Quesiti linguisticiCome si traduce “repository” in italiano? Risponde la Crusca

Ci sono diversi termini che possono funzionare. “Archivio” è la forma più semplice. Ma dato che il termine inglese è diffuso ormai da 20 anni, sembra davvero difficile ormai che possa essere sostituito

(Pixabay)

Tratto dall’Accademia della Crusca

Alcuni lettori ci chiedono un possibile corrispondente italiano di repository; uno di loro chiede se sia possibile usare come traducente il termine repositore.

Risposta
Il termine repository circola nella nostra lingua già dagli anni Novanta, anche se è dagli anni Duemila che inizia ad affermarsi in vari ambiti, in particolare quello informatico. In senso più generico, il repository può essere considerato un archivio o un deposito di informazioni, accessibili più o meno liberamente e spesso raggiungibili tramite Internet.

All’interno dei vari ambiti, il vocabolo assume poi significati particolari: in campo informatico il repository è un ambiente di memorizzazione e conservazione di software, cioè un archivio in cui vengono conservati programmi che possono essere scaricati e installati su un computer tramite Internet; in questo senso si parla anche di software repository. L’uso più comune riguarda l’ambiente Linux, in cui i repository sono archivi web che contengono gli aggiornamenti degli applicativi e dei sistemi operativi. Linux è una famiglia di sistemi operativi composti in tutto o per la maggior parte da software libero, cioè liberamente modificabile da chiunque. La possibilità di modifica ha portato nel tempo alla creazione di innumerevoli “versioni” di Linux, chiamate distribuzioni (in gergo distro); ciascuna di queste è composta da vari programmi applicativi, sviluppati in modo più o meno indipendente e distribuiti in modo da essere facilmente installabili e utilizzabili. L’installazione dei programmi è una procedura diversa da quella tipica dell’ambiente Windows: nei sistemi Linux, infatti, il software è distribuito in pacchetti che possono essere scaricati da un repository; i pacchetti sono organizzati grazie a sistemi di gestione dei pacchetti che si occupano dell’installazione, dell’aggiornamento, della verifica e della rimozione dei programmi del sistema operativo.

In ambito informatico, il repository è anche un database con funzione di raccolta e conservazione di dati in formato digitale, corredati da metadati che ne permettono una rapida individuazione tramite tabelle relazionali. In tale tipo di database l’accento è posto sulla memorizzazione dei metadati.

Quest’ultima specifica accezione di repository si estende anche a tutti quei settori che prevedono la gestione di documenti digitali; questo tipo di architettura consente, infatti, di poter gestire in modo ottimale grandi volumi di informazioni. In tali ambiti, il repository è un archivio strutturato (spesso ad accesso aperto e libero) che raccoglie, conserva e mette a disposizione tutta una serie di dati e materiali in formato digitale.

Si parla, in particolare, di repository istituzionali, curati da Università, istituti di ricerca o biblioteche, cioè depositi digitali che conservano i prodotti della ricerca, ovvero l’insieme delle pubblicazioni scientifiche e le informazioni relative a tale produzione, e li rendono disponibili alla consultazione (Open Access). I materiali sono generalmente depositati tramite l’autoarchiviazione da parte degli autori. Si possono costituire anche repository tematici, cioè archivi di pubblicazioni accademiche in una particolare area disciplinare o campo di ricerca. Un altro esempio è quello dei cosiddetti repository clinici o sanitari, archivi digitali che raccolgono le cartelle cliniche dei vari pazienti, con tutti i documenti prodotti nell’ambito delle strutture sanitarie (referti di vario tipo, registri operatori, lettere di dimissione, ecc.).

I repository hanno molti campi di applicazione; gli usi che se ne possono fare sono numerosissimi e in qualsiasi settore, come mostrano gli esempi successivi:

L’applicazione potrebbe servire anche per l’emergenza haitiana. A Palo Alto sono a lavoro. Ma è l’intera comunità dei crisis mappers a mobilitarsi. Mikel Maron di OpenStreetMap ha lanciato una pagina wiki per condividere in tempo reale le informazioni sul terremoto. Lo stesso ha fatto GeoCommons, il sito che permette di costruire mappe semplici e repository di dati geografici generati dagli utenti, sotto licenza Creative Commons. (Gabriella Colarusso, Dall’Africa a Palo Alto. Crisis mappers per Haiti, “la Repubblica”, 14/1/2010)

I docenti utilizzeranno modelli e foto a 360° per creare le lezioni accedendo a CgTrader, il maggiore repository di modelli 3D del mondo, oppure caricando gli asset 3D prodotti dagli studenti, partendo da una web page in backend. Il tutto senza dover scrivere una riga di codice, mentre in frontend basterà scaricare un’app disponibile per iOS e Android. (Daniele Monaco, Come la realtà virtuale può cambiare l’economia dopo il coronavirus, Wired.it, 10/4/2020)

