Lunga vita agli smartphoneIl Parlamento europeo contro l’obsolescenza prematura

Con un rapporto d’iniziativa gli eurodeputati chiedono di inserire un’etichetta obbligatoria con la durata prevista dei prodotti per garantire il diritto di riparazione e favorire l’economia circolare

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Elettrodomestici senza pezzi di ricambio disponibili, computer già vecchi dopo pochi anni e telefoni rallentati dagli aggiornamenti dei sistemi operativi sono entrati nel mirino del Parlamento Europeo. L’emiciclo ha approvato un rapporto d’iniziativa che punta dritto contro l’obsolescenza dei prodotti elettronici, chiedendo alla Commissione Europea misure stringenti per incentivare comportamenti sostenibili da parte dei consumatori.

Etichette obbligatorie e stop all’obsolescenza prematura
La relazione, presentata dal deputato francese dei Verdi David Cormand contiene una serie di indicazioni su ambiti molto diversi: economia del riutilizzo, diritto alla riparazione, appalti pubblici, pratiche pubblicitarie.

L’obiettivo complessivo, spiega il suo relatore, è «proporre metodi concreti per cambiare le nostre abitudini di consumo» e combattere «un sistema attualmente basato sullo spreco, l’estrazione illimitata di risorse e il consumo eccessivo di prodotti di bassa qualità».

Spetterà alla Commissione europea concretizzare queste istanze con le nuove iniziative che verranno adottate nella cornice del Circular Economy Action Plan, la strategia che rappresenta uno dei pilastri del Green Deal Europeo. Il Parlamento infatti non ha potere di iniziativa legislativa, ma può “condizionarla” suggerendo ai commissari la strada da intraprendere.

Tanti i suggerimenti su cui l’esecutivo di Ursula von der Leyen dovrà prendere nota, dai criteri obbligatori per la sostenibilità degli appalti pubblici fino all’estensione delle garanzie su lavatrici e lavastoviglie e agli incentivi per il settore delle riparazioni.

I punti fondamentali però sono espressi negli emendamenti al testo, accolti favorevolmente dalla camera nella giornata di martedì 24 novembre. Il Parlamento intende smascherare i prodotti che vanno fuori uso troppo presto imponendo un’etichetta che ne riporti la durata prevista e possibilmente inserendo anche un «indice delle prestazioni ambientali».

In questo modo ogni oggetto poco duraturo o prodotto con grande dispendio di energia avrebbe appiccicata addosso, in maniera facilmente riconoscibile dal consumatore, l’indicazione di queste caratteristiche. Un po’ come succede con le classi energetiche divise per lettere o con il Nutriscore, la classifica nutrizionale adottata da alcuni Paesi europei. Proprio smartphone ed elettrodomestici sono menzionati nella relazione come prodotti tendenzialmente non sostenibili.

«Una corretta informazione è fondamentale per la libertà di scelta», dice a Linkiesta Sandro Gozi, deputato italiano ma eletto nelle file di Liste Renaissance, la lista collegata al partito di governo francese, La République En Marche. «I consumatori europei devono poter scegliere serenamente fra nuovo acquisto e riparazione: i pezzi di ricambio devono essere disponibili agevolmente ed entro un lasso di tempo ragionevole, altrimenti la scelta ricadrà sempre sulla prima opzione».

Come spiega l’eurodeputato, relatore ombra per il gruppo Renew Europe sul rapporto, è impossibile fissare criteri uguali per tutto ciò che compriamo, visto che i margini di intervento cambiano da prodotto a prodotto. Ma bisogna insistere migliorando l’eco-design quando la tecnologia disponibile già lo permette. «Ad esempio le batterie dei telefoni cellulari oggi non si possono sostituire perché sono incollate al dispositivo, mentre prima non era così. Questa è una delle situazioni su cui dobbiamo intervenire».

Allo stesso modo, gli eurodeputati vogliono mettere al bando le pratiche di obsolescenza prematura e/o programmata, quella politica commerciale intrapresa da alcune aziende per accorciare volutamente il ciclo vitale dei propri prodotti e spingere così i clienti ad acquistare di frequente nuovi modelli.

Questa tendenza, di cui sono spesso accusati i produttori di smartphone, tra cui Apple, deve secondo la relazione Cormand essere inclusa nella lista delle pratiche commerciali sleali definite dalla direttiva 2005/29/CE. A delineare i chiari contorni di ciò che è considerato “obsolescenza prematura” è chiamata comunque la Commissione stessa, trovando una «definizione oggettiva e comune» che tenga in considerazione le valutazioni di consumatori, istituti di ricerca e organizzazioni ambientali.

C’è chi dice no: dubbi e critiche sulla relazione
Sandro Gozi rivendica il ruolo di mediazione avuto dal suo gruppo politico. Il deputato si è fatto promotore di un compromesso fra le posizioni più avanzate nell’ottica di un’economia sostenibile dei Verdi e della sinistra e quelle più conservatrici dei partiti di destra dell’emiciclo, più attente alle esigenze dei produttori, che non sempre sono grandi aziende tech.

Il rapporto di iniziativa è passato con 395 voti a favore, 94 contrari (quasi tutti membri dei Conservatori e Riformisti europei, compresi i deputati di Fratelli d’Italia) e 207 astensioni. Ha scelto in blocco di non schierarsi il Partito popolare europeo, compresa la delegazione di Forza Italia, così come la Lega, astenuta sul voto finale dopo essersi opposta agli emendamenti chiave.

«Siamo assolutamente a favore del diritto di riparazione dei dispositivi, il nostro è piuttosto un approccio pragmatico. A tutti piace sognare, ma non quando si parla di tutela dei consumatori e del lavoro delle nostre imprese», afferma a Linkiesta la deputata Alessandra Basso, che come Gozi fa parte della Commissione Mercato Interno (Imco) del Parlamento e ha seguito l’iter della relazione.

Secondo Basso alcuni passaggi del testo sono «poco realistici», come la definizione stessa di “obsolescenza prematura”, che prevede un termine di confronto difficilmente quantificabile a priori. Per questo avrebbe preferito mantenere il concetto di “obsolescenza programmata” che al contrario «prevede una qualche forma di intenzionalità».

Le preoccupazioni dell’eurodeputata e dei suoi colleghi si rivolgono soprattutto ai costi che potrebbero sorgere per le imprese produttrici. A cominciare da quelli relativi all’etichetta sulla durabilità, che per la delegazione leghista dovrebbe essere volontaria e non obbligatoria. «Come potrebbe un’azienda con 10-20 dipendenti che produce, ad esempio, scarpe analizzare con certezza la durata del proprio prodotto? Dovrebbe assumere un esperto, pagare la consulenza e sperare che non sbagli, perché se un prodotto si rompe prima del tempo chi l’ha acquistato potrebbe chiedere un risarcimento».

L’ampia gamma di comparti produttivi a cui applicare le richieste del Parlamento, in maniera sempre ponderata sul caso specifico, restituisce la cifra dell’enorme lavoro legislativo che attende la Commissione sul tema dell’economia sostenibile: un faticoso equilibrio da trovare ogni volta fra tutela delle imprese e raggiungimento degli obiettivi ambientali. Ma la sorte del Green Deal Europeo passa anche, se non soprattutto, da qui.

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