Non moriremo grilliniTravolto da un insolito destino nell’azzurro mare draghiano, il Pd comincia a dare segni di vita

Soddisfatti di Draghi e poco nostalgici di Conte, deputati e senatori pensano sia arrivato il momento di cambiare linea, di salutare i Cinquestelle e di tornare a essere riformisti. Ce la faranno?

Mauro Scrobogna /LaPresse

La polemica sull’intergruppo parlamentare tra i partiti che sostenevano Giuseppe Conte (senza Italia viva) rivela il malessere per la linea del segretario dem Nicola Zingaretti porta avanti dalla nascita del governo Conte 2, e cioè l’alleanza strategica tra Partito democratico e Movimento 5 stelle.

Non è un mistero che nell’ultimo anno e mezzo molti parlamentari non abbiano condiviso l’idea di un comune percorso politico, anche se pubblicamente il Partito democratico è sempre stato piuttosto compatto. 

Di fronte all’esecutivo guidato da Draghi, alcuni cominciano a porre seriamente in dubbio la strategia di Nicola Zingaretti. C’è chi, come Lia Quartapelle, crede che la discussione 5 stelle sì 5 stelle no sia superata dai fatti: «Mi sembrano dibattiti politicisti, in questo momento il Partito democratico deve concentrarsi su come sostenere il governo, come riuscire a rendere possibili le riforme che ha elencato Draghi. Rispetto al discorso del presidente del Consiglio queste polemiche francamente impallidiscono». 

La deputata dem prevede che nei prossimi mesi saranno le parole di Draghi a imporre il dibattito, e sarà su questi temi che i partiti si divideranno o troveranno sintesi, non su altro. 

Fausto Raciti, “giovane turco” e in grande sintonia con Matteo Orfini, pone invece una questione più profonda: «Quest’idea dell’intergruppo secondo me rivela una tentazione, che è quella di provare a creare una contraddizione tra i ministri del governo Draghi e i gruppi parlamentari del governo Conte. Come se questa che si apre fosse una parentesi momentanea dopo la quale tutto tornerà come prima: l’occasione che ci offre Draghi non può essere trattata come un incidente della storia, ma è frutto di una linea politica sbagliata da parte del Partito democratico, che ha confuso un governo figlio di una mediazione del momento, cioè quello dell’estate 2019, trasformandolo nel sol dell’avvenire».

Naturalmente nel Pd non tutti pensano che le premesse del governo Conte e dell’intesa con il Movimento 5 stelle siano rimaste uguali. Anna Rossomando, vicepresidente del Senato e vicina al segretario Zingaretti, rivendica invece un’evoluzione: «Mi sembra che il Movimento 5 stelle oggi non sia affatto lo stesso partito del 2019, ci sono stati dei cambiamenti rispetto al governo gialloverde che abbiamo condiviso insieme, sull’Europa e sui decreti sicurezza per esempio. Il Pd ha esercitato un ruolo nello spostare l’asse sulle politiche. E poi bisogna dirsi la verità: vogliamo tornare allo schema del Conte I? Io non rimpiango la maggioranza sovranista, e anzi penso che il lavoro fatto in questi mesi abbia ridato rappresentanza a una parte del voto per il Movimento 5 stelle che ha sempre guardato a sinistra. A questi elettori il Pd deve parlare».

Secondo Rossomando «è giusto discutere nel partito come abbiamo peraltro fatto in molte sedi e in molte direzioni, ma è superfluo parlare di un congresso che non c’è. Non è una novità il tema dell’allargamento del campo del centro sinistra. A me non sembra che quando l’alternativa era tra l’alleanza con i 5 stelle e il voto qualcuno si sia alzato e abbia detto che la maggioranza che si stava formando era contro natura e bisognava tornare alle urne. E non mi sembra poi che quando Stefano Bonaccini in Emilia Romagna ha provato a costruire un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, pur non riuscendoci, qualcuno gli abbia fatto notare che era necessario un congresso interno per deciderlo».

È questo atteggiamento che però non convince Raciti: «Per molti di noi questa alleanza è incomprensibile soprattutto per le sue modalità: non ne abbiamo mai discusso in nessun luogo, le alleanze definiscono chi sei, mi sembra evidente che questo sia un nodo che va sciolto in un congresso. E oltretutto il Pd inserisce in questo dibattito una proposta contraddittoria, perché contemporaneamente sostiene la necessità di una legge proporzionale, che di per sé rende superflue le alleanze pre elettorali. Insomma, più che strategia io vedo un po’ di confusione»

Il punto di partenza, tra le varie anime del Partito democratico, è in ogni modo condiviso: difficile poter vincere le elezioni da soli, l’idea di un grande partito autosufficiente è probabilmente tramontata. C’è una divergenza su come superarla, questa autosufficienza, come spiega Alessia Morani, deputata ed esponente di Base riformista, la corrente che fa capo al ministro della Difesa Guerini: «Credo che le alleanze vadano condivise e discusse internamente, non si può imporre come dato di fatto un’intesa politica con partiti che non hanno le nostre stesse radici. È una scelta impegnativa su cui c’è bisogno di fare esprimere anche i territori, perché il nostro partito ha una struttura federale e non si può prescindere dalla base per prendere scelte di questo tipo».

Secondo Morani, nel momento in cui si discute di come affrontare un centrodestra molto competitivo, che pur dividendosi più volte per sostenere governi diversi poi riesce a vincere le elezioni locali, non si può non partire dai partiti più vicini. E tra questi non c’è il Movimento 5 stelle: «Prima di parlare con loro, che è una cosa necessaria e non lo nego, mi preoccuperei di ricostruire il centrosinistra. Con LeU, Italia viva e Azione ci sono molti punti condivisi, le radici sono le stesse, è chiaro che il dialogo va impostato in primo luogo con loro».

Prima definisci bene chi sei, conclude la deputata, e poi puoi allearti con chi non ha le tue stesse radici per battere l’avversario. La discussione è cominciata.

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