Le cose cambianoPiccoli impercettibili ma decisi passi verso il superamento del governo Conte

L’insoddisfazione del presidente Mattarella. E, poi, le proposte di Bettini, Calenda, Renzi e Gori per provare a dar vita a qualcosa di più convincente dell’attuale esecutivo. C’è anche l’ipotesi di un coinvolgimento di Forza Italia, anche se Berlusconi per ora se ne tiene fuori

Mauro Scrobogna /LaPresse

Con quasi 1500 morti in due giorni (ieri nuovo record, 753) e le terapie intensive collassate, il governo si difende mettendo in evidenza il famoso rallentamento della curva: avanti così, dunque, fino alla vittoria finale. Ma il Paese intanto va verso lo stremo. E come sempre la politica registra il movimento tellurico che sta scuotendo la vita e le coscienze dei cittadini: ecco perché riaffiorano le mille punture di spillo ai danni di Giuseppe Conte, ecco perché torna la questione di un esecutivo inadeguato.

Nelle ultime 48 ore tre personaggi diversi come Goffredo Bettini, Carlo Calenda e Matteo Renzi (ma anche Giorgio Gori, e qualcun altro ci è certamente sfuggito) hanno posto o riproposto il problema del rafforzamento della squadra di governo.

«Si può fare meglio», ha detto il sindaco di Bergamo: ed è quello che pensano milioni di italiani. E mentre Calenda ha ipotizzato un “time out” decretato dal Quirinale allo scopo di dar vita a qualcosa di più convincente dell’attuale compagine – un governo del Presidente -, Bettini e Renzi, ciascuno con il proprio linguaggio, hanno posto la stessa questione: così non va. Serve uno scatto di fantasia e un minimo di coraggio politico.

Calenda, che a differenza degli altri è fuori (e contro) la maggioranza di governo, ha chiamato direttamente in causa il presidente della Repubblica. Avrà facilmente colto, il leader di Azione, che Sergio Mattarella l’altra sera ha compiuto un gesto di una solennità particolare pronunciando un discorso tramesso per molti minuti in apertura di tutti i tg come fosse un messaggio alla Nazione, un appello denso di insoddisfazione per l’azione generale di governo: ed è da escludere che ce l’avesse solo con le Regioni e non anche con l’esecutivo di Conte, responsabili entrambi – diciamo noi – di una serie inquietante di conflitti istituzionali.

Ecco perché il presidente del Consiglio inevitabilmente non ne può uscire assolto ma al contrario ben coinvolto.

Il capo dello Stato naturalmente non è andato oltre ed è noto che non vedrebbe certo con favore l’ipotesi di una formale crisi di governo. E tuttavia le cose si muovono. L’esigenza di avere nel governo facce nuove, competenze affidabili, tecnici di valore indiscusso è ormai sentita in vari ambienti, e la inedita consonanza fra Bettini e Renzi in questo senso fa riflettere.

C’è un nesso fra queste esternazioni e l’ipotesi di un ingresso di Forza Italia nella maggioranza? In teoria no, se non altro perché Berlusconi ha ribadito che il partito resta all’opposizione seppure facendo un’opposizione molto diversa da quella di Salvini&Meloni (i quali anzi virano ancora più a destra rafforzando la loro subalternità a Viktor Orban che in queste ore sta mettendo in difficoltà il Recovery fund, altro che “prima gli italiani”).

Ma certo un governo con dentro un tecnico ben visto ad Arcore sarebbe un buon biglietto da visita anche per il Cavaliere, un passo per acquisite i voti di Forza Italia in Senato: questa dovrebbe essere l’ispirazione di Bettini, storicamente legato all’idea che in situazioni straordinarie come questa “le forze migliori” debbano governare persino al di là dell’appartenenza a schieramenti consolidati.

Una suggestione che piace a Gianni Letta e dunque al Cavaliere e che potrebbe preludere a novità persino di sistema mediante la spaccatura definitiva del centrodestra (a quel punto, solo destra).

Non si pensa insomma ad un rimpasto messo su per soddisfare richieste di corrente o addirittura personali, ma ad un governo rinnovato – non necessariamente passando per una formale crisi di governo, Andreotti sostituì 5 ministri senza passare per una crisi – un’operazione condivisa e “sorvegliata” dal presidente della Repubblica che condurrebbe a un ridisegno della compagine inserendo qualche personalità autorevole e competente. I nomi certo non mancano.

Naturalmente l’ostacolo a tutto questo c’è e si chiama Giuseppe Conte. L’uomo ha ovviamente timore che muovendo una pedina possa per inerzia finire col subire uno scacco matto.

Il premier in questo momento è metaforicamente asserragliato nel bunker di palazzo Chigi ed è disposto a qualunque cosa, tipo assumersi la responsabilità della tragicommedia calabrese, pur di restare centrale.

In teoria, un grande leader si dovrebbe rendere conto che la sua squadra non regge il passo della crisi, tecnicamente e politicamente, e farsi lui carico di agevolare una fase nuova. Ma per far questo l’avvocato dovrebbe trasformarsi da gestore dell’esistente in uno statista in grado di costruire il futuro: ed è chiedergli troppo, probabilmente. Ma rifugiarsi nel bunker, in certi casi, non basta.

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