Il sostantivo repository è un prestito integrale dall’inglese repository, lett. ‘deposito, magazzino, ripostiglio’. Il termine non è registrato dai dizionari sincronici e anche nei dizionari specialistici la presenza è scarsa; i pochi che lo includono lo definiscono come una raccolta o un insieme di informazioni:

Raccolta di informazioni riguardo a un sistema informatico; sovrainsieme di un dizionario di dati. Fornisce una maggiore coerenza dei dati a chi sviluppa applicazioni. (Computer dictionary: dizionario dei termini di informatica, Redmond Milano, Microsoft press Mondadori informatica, 1994)

Insieme di informazioni [BDati] Base di dati di pubblico accesso, spesso raggiungibile attraverso la rete Internet, gestita da un server di controllo degli accessi. (Dizionario enciclopedico di informatica, Bologna, Zanichelli, 2009)

Il vocabolo è inoltre presente fra i neologismi raccolti nel Magazine Lingua italiana del portale Treccani, con un esempio d’uso (della forma plurale inglese) datato 2004:

Si tratta di processi che richiedono nuove competenze da parte del bibliotecario: web, html, statistiche d’uso ed i loro grafici, accessi, link, conservazione e preservazione, copyright, licenze, repositories, pre-print, biblioteca virtuale, libro elettronico, e-learning ed insegnamento a distanza. (“City”, 19/10/2004)

Se ne trova anche una definizione nel volume Lessico del XXI Secolo (2013) dell’Enciclopedia Treccani:

Generico ambiente di storage, raggiungibile anche con un percorso web, dove vengono archiviati i pacchetti software che possono essere installati e aggiornati su un computer anche mediante operazioni programmate. L’uso più comune riguarda l’aggiornamento degli applicativi e del sistema operativo negli ambienti Linux.

Le prime attestazioni di repository rintracciate in rete appartengono alla fine degli anni Novanta. Una delle prime occorrenze è del 1998, in un articolo di ambito informatico dedicato a Oracle, una società multinazionale americana specializzata in database e nello sviluppo di software; in questo esempio, diversamente da quelli seguenti, il termine non viene marcato dall’autore come forestierismo (ad esempio con le virgolette o il corsivo o l’iniziale maiuscola), perché evidentemente considerato di uso comune nel linguaggio tecnico informatico:

La strategia di Oracle tende a creare un vantaggio competitivo rispetto ai principali concorrenti del settore Erp. In teoria, infatti, gli sviluppatori potrebbero prendere gli stessi strumenti di modellazione e repository usati per costruire le soluzioni Erp Oracle ed estendere, integrare o ridisegnare applicazioni per sistemi personalizzati o processi di business verticali. ([s.f.] Le applicazioni di Oracle si trasformano in componenti, 01net.it, 6/4/1998)

Dello stesso anno ‒ e ancora di stampo informatico ‒ anche la prima occorrenza di repository nei quotidiani, in un articolo del “Corriere della Sera” che si occupa delle simulazioni effettuate dalla banca Cariverona nel corso del 1998 in vista del Millennium Bug:

“[…] Si trattava di mettere a punto un intervento di conversione dei programmi informatici in tempi rapidi e senza stravolgere l’operatività della banca”. Siemens-Nixdorf Italia ha puntato sul metodo Windowing, che consente un’elevata automazione, riducendo al minimo l’intervento umano. Ed ha creato, appunto, un repository applicativo riutilizzabile per altre applicazioni, in questo caso l’Euro. (Giancarlo Radice, Cariverona è pronta alla simulazione, “Corriere della Sera”, 12/1/1998)

L’attestazione successiva è del 1999, in una rivista di archivistica: è il primo esempio in cui repository non è strettamente collegato all’ambito informatico e viene usato col significato di archivio istituzionale:

Il presente documento descrive la struttura e i contenuti generali del Repository dei dati della pubblica amministrazione, inteso come descrizione organizzata ed integrata delle tipologie di informazioni disponibili nei principali sistemi informativi della pubblica amministrazione, con particolare riferimento alle amministrazioni centrali (ministeri). (“Archivi per la storia: rivista dell’Associazione nazionale archivistica italiana”, Vol. 12, 1999, p. 378)

Quanto alla diffusione del sostantivo, i dati mostrano una buona presenza in rete, con 2.210.000 risultati nelle pagine in italiano di Google (al 18/4/2020) e nella stampa, con circa 18.000 risultati in italiano su Google libri. Piuttosto scarse invece le occorrenze nei quotidiani, con soltanto 26 risultati nella “Repubblica” e 15 nel “Corriere della Sera”.

