Linkiesta ForecastUn anno normale

Il 2021 sarà “l’anno peggiore di tutti i tempi”, come ognuno di quelli che lo hanno preceduto, almeno dal 1603 a oggi. O magari sarà l’anno in cui applicheremo il bicchiere mezzo pieno alle difficoltà reali e non alle stronzate immaginarie

AP Photo/Noah Berger

E se il 2021 fosse un anno normale? Normale: con gli agi e i disagi che è normale esistano. 

Un anno normale, non come il 1977, quando a Milano camminavi bello tranquillo per strada e dal niente spuntavano dei tizi che volevano cambiare il mondo e nell’attesa ti sparavano. 

Un anno normale, non come il 1603, quando a Londra non solo non potevi andare a teatro a vedere Otello, giacché i teatri venivano chiusi ogni volta che l’epidemia di peste faceva più di trenta morti a settimana, ma neanche potevi guardare Netflix sul divano, giacché l’invenzione dello streaming avrebbe tardato persino più di quella dei vaccini. 

Un anno normale, non come il 1980, quando a Bologna te ne stavi bello sereno al primo binario ad aspettare il treno che t’avrebbe portato alle tue ferie d’agosto, canticchiando “Colpa d’Alfredo” senza che nessuno ti dicesse che non eri inclusivo perché era una canzone razzista sessista e forse pure abilista, te ne stavi lì senza un problema al mondo, e un attimo dopo non c’eri più, perché la stazione era saltata per aria. 

Un anno normale, non come il 1982, quando solo negli Stati Uniti c’erano 852 morti per Aids, e alla Casa Bianca i giornalisti ridacchiavano chiedendo se il presidente fosse preoccupato per questa malattia di, insomma, gente dalla morale non proprio specchiata, e nessuno era ben sicuro di come si prendesse ma soprattutto di come non si prendesse: si poteva limonare? Sicuri sicuri che la saliva no? Se eri un ragazzino, pensare che la prima pomiciata poteva ucciderti era un bel problema. 

Un anno normale, non come il 1983, quando Eddie Murphy portava in giro per i teatri americani e poi in televisione, sulla prestigiosa Hbo, un monologo in cui diceva che aveva paura che la sua ragazza prendesse l’Aids in discoteca con l’amico gay, sudandosi addosso, e poi tornasse a casa e glielo attaccasse. 

Un anno normale, non come il 1944, quando a Napoli si beveva la cicoria perché il caffè era troppo caro, lo trovavi solo al mercato nero, era per le grandi occasioni, e neppure ti avevano insegnato a chiamarla recessione e a darne la colpa all’avidità delle multinazionali. 

Un anno normale, non come il 2015, quando a Parigi te ne stavi lì bello sereno a un concerto, chiedendoti se la tipa che avevi portato a sentire quel gruppo poi ti avrebbe chiesto di salire a casa, pensando che la cosa più importante che dovevi ricordarti di fare quella sera l’avevi fatta, mentine in una tasca e profilattici nell’altra, eri uno previdente, considerato anche che dagli anni Ottanta per quel cazzo di Aids ancora non avevano trovato un vaccino e l’idea che lo prendessero solo i gay s’era dimostrata infondata, eri lì che tenevi il ritmo col piede e poi mica lo sai che è successo, qualcuno ha cominciato a sparare, più di qualcuno, erano parecchi, e dopo un po’ c’erano più morti di quanti se ne vedano in un film d’azione. 

Un anno normale, non come il 1869, quando senza neanche prometterti una flat tax o farti detrarre l’affitto del mulino cominciarono a tassarti la macinatura del grano, e neanche c’erano i talk show per andare a lamentarti degli sprechi di Stato, delle auto blu, della casta che ti arrubbava il futuro. 

Un anno normale, non come il 1954, quando il prezzo medio d’un frigorifero corrispondeva a sei mesi di stipendio medio, e d’altra parte i lussi son lussi, mica pretenderai che avere il latte fresco in casa che non marcisce per più d’un giorno e mezzo sia una cosa che costa pochi spicci, dove credevi di vivere: in un romanzo di fantascienza? Chi credi di essere: la generazione che si proclama la più disagiata di tutti i tempi? 

Un anno normale, non come il 1961, quando le lavatrici erano una tale costosa avanguardia che le più metropolitane delle nostre nonne lavavano i panni nella vasca, e le più campagnole andavano a lavarli al fiume, che se pensiamo a che tragedia ci sembrino adesso quei due giorni in cui non dico si stia senza lavatrice, ma anche solo si rompa l’asciugatrice e tocchi, santo cielo, fare quel primitivo gesto di stendere i panni bagnati, sembra di parlare d’un milione d’anni fa, e quasi passa la voglia di dire che nessuno è mai stato povero, infelice, stressato come noi, noi con la memoria storica dei pesci rossi. 

Se devo esprimere un desiderio, vorrei un 2021 normale. 

In cui ci lamentiamo di stronzate e diciamo che siamo i più sfortunati, i più economicamente in difficoltà, i più provati dal logorio della vita moderna che siano mai esistiti, e nessuno ci ride in faccia. In cui, come nel 2020, Time possa titolare che questo è stato «l’anno peggiore di tutti i tempi», e tutti possiamo annuire forte, perché il senso del ridicolo l’abbiamo eliminato assieme ad altre anticaglie. 

Il 2020 è l’anno in cui abbiamo scoperto che, se c’impegniamo, un vaccino per una malattia pericolosa lo troviamo in sei mesi, e c’è caso che col vaccino i teatri possano riaprire prima dei dieci anni che servirono nel Seicento. 

Il 2021 sarà l’anno in cui magari applicheremo il bicchiere mezzo pieno alle difficoltà reali, invece che a quelle immaginarie, e troveremo il vaccino per quella malattia degli anni 80, quella che ci portiamo dietro da quando non ci consideravamo i più sfortunati di tutti i tempi.


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