Quanto sei disposto a spendere?Nessuna consegna del pasto è gratis (e nemmeno questo articolo)

Protestare per i bassi compensi dati ai fattorini dei delivery ci salva la coscienza, ma non affronta il vero problema: il costo sostenibile della consegna che né il ristoratore né il cliente vuole sobbarcarsi. Più o meno come succede con l’informazione, quando vogliamo leggere giornali ben fatti ma senza pagare l’editore che li pubblica

Foto Claudio Furlan - LaPresse

È troppo facile dire “non è giusto”. Perché dietro ai quattro euro scarsi che i rider guadagnano per ogni consegna che effettuano nelle nostre case calde e tranquille, per garantirci la possibilità di non cucinare quando ne avremmo il tempo ma ci manca la voglia, c’è di sicuro il guadagno dei colossi del delivery, ma anche la nostra indisponibilità a pagare per un servizio che pensiamo ci sia dovuto.

Lo paragono alla richiesta di articoli di qualità, perché per alcuni versi parliamo della stessa questione. Ho diritto ad informarmi, come ho diritto a mangiare. Ho diritto ad avere cibo a casa, visto che non posso uscire. Ho diritto a leggere articoli lunghi e circostanziati, ben scritti e ben argomentati, che non contengano fake news e che non siano marchette per aziende o partner dell’editore.

Quanto sono disposto a pagare per avere queste due cose? Niente.

Perché sto già pagando il cibo, in un caso, e perché sto già pagando la connessione, nell’altro.

Ma se il ristoratore già sta facendo un sacrificio perché con le serrande abbassate non riesce ad ammortizzare i costi di struttura su sala e delivery, e la piattaforma ha i costi di gestione da coprire (no, non è tutto automatico, non è banale, non è gratis il lavoro che sta dietro ai vari Deliveroo e affini, anche se naturalmente il grosso lo fanno i volumi), e il rider deve avere uno stipendio degno… chi paga tutto questo?

Se l’editore è costretto a sfornare contenuti in numero sempre maggiore, con costanza sempre più frequente, sempre più multimediali, su piattaforme che si evolvono alla velocità della luce, e i giornalisti e collaboratori hanno diritto a uno stipendio degno, e voi avete diritto all’informazione più corretta e approfondita… chi paga tutto questo?

Al momento lo pagano i lavoratori dei due settori, sottopagati e sfruttati.

Per i rider sembra essersi accesa una luce in fondo al tunnel, con Just Eat che ha presentato un progetto di assunzione attraverso il modello “Scoober”, già attivo in altri paesi europei del gruppo, che prevede per i rider un contratto in qualità di lavoratori dipendenti basato sulle linee guida internazionali di un accordo aziendale, adattate e in linea con la normativa e la legislazione italiana. Sarà possibile mantenere la flessibilità legata al tipo di attività in base alla tipologia di contratto, full time o part-time, e sarà introdotta una paga oraria, corrispondente quindi all’intero turno coperto dal rider e non in relazione alle singole consegne, sulle quali invece si valuterà un ulteriore bonus.

Il progetto, in fase di sviluppo per essere attivato nei primi mesi del 2021, sarà caratterizzato da differenti tipologie di attività sul territorio: nelle città più piccole i rider potranno operare con mezzi propri e una fornitura completa di dispositivi di sicurezza, oltre a indumenti brandizzati e zaino per le consegne forniti da Just Eat, nelle città più grandi, come ad esempio Roma e Milano, ma non solo, il progetto prevede veri e propri hub a copertura del cuore della città, ove per i rider sarà possibile ritirare e utilizzare, per il proprio turno di lavoro, solo mezzi totalmente sostenibili come scooter elettrici o e-bike di Just Eat, gli strumenti per le consegne come casco, giacca e zaino, e che potranno essere anche luoghi di scambio e incontro. Sempre nelle città più grandi il sistema sarà affiancato inoltre dalla soluzione con rider che operano con mezzi propri, soprattutto nelle aree fuori dal centro e con la possibilità di scegliere in fase di application.

Magari qualche editore potrebbe prendere spunto, mentre voi continuate a leggere gratis.

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