Sospesi nel limboLe nuove proteste contro la decisione di Bonafede di rinviare l’esame d’avvocato

I praticanti hanno organizzato una manifestazione in sette città - Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli, Vibo Valentia, Palermo - nel giorno in cui avrebbero dovuto iniziare gli scritti. Chiedono certezze sullo svolgimento delle loro prove: dopo mesi di pratica, lavoro non pagato e pochi riconoscimenti, l’abilitazione non può più aspettare

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«Al ministro della Giustizia chiediamo certezze sul nostro esame di abilitazione alla professione forense». È quel che hanno detto a Linkiesta diversi praticanti avvocato che oggi scendono in piazza in tutta Italia per un sit-in di protesta contro la decisione del ministro Alfonso Bonafede di rinviare sine die l’esame di abilitazione professionale: l’annuncio della nuova data potrebbe arrivare venerdì 18, ma al momento non c’è alcuna certezza e i praticanti non sanno se e quando potranno svolgere le prove.

Sono coinvolte sette città: oggi si svolgeranno manifestazioni da Torino a Palermo, passando per Bologna, Napoli e Vibo Valentia; domani, mercoledì 16, si aggiungeranno Milano e Roma.

I praticanti protestano, codici giuridici in mano , proprio nei giorni in cui si sarebbe dovuta svolgere la prova scritta. In una nota stampa congiunta l’Associazione italiana praticanti avvocati, il Coordinamento giovani giuristi italiani, il Comitato per l’esame d’avvocato, Link – Coordinamento Universitario, Apra Palermo e il Comitato per la tutela dei praticanti avvocati di Vibo Valentia dichiarano: «Martedì 15 dicembre 2020 avremmo dovuto sederci all’esame. Avremmo dovuto iniziare a costruire il nostro futuro professionale. Quel futuro non ci sarà e non sappiamo per quanto ancora. No all’alternativa tra lavoro e salute. Lavoro e salute non sono in contrasto».

Sono circa 20mila i praticanti avvocato che già svolgono effettivamente la professione, in attesa della prova. «Siamo sospesi in un limbo», dice a Linkiesta Noemi Peruggi, che ha organizzato la manifestazione a Napoli, a due passi dal tribunale. «Finiti i 18 mesi di praticantato di fatto non siamo più praticanti ma non siamo nemmeno avvocati: siamo in una sorta di limbo. Abbiamo tra le mani il certificato di fine pratica, ma fin quando non viene superato l’esame si resta in una terra di mezzo».

La quotidianità dei praticanti avvocato non ha alcuna tutela in termini lavorativi. Spesso i compensi si limitano a un rimborso spese, a volte nemmeno quello. «Si parla di giovani per lo più tra i 26 e i 28 anni, che hanno fatto almeno 5 anni di università, e non hanno mai meno di 18 mesi di pratica alle spalle», dicono a Linkiesta dal Comitato per l’esame d’avvocato.

Il compenso non è l’unica criticità, spiegano dal Comitato: «Sono ragazzi che lavorano in studi legali ma non hanno autonomia per i propri clienti, sono abilitati solo alla sostituzione legale e non possono cercare lavoro nella Pubblica Amministrazione perché ormai i concorsi richiedono sempre l’abilitazione».

È per questo che, come suggerisce Giuseppe Marinaro, praticante avvocato di Palermo – lì il sit-in si terrà alle porte del tribunale in piazza Vittorio Emanuele Orlando – «è importante dare un segnale di unità nazionale dei praticanti, che chiedono prima di tutto la certezza di poter fare l’esame, essere inseriti nel mercato del lavoro in tempi dignitosi ed evitare l’accorpamento con la sessione del 2021 che per moltissime persone significherebbe sostanzialmente perdere un anno».

Alla necessità di svolgere l’esame e ottenere l’abilitazione si aggiunge il tema più ampio della riforma dell’esame. Da tempo si discute della necessità di riformulare le prove: all’attenzione del ministero della Giustizia sono già arrivate diverse proposte – su tutte quelle dei deputati Gianfranco Di Sarno, del Movimento cinque stelle, e Carmelo Miceli, del Partito democratico.

«Le procedure per l’accesso alla professione forense – spiega Giovanni Cannetti del Coordinamento giovani giuristi italiani – negli anni hanno rappresentato soprattutto un ostacolo, che fa gioco ai professionisti: loro considerano l’abilitazione del praticante uno svantaggio per il professionista che si trova maggior concorrenza».

D’altronde l’esame viene corretto e giudicato senza che il candidato possa conoscere i suoi errori: non viene fornita alcuna motivazione in caso di bocciatura. «È evidente che c’è una forzatura se ad ogni sessione si ottengono più o meno sempre gli stessi numeri. Difficile pensare che ogni anno ci sia il 25 per cento di candidati idonei tra scritto e orale, un valore che non oscilla mai più di tanto», dice Cannetti.

Proprio oggi si tiene un’audizione informale, in videoconferenza, per discutere le proposte di legge di Di Sarno e Miceli per modificare la legge n. 247 del 31 dicembre 2012, che disciplina l’accesso alla professione forense. Difficile immaginare una riforma completa e adeguata in tempi brevi. Ma al momento non è la priorità, non per chi ha già svolto 18 (o più) mesi di praticantato: l’urgenza adesso è avere certezza di poter fare l’esame senza perdere un’intera sessione. E non sembra così scontato.