Punto di svoltaC’è una nuova consapevolezza sul clima, ma ancora non basta per salvare il pianeta

Il 2020 è stato un anno positivo per l’ambiente, ma come spiega un lungo articolo del New York Magazine, per quanto gli sforzi fatti finora abbiano prodotto buoni risultati, il lavoro da fare da adesso in avanti sarà sempre più difficile

AP/Lapresse

«L’anno della pandemia potrebbe aver segnato un turning point dal punto di vista climatico. In positivo». È una frase che è stata ripetuta più volte nel corso del 2020 e nelle ultime settimane. La riprende anche David Wallace-Wells in un lungo articolo pubblicato sul numero del 18 gennaio 2021 del New York Magazine. Poi però aggiunge una piccola appendice: «Un punto di svolta non rappresenta la fine della partita, o una vittoria, o una cessazione della necessità di lottare per una decarbonizzazione più rapida, per un futuro più solido, per la giustizia climatica».

Una svolta sì, ma non nel senso che i problemi ambientali sono svaniti del tutto. Anzi, un futuro senza sofferenze climatiche è stato quasi certamente cancellato da decenni di consumi e inquinamento senza la minima attenzione all’ambiente. Quindi bisogna prendere nota dei miglioramenti, che ci sono stati, e poi insistere in quella direzione anziché rilassarsi.

L’autore cita alcuni motivi per nutrire una speranza, facendo una premessa: «Quando c’è una buona notizia sul clima, l’opzione migliore è sempre usare molta cautela».

Il primo elemento positivo è che l’era della negazione del clima è finita, un po’ a causa delle condizioni meteorologiche estreme evidenti a tutti, un po’ per il lavoro della scienza e degli attivisti. C’è una maggior consapevolezza sul tema, è innegabile. «Oggi la questione ambientale non è un tema sollevato solo da alcuni manifestanti in piazza, ma è una delle grandi sfide globali riconosciute da chiunque», si legge nell’articolo. Tuttavia questo non vuol dire che da domani tutti avranno un comportamento esemplare: è probabile infatti che l’era della negazione del clima ceda il passo inizialmente a un’epoca caratterizzata da ipocrisia climatica, greenwashing e gaslighting.

«La seconda fonte di buone notizie è l’arrivo sulla scena globale dell’interesse personale per il clima. Il crescente consenso in quasi ogni parte del globo, e quasi a tutti i livelli della società e della governance, che il mondo sarà migliorato attraverso la decarbonizzazione», spiega David Wallace-Wells. L’esempio è quello delle grandi aziende: un decennio fa molti grandi imprenditori consideravano gli investimenti per ridurre le emissioni troppo onerosi, quindi complessivamente poco convenienti; oggi, all’improvviso, sembrano quasi un affare troppo buono per lasciarselo sfuggire.

Ma si potrebbe citare anche un caso strettamente politico: basta guardare l’amministrazione entrante di Joe Biden. Forse non era il candidato prediletto della galassia ambientalista americana, ma nella sua squadra quasi tutti hanno competenze, sensibilità e conoscenze di un certo tipo sul tema ambientale. E poi la sua campagna elettorale si era chiusa con uno spot pubblicitario proprio su questo argomento, a testimoniare l’impegno – almeno quello dichiarato – che la nuova amministrazione vuole prendersi, soprattutto per marcare una differenza sostanziale con il quadriennio di Donald Trump.

In autunno, invece, il Regno Unito si è impegnato a vietare le auto non elettriche entro il 2030, «una legge impensabile non molto tempo fa. E poi ci sono le decisioni di altri Stati, come il Canada che recentemente ha aumentato di sei volte la tassa sulle emissioni, come la Danimarca che punta a ridurre le proprie emissioni complessive del 70% entro il 2030, o l’impegno L’Italia ha ridotto del 65% le emissioni del settore energetico tra il 2012 e il 2019», scrive il New York Magazine.

In generale dal 2015 abbiamo vissuto i cinque anni in cui le nazioni del mondo – così come le città e le regioni, le persone e le istituzioni, le società e le banche centrali – hanno assunto gli impegni più ambiziosi della futura azione per il clima. La maggior parte di esse sono state realizzate negli ultimi 12 mesi, a fronte della pandemia.

