Giù il siparioL’addio di Dibba e il tramonto della politica pasticciona

Per i grillini il futuro è nero, la crisi drammatica, la base sbandata. Come forse mai prima nella recente storia italiana, Draghi sarà un presidente del Consiglio fortissimo perché la golden share non ce l’ha nessun partito. Forse si potrà finalmente dare un senso a una legislatura isterica

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Apertasi con uno scontro violentissimo fra Matteo Renzi e Resto del mondo, prolungatasi con una sudaticcia ricerca di responsabili, si chiude oggi nel modo più intelligente una crisi di governo che stava scappando di mano ai partiti ma non alla Politica con la P maiuscola, quella interpretata da Sergio Mattarella. Mario Draghi ce l’ha fatta. E ora tutto cambia. Primo contraccolpo, già ieri sera con le dimissioni di Alessandro Di Battista, e in questa storia è il secondo grillino, dopo Giuseppe Conte, a rimetterci le penne. Il sì del Movimento 5 Stelle a Draghi, tramite la farsa online – il risultato era scontato – non è stato «digerito», così ha detto lui, dal descamisado di Roma nord, l’ex gemello di Luigi Di Maio, la figura-simbolo del Movimento sansepolcrista sconfitto dal Movimento diventato partito di governo a tutti i costi essendo l’unico partito presente in tutti e tre i governi della legislatura.

Nell’8 settembre del M5S è difficile capire cosa farà il comandante Dibba, senza perfino escludere che si tratti di una separazione in qualche modo consensuale tra partito di governo e partito di lotta: anche se queste alchimie non funzionano mai. L’addio di Di Battista di certo non sfiorerà il governo che sta per nascere, il resto sono problemi suoi.

Mario Draghi  come forse mai prima nella recente storia italiana, sarà un presidente del Consiglio fortissimo. Chi può metterlo in difficoltà? La golden share non ce l’ha nessun partito per la buona ragione che nessun è determinante e anzi caso mai ciascun partito dovrà rimettersi a Draghi se vorrà evitare problemi. Forse per questo è legittimo pensare che nascerà una nuova politica con molto meno tattica e molta più strategia: una bella sfida per partiti che sono per ragioni varie e diverse tutti affaticati.

La crisi di governo ha infatti evidenziato tutto lo sfilacciamento del M5S, la sua difficoltà a padroneggiare la logica della politica,  salvando la faccia in extremis grazie alla trovata grillesca del ministero per la transizione ecologica ma subito dopo riproponendo una caricatura della democrazia con la consultazione carbonara su Rousseau e il clamoroso abbandono di Dibba.

Il futuro è nero, la crisi drammatica, la base sbandata. Quanto al Pd, ormai è difficile discernere la verità delle cose dalla propaganda che viene ammannita dal Nazareno. Gli si legge in faccia la non smaltita stizza per come è finito male il «punto di riferimento dei progressisti», alias Giuseppe Conte, per come è stato ignorato l’aut aut bettinian-orlandiano «o Conte o elezioni», per l’inevitabile e imprevedibile confronto congressuale, per i conflitti su chi debba fare il ministro (sarebbe clamorosa l’esclusione dell’ex capodelegazione Dario Franceschini, quello ritenuto il più abile di tutti).

Mentre il terzo partito di una coalizione che in realtà non esiste (Grillo pensa ai fatti suoi, altro che Pd), cioè Liberi e Uguali, si spacca in due spicchietti, Matteo Renzi ha fatto un canestro da 3 punti ma si ritroverà in un certo senso a dover ripensare una strategia di lungo periodo, che non è esattamente la sua specialità.

Invece l’eterno Silvio Berlusconi è riuscito, anche grazie al protagonismo di Mara Carfagna, nell’impresa di riportare Forza Italia al governo senza muovere un dito. E di Salvini già si è scritto molto: è vera conversione? Forse no, ma per ora è certo che ha rimesso la Lega in campo, diversamente da Giorgia Meloni che patriotticamente adesso deve sperare in un insuccesso di Draghi, cioè esattamente della Patria. Si volta pagina dunque, per tutti. Con il governo Draghi che nasce, muore una politica politicante, rissosa e pasticciona e si dà un senso a una legislatura isterica. Almeno si spera

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