci riflettuto su.

I tre «blocchi» delle piazze di questi giorni, secondo Zerocalcare, sono: «quello dei ristoratori e dei commercianti, che protesta contro le chiusure»; «quello del mondo antagonista, che chiede un reddito universale»; e il terzo invece «è espressione dei giovani di periferia, e si caratterizza diversamente a seconda del tessuto sociale della città».

Ad esempio? A Napoli, dice, «non penso ci fosse una regia criminale, ma se ci sono pezzi di città dove l’illegalità è pervasiva mi sembra normale che ci fossero anche loro. A Roma c’è stata la manifestazione dei fascisti, a Torino una composizione mista tra ragazzi che frequentano lo stadio e immigrati di seconda generazione, più modello banlieue francese».

All’indomani dell’omicidio di Willy Duarte a Colleferro, Zerocalcare ha invitato via social a «restituire la complessità delle situazioni». Sì, perché ogni volta che succede qualcosa «si cerca un capro espiatorio: è la camorra, sono gli ultras… Ho sempre pensato che fosse una lettura sbagliata», dice. «La tendenza è quella di cercare di mettere etichette rassicuranti per dire che è sempre qualcosa di esterno a noi. Non è che fascisti o ultras non ci siano, ma non si esaurisce tutto lì. Io vedo questi tre blocchi accomunati da un disagio che legittima la loro protesta».

«Nelle ultime 24 ore ho parlato con alcuni amici», racconta. «Uno ha investito i risparmi di una vita in un ristorante: ora è coperto di debiti. Un altro ha chiuso dopo aver dilapidato tutto quello che aveva. Un terzo organizza eventi, è fermo da marzo ed è stato costretto a tornare a vivere dai genitori. Attorno a me vedo macerie vere, gente che vede il baratro davanti: e guardi non lo avrei detto all’epoca del primo lockdown, ma ora sì. Dinanzi a tutto questo, discutere della vetrina di Gucci mi sembra come se parlassimo di uno che ha buttato le cartacce a terra durante il bombardamento di Dresda». Il punto, però, «è che si continua a parlare delle violenze anziché del resto: mi sembra che si sposti l’attenzione dal problema vero».

«Alla fine del primo lockdown i danni erano contenuti, c’è stato un impoverimento ma si vedeva un termine. Ora mi sembra che non si veda più la fine». E dal governo «sentiamo cose che non stanno né in cielo né in terra, “a dicembre saremo tranquilli”, ma chi ‘cce crede? E com’è possibile che questa seconda ondata sia arrivata senza che si fosse preparata una strategia?».

Serve, conclude il fumettista, «un aiuto con interventi strutturali». Come il «reddito universale. So che c’è un problema di soldi, ma viene un momento della storia in cui i soldi si prendono dove ci stanno. Anche in questo periodo c’è chi si è arricchito: andiamo a chiedere i soldi a chi li ha».