La sfida di NavalnyLa Russia è ufficialmente una dittatura e Putin un avvelenatore in mutande

La ventennale lotta tra il diavoletto del Kgb e l’angioletto dei tecnocrati liberali si è conclusa con la prevedibile vittoria definitiva dei falchi. Navalny è stato condannato. Ma quello che era apparso un sacrificio folle è un piano rischioso ma calcolato: una protesta sempre più diffusa per rendere impossibile la vita al Cremlino, e incentivare pezzi dell’establishment russo a fare a sua volta pressioni su Putin

Navalny
Moscow City Court via AP

«La mia vita vale tre copechi». Nel suo ultimo discorso al tribunale, prima di venire condannato a tre anni e mezzo di prigione, Alexey Navalny scommette molto di più, in una puntata in cui si gioca non soltanto la sua sopravvivenza. Sa che la sera del 2 febbraio 2021 entrerà nella storia: è il giorno in cui la Russia di Vladimir Putin cessa definitivamente di fingersi un autoritarismo dal volto umano, una “democrazia illiberale” o un’altra invenzione dei suoi spin doctor, per diventare una dittatura senza aggettivi. Una trasformazione che viene compresa perfettamente nelle capitali occidentali: Berlino e Parigi, Washington e Londra, e le varie voci di Bruxelles, condannano tutti unanimi il «mancato rispetto delle forme più basilari di democrazia» e chiedono una «liberazione immediata e incondizionata» del capo dell’opposizione russa.

Niente più dialogo, niente rimproveri di rito a margine di altri negoziati: l’Alto rappresentante per la politica estera europea Josep Burrell annuncia che volerà a Mosca per parlare solo di Navalny, il segretario di Stato americano Anthony Blinken chiede la liberazione anche delle migliaia di detenuti arrestati nelle proteste degli ultimi giorni. Navalny a questo punto non è soltanto il russo più famoso insieme a Putin, non è solo il suo principale avversario, ma è l’uomo sul quale il Cremlino si sta giocando la sua sopravvivenza. La svolta appare senza ritorno: ignorati tutti i rischi di diplomazia e immagine, la sera dopo la sentenza i poliziotti in tenuta da Guerre Stellari hanno manganellato e stordito con l’elettroshock i manifestanti scesi nelle vie centrali di Mosca e Pietroburgo a protestare, incuranti delle telecamere come dei clacson indignati delle auto che passavano.

Chi sperava che nella lotta tra le “due torri” (in realtà molte di più) del Cremlino prevalesse la moderazione è rimasto deluso: la ventennale lotta per l’anima di Putin tra il diavoletto del Kgb e l’angioletto dei tecnocrati liberali si è conclusa con la prevedibile vittoria definitiva dei falchi. Navalny è stato condannato senza alcuna remora per la legalità: il giudice ha trasformato in reale una condanna per frode del 2014, già dichiarata illegale e montata dalla corte europea per i diritti umani di Strasburgo e comunque già scaduta. Il governo russo aveva addirittura risarcito Navalny su ordine di Strasburgo, per poi riesumare un “periodo di prova” sulla stessa condanna che scadeva alla fine del 2020, e sul quale Navalny aveva violato l’obbligo di firma perché era in Germania a curarsi dopo il tentativo di avvelenamento del 20 agosto scorso. «Ero in coma, vostro onore», ha obiettato, accusando poi Putin di averlo voluto incarcerare per punizione, dopo che non solo era sopravvissuto all’agente nervino Novichok, ma aveva svelato l’identità dei suoi avvelenatori, agenti dei servizi segreti russi, l’Fsb. Già dichiarato prigioniero politico da Amnesty e dai governi occidentali, dovrà scontare ora 2 anni e 8 mesi di prigione (aveva già trascorso quasi un anno ai domiciliari), ma viene indagato insieme ai suoi collaboratori su altre accuse e gli informatori vicini al Cremlino sono convinti che verrà rinchiuso per almeno 10 anni.

Una prospettiva che appare abbastanza realistica: Putin ha bruciato i ponti con i moderati e l’Occidente, e sicuramente vorrà farla pagare all’uomo che ha mostrato a tutto il mondo il lusso pacchiano del suo palazzo segreto e che nell’aula del tribunale ha sostenuto che il presidente russo sarebbe entrato nella storia come “Vladimir l’Avvelenatore di mutande”. Ma quello che era apparso un sacrificio folle già quando Navalny aveva annunciato di voler rinunciare all’ospitalità di Angela Merkel per tornare in patria è un piano rischioso ma calcolato. Intanto, in due settimane il leader dell’opposizione è riuscito a far scendere in piazza un numero di persone senza precedenti, e a coinvolgere nella protesta città finora molto lontane dalla fronda liberal delle capitali. Ha spinto il putinismo, incapace di gestire lo scontento, a estremizzarsi e a screditarsi, facendogli perdere sponde in casa e all’estero. Come Alexandr Lukashenko sei mesi prima, Putin viene costretto dalla protesta a consegnarsi alla polizia e ai servizi, e ad andare incontro a nuove sanzioni americane ed europee. Il fatto che ieri all’ultimo momento è stata sostituita la giudice del processo, dopo che era stato cambiato anche il tribunale, il cui presidente è stato pensionato a sorpresa, è un chiaro segnale di come perfino pezzi del sistema repressivo si rifiutano di seguire Putin nella spirale repressiva, anche perché si rendono conto che il regime non durerà in eterno.

È il calcolo che fa Navalny: una protesta sempre più diffusa, in piazza, in rete, nella società civile, che incalza Putin e i suoi reazionari e li costringe a fare nuovi errori, come le espulsioni degli studenti che partecipano alla protesta e il blocco totale o parziale della connessione con l’Internet mondiale, social inclusi. Insieme alle pressioni e alle sanzioni internazionali dovrebbe rendere impossibile la vita al Cremlino, e incentivare pezzi dell’establishment russo a fare a sua volta pressioni su Putin. È evidente che Navalny a questo punto uscirà dalla prigione solo con un cambio di regime. Ma quando disegna sul vetro della sua gabbia in tribunale un cuoricino per la moglie Yulia in lacrime e le grida «Non essere triste, andrà tutto bene» mentre viene portato via in manette, probabilmente conta non solo di entrare nella storia russa come un eroe, ma anche di uscire vincitore nella sua sfida a Putin.