Fulmini e saetteSi può spiegare l’emergenza climatica anche con la poesia e la mitologia

Con “Il tempo e l’acqua” (Iperborea), lo scrittore islandese Andri Snær Magnason cerca di semplificare i dati sul climate change usando i poemi norreni e la poesia scaldica: «Davanti a un problema possiamo scegliere di non parlarne affatto oppure di approcciarlo da prospettive e direzioni inedite»

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«Per lungo tempo mi sono sentito stranamente distaccato da un problema attuale e urgente come il cambiamento climatico – confessa a Linkiesta il poeta e scrittore Andri Snær Magnason – Fuorviato da campagne comunicative e dibattiti ingannevoli che, seminando dubbi e sfiducia nei confronti della scienza, hanno impedito di coglierne la reale portata, il climate change è stato anche per me un fatto percepito come lontano e distante». Un’emergenza che secondo l’intellettuale islandese anche la stessa scienza, attraverso l’uso di numeri ed espressioni difficili da interiorizzare, ha contribuito a trasformare in un ronzio o, peggio ancora, un buco nero. Troppo grande per essere compreso ed espresso dal nostro linguaggio.

«Proprio per questo è necessario prima di tutto essere consapevoli di non aver afferrato la questione e che le parole, di cui ci serviamo oggi per descriverla, domani avranno un significato completamente diverso». Ma le parole, e il significato cui queste rinviano, fanno parte di un processo collettivo. «Lo stesso scienziato non può comprendere la reale gravità della situazione fino a quando non sarà l’intera comunità a farlo».

Allora Magnason, come narratore e prima ancora come cittadino, ha voluto capire lui per primo il problema, consapevole che una questione tanto grande è per forza di cose anche una sfida letteraria. Così, ne “Il tempo e l’acqua” (Iperborea, 2020) l’autore decide di scomodare il Dalai Lama, la poesia scaldica e romantica, le spedizioni dei nonni alla scoperta dei ghiacciai islandesi, per materializzare il problema, trasformandolo in immagini e significati da interiorizzare.

«Davanti a un problema possiamo scegliere di non parlarne affatto oppure di approcciarlo da prospettive e direzioni inedite». E uno dei modi per farlo, potenziando e incrementando il nostro linguaggio, è servirsi delle storie. Come quelle evocate dalle foto e dai filmati gelosamente custoditi dai nonni Hulda e Árni, testimonianza delle escursioni condotte negli anni ’50 e ’60 tra coltri bianche e aree selvagge d’Islanda, tra cui il ghiacciaio Vatnajökull o la catena montuosa Kverkfjöll. Centinaia di diapositive e ricordi che coprono quasi tutto l’arco della vita degli avi raccontando, parallelamente, l’evoluzione e gli esiti della febbre che ha colpito il pianeta e ha portato alla scomparsa del ghiacciaio islandese Okjökull. Questa immensa massa bianca, dichiarata morta nel 2014 e commemorata nel 2019 dalla targa “Lettera al futuro” redatta proprio da Magnason, nel 1901 copriva un’area di 16 chilometri quadrati, ridotta a 3 nel 1978 e infine a 0,7 nel 2012.

«Nei prossimi 200 anni perderemo tutti i ghiacciai del Paese, incrementando di 1cm il livello dei nostri oceani – sottolinea lo scrittore – Può sembrare una questione di poco conto ma non lo è: sta accadendo la stessa cosa in Groenlandia, al Polo Sud e sull’Himalaya, fonte d’acqua per centinaia di milioni di persone. Non è un caso se il Dalai Lama, durante l’intervista che gli ho proposto, ha preferito parlarmi dei ghiacciai del Nepal, piuttosto che della questione del Tibet o dell’importanza della libertà».

Ma la difficoltà in cui si trova oggi il pianeta, fa capire Magnason, testimonia anche la fragilità del destino dell’uomo. Questo perché la storia della terra è anche la nostra storia e il suo ferimento è il nostro ferimento. Lo scioglimento dei ghiacciai porta infatti con sé anche la scomparsa del nostro tempo e, così, dei nostri ricordi.

«Siamo cresciuti in un’era devota alla razionalità, dove l’unica cosa veramente santa è la mano invisibile del mercato. Nel mio libro – spiega Magnason – ho voluto esplorare testimonianze antiche proiettandole nel futuro, per esempio scrivendo di un poeta che nell’Islanda degli anni ’40 celebrava la sacralità della natura pensando ai nostri tempi, in cui ogni cosa deve per forza essere funzionale a una qualche forma di profitto: così, un parco nazionale, per avere senso, deve creare lavoro. Ma tutto ciò ha divelto le nostre connessioni con la realtà portando il pianeta, e noi con lui, verso un precipizio».

E così il concetto del Ragnarok, così influente nell’immaginario islandese, diventa perfetto per spiegare i rischi del cambiamento climartico. “Lo studioso aprì delicatamente il libro e mi indicò una lettera S molto chiara in mezzo alla pagina. «Leggi qui», mi disse, e io, decifrando a fatica i caratteri, riuscii a leggere: «S’abbuia il sole nel mare affonda la terra scompaiono dal cielo gli astri splendenti sibila il vapore con chi vita alimenta alta gioca la vampa col cielo stesso…». Mi corse un brivido lungo la schiena: era proprio il Ragnarök, il crepuscolo degli dei, la fine del mondo descritta nella profezia originale della Völuspá”.

Per spiegare gli esiti di questa nostra propensione insana, Magnason non si preclude la possibilità di comunicare, semplificandoli, i dati scientifici perché è ben consapevole della loro importanza. «Per evitare le ricadute del riscaldamento globale, nei prossimi 50 anni dovremo rimuovere circa 1000 gigatonnellate di anidride carbonica dall’atmosfera, l’equivalente di 30 anni delle nostre emissioni. Non sappiamo ancora quale sia il metodo migliore per farlo ma dobbiamo cercarlo nelle buone abitudini, nella tecnologia, forse nella spiritualità, nelle connessioni tra poesia e scienza, passando per la comprensione della natura. Il futuro del nostro pianeta è basato su quello che faremo nei prossimi decenni. Non è la mia opinione, ma quello che ci dice il meglio della scienza».

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