Ci sono due modi per leggere queste notizie, scrive David Wallace-Wells. «Il primo è che la distanza tra ciò che è stato fatto e ciò che deve essere fatto sta ancora crescendo». Non è abbastanza, difficilmente lo sarà. Lo hanno detto anche le Nazioni Unite nel reportEmissions Gap” pubblicato a dicembre: il documento spiega, tra le altre cose, che per contenere entro i due gradi il riscaldamento globale come dichiarato richiederebbe il triplo degli sforzi annunciati sin qui a livello mondiale; mentre per contenerlo entro gli 1,5 gradi, come richiesto da molti attivisti e dalla maggior parte degli scienziati sarebbe necessario quintuplicare gli sforzi.

«La seconda chiave di lettura – si legge nell’articolo – è che tutte le curve che ci interessano si stanno piegando, molto lentamente, ma comunque vanno nella direzione giusta». Ci sono alcuni indizi importanti: l’International Energy Agency ha definito l’energia solare «l’elettricità più economica della storia», anche per questo alcuni Stati ultimamente hanno deciso di rivedere i loro programmi energetici immaginati non molto tempo fa. È il caso dell’India, che di fatto rinuncerà a circa l’86% di produzione di energia da carbone rispetto a quanto pensasse di fare a inizio 2020.

Entrambe queste prospettive, scrive il New York Magazine, sono vere. E lo testimonia anche una realtà estremamente diversificata che rende impossibile un giudizio unico.

Lo stesso articolo di Wallace-Wells si apre passando in rassegna alcuni dei momenti più difficili del 2020 dal punto di vista ambientale: la morte di decine di migliaia di uccelli nel Sud-Ovest americano a causa del cambiamento climatico; l’invasione di 200 miliardi di locuste nel Corno d’Africa; gli incendi devastanti in California, Brasile, Australia. «Per tutto l’anno, un pianeta trasformato dalla combustione del carbonio ha scaricato quelli che un tempo sarebbero stati chiamati presagi di apocalisse», si legge nell’articolo.

Dall’altro lato vanno sottolineati alcuni risultati indubbiamente positivi: «Il prezzo dell’energia solare sia sceso di nove volte negli ultimi dieci anni, così come il prezzo delle batterie al litio, fondamentali per la crescita delle auto elettriche. I costi delle batterie sono diminuiti del 70% dal 2015. L’energia eolica costa il 40% in meno rispetto a un decennio fa. Nel complesso, l’energia rinnovabile è meno costosa dell’energia sporca quasi ovunque sul pianeta, e in molti luoghi è semplicemente più economico costruire nuova capacità rinnovabile che continuare a gestire la vecchia infrastruttura di combustibili fossili».

Insomma, la maggior consapevolezza e il fatto che un approccio green sia più diffuso rispetto al passato ancora non basta per cambiare in maniera radicale uno scenario particolarmente negativo. È per questo che potrebbe essere utile rispolverare un vecchio concetto che solitamente stona con il discorso ambientalista: bisogna anche sapersi adattare. Sull’idea di adattamento c’è sempre stata molta discussione: «È tradizionalmente l’approccio preferito da scettici, agnostici, sostenitori della crescita a tutti i costi. Ha anche dato origine a una scuola di pensiero, l’ecomodernismo, che si basa sulla scissione di crescita e impatto ambientale, quindi sulla necessità di programmare il futuro, ma in una vita su un pianeta diverso», si legge nell’articolo, sottolineando come questa visione sia vista come un pericolo da attivisti e scienziati, una pericolosa illusione che incoraggia l’indifferenza verso certe tematiche.

«Se è vero che tutte le azioni recenti per un clima migliore – si legge – hanno prodotto buoni risultati, quanto è stato fatto in decenni di menefreghismo ha contribuito a rendere meno validi certe spinte. Così l’adattamento non può più essere scartato: gli effetti devastanti del cambiamento climatico non sono più nel futuro, stanno accadendo ora. Allora nei prossimi cento anni – che saranno condizionati da disastri ambientali e si spera da straordinarie risposte dell’uomo – sarà importante sia la costruzione di un mondo migliore, sia il salvataggio di quello in cui viviamo».

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