Le attestazioni mostrano una netta prevalenza per il genere maschile invariabile (il repository/i repository, che ottengono su Google rispettivamente 93.600 e 37.800 risultati), anche se, come spesso succede per i prestiti inglesi, si registra una certa oscillazione nell’attribuzione del genere (le occorrenze per il femminile sono 8.910 per la repository e 3.750 per le repository) e del numero (le attestazioni per la forma flessa sono 3.590 per i repositories e 831 per le repositories). Generalmente il genere di un prestito viene assegnato in base al genere del nome che viene individuato o percepito come traducente: in questo caso gli equivalenti italiani più in uso sono archivio, magazzino, deposito, tutte forme maschili. L’uso del femminile non si può dunque spiegare con tale criterio: è invece il suffisso -ory (di factory, memory, ecc.) a indirizzare verso il genere femminile.

Anche nella stampa la preferenza è per il maschile, con soltanto 8 occorrenze di repository come sostantivo femminile (4 sulla “Repubblica” e 4 sul “Corriere della Sera”), in tutti i casi invariabile. Ne riportiamo qualche esempio:

Sotto questo punto di vista le piattaforme cloud aziendali si sono rivelate e continuano a rivelarsi un prezioso supporto per i professionisti che devono gestire i contenuti business. L’utilizzo del cloud computing permette infatti allo stesso tempo di fronteggiare l’ampliamento delle repository di contenuti, controllare le risorse IT, garantire flessibilità ai nuovi progetti pilota e testare nuovi modelli aziendali senza gravare sugli ambienti consolidati. (Cognitive computing: intelligenza e rapidità per la customer experience, Repubblica.it, 28/8/2017)

A oggi, l’infrastruttura presente a Svalbard è unica nel suo genere; è la repository di secondo livello di tutte le banche di germoplasma, presenti in ogni Paese del mondo. (Sara Moraca, Il deposito dei semi nel mondo, “Corriere della Sera”, 26/10/2017)

Veniamo infine alla questione del traducente. Consultando vari dizionari inglesi online (Cambridge Dictionary, Collins Dictionary, Merriam-Webster Dictionary, OxfordDictionary ), vediamo che repository (attestato dalla fine del XV secolo e derivato dal francese repositoire o dal latino repositorium, a sua volta derivato di reponere ‘riporre’) può assumere diversi significati:

  1. un luogo in cui sono archiviate, immagazzinate o conservate le cose, anche in senso figurato; un luogo dove si trova qualcosa in grandi quantità, specialmente una risorsa naturale (un deposito sotterraneo di acqua); più raramente, un luogo atto all’esposizione di oggetti, un museo; una cripta o un sepolcro;
  2. un recipiente in cui si conservano o custodiscono le cose; un contenitore in cui si conservano le reliquie. Nella liturgia cattolica, altare su cui si colloca il calice che contiene l’ostia consacrata per il rito della reposizione;
  3. una persona o un libro che possiede molte informazioni o conoscenze dettagliate su un dato argomento; una persona a cui è affidato un segreto, un confidente;
  4. in informatica, il luogo in cui vengono archiviati e organizzati i dati.

La quarta accezione è quella con cui repository è usato nella nostra lingua, come abbiamo visto, non soltanto in ambito informatico. Con tale significato, in italiano sono impiegati diversi termini – probabilmente con una certa sovrapposizione di senso anche rispetto alle altre accezioni – e cioè archivio, database (o banca dati), deposito, magazzino, repertorio, repositorio (termine, quest’ultimo, che in italiano si usa anche con secondo significato dell’inglese repository).

Se cerchiamo su Google ciascuno di questi termini insieme a repository (tra virgolette e nelle pagine in italiano), possiamo ottenere dati interessanti circa la co-occorrenza delle due voci nei testi, cioè una prima informazione sulla loro possibile sinonimia.

Le forme più attestate insieme a repository sono archivio (274.00 risultati) e database (255.000 risultati), con un netto distacco dalle parole successive (magazzino 124.000 risultati, deposito 73.400, banca dati 44.400, repertorio 44.300 e repositorio 8.660). Abbiamo effettuato un’ulteriore indagine utilizzando Seo Hero Tech, uno strumento online gratuito che è in grado di fornire le co-occorrenze statistiche di un termine di ricerca su Google per diverse lingue, tra cui l’italiano. La ricerca conferma che gli equivalenti più spesso associati a repository sono archivio e database, che compaiono tra le prime 200 forme co-occorrenti, mentre gli altri termini non compaiono affatto.

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