#ConteoutBiden non può tornare all’era pre Trump, noi ci accontentiamo che l’avvocato del popolo torni nel popolo degli avvocati

Gli italiani sono impelagati nelle miserevoli vicende dell’impreparazione del governo di fronte alla pandemia, gli americani con quelle dello zio matto che dalla soffitta dice di aver vinto le elezioni, ma il problema per il nuovo presidente e per gli alleati sarà quello di inventarsi qualcosa di nuovo

Roberto Monaldo/LaPresse

Mentre noi non ne possiamo più delle miserie del governo Conte, della grottesca Arcuricrazia e dello stravagante caso calabrese che magari Rocco Casalino proverà a far finta di risolvere con una bella task force, gli americani sono costretti ad affrontare le mattane di un Cialtrone-non-più-in-chief che, per spillare gli ultimi dollari ai suoi seguaci creduloni, millanta di aver vinto le elezioni come uno zio matto che dalla soffitta sferra colpi fatali alle istituzioni democratiche.

Non so chi sia messo peggio tra noi e loro, ma mentre gli americani sono sicuri che il 20 gennaio dopo mezzogiorno lo zio matto sarà costretto a sloggiare e poi a pagare le conseguenze delle sue ripetute truffe, noi italiani siamo ancora lontani dal conoscere la data precisa in cui il sedicente avvocato del popolo sarà restituito al popolo degli avvocati.

Siamo entrambi messi male, americani e italiani, quanto a coronavirus, in gran parte a causa delle inadeguatezze contiane e del negazionismo trumpiano.

Tra due mesi Joe Biden prenderà la guida di un paese che oggi contagia 160mila cittadini al giorno (100 mila dieci giorni fa) e con un governo centrale che non gli mette ancora a disposizione le risorse dovute e le informazioni necessarie ad affrontare l’emergenza, mentre noi siamo il terzo paese nell’indice di letalità da Covid, cioè si muore di virus più in Italia (e in Messico e in Iran) che altrove dove però non risulta che si vantino continuamente di un fantomatico “modello italiano” che non solo non ci ha evitato un secondo lockdown ma che di questo passo non ci risparmierà nemmeno il terzo.

La prospettiva di archiviare Trump nella spazzatura della storia ha però riavviato un minimo di dibattito civile in America. Sono ricominciate a circolare idee ed è tornata la speranza di poter imbastire un discorso pubblico tra persone adulte, cosa che con Conte e Salvini, con Di Maio e Meloni e con chi gli regge il microfono invece a noi è preclusa. Del resto se noi abbiamo Retequattro, La7 e il QAnon Rai e gli americani la Cnn, che meriterebbe una medaglia al valor civile per il ruolo di argine democratico svolto nell’ultimo anno, qualcosa vorrà dire.

A proposito di dibattito serio, sull’Atlantic è appena stato pubblicato un articolo molto interessante di Anne Applebaum intitolato minacciosamente «Il mondo non tornerà mai più normale», sostanzialmente perché le sgrammaticature autoritarie del Cialtrone in chief i questi anni hanno costretto gli altri paesi, alleati e no, a convivere senza l’America, per cui adesso Biden non può commettere l’errore di pensare di poter restaurare lo status quo pre Trump.

Il terreno guadagnato dalla Cina a causa di Trump è difficile da recuperare dal nuovo presidente. In una delle scorse settimane trascorse da Trump a twittare di complotti elettorali inesistenti, ha scritto Applebaum, «quindici paesi dell’area asiatico-pacifica hanno firmato un trattato commerciale regionale promosso dalla Cina. Non molto tempo fa, invece, l’Amministrazione Obama aveva proposto di creare una partnership commerciale transpacifica guidata dagli Stati Uniti che avrebbe indirizzato la regione su un modello diverso, ma quando Trump ha cestinato quell’accordo ovviamente ha lasciato una porta aperta alle mire di Pechino».

Insomma, sarà difficile riaccendere l’interruttore con un semplice clic e pretendere che nelle tenebre trumpiane sia rimasto tutto intatto e integro.

L’America e i suoi alleati, a cominciare da Emmanuel Macron e Angela Merkel, dovranno trovare un nuovo paradigma, immaginare nuove istituzioni internazionali, aggiornare le priorità globali: «Forse è arrivato il momento – ha aggiunto Applebaum – di chiedersi se l’attuale gestione delle piattaforme internet sia coerente con gli interessi delle società democratiche e magari se alcuni cambiamenti coordinati e internazionali alle regole di antitrust, privacy e trasparenza possano condurre lo spazio digitale di informazione verso un dialogo costruttivo invece che alla polarizzazione rancorosa che conosciamo».
Insomma, mentre si discute del futuro del mondo libero, noi siamo costretti a occuparci di Catanzaro.

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