Il sottobosco dell’amiciziaQuella strana nostalgia per le persone che conoscevamo appena

Affetti stabili e instabili, congiunti e parenti. Ma la socialità di ognuno si nutre anche di una fitta serie di interazioni occasionali, leggere ma familiari, che definisce la presenza nel mondo e spesso ne costituisce anche la parte migliore

Marina Lakotka, da Unsplash

Non sono davvero amici, non sono neanche conoscenti (e se è per questo neppure congiunti, qualsiasi cosa voglia dire). Sono quei rapporti intermedi, quasi casuali ma non del tutto, abbastanza superficiali ma non troppo, che scandiscono (scandivano) la vita di ciascuno.

Come definire quelle persone con cui ci si trova a giocare un po’ a calcio, o si vanno a vedere partite, con bevuta annessa? O quegli incontri consueti, ma non fissati, che vanno dal giornalaio al compagno di viaggio sul bus o il treno, che popolano la commute casa-lavoro di facce nuove ma familiari?

Il sociologo americano Mark Granovetter li aveva definiti, in un lavoro del 1973 – tuttora uno dei suoi più citati, anche se poi la sua ricerca si è orientata anche in altre direzioni – «legami deboli». Fu una piccola rivoluzione perché, per la prima volta, leggeva il complesso delle relazioni sociali non solo in termini di qualità ma anche di quantità. E nel 2020 tutti hanno potuto verificare quanto avesse ragione.

La nostalgia per quel genere di legami, come racconta questo articolo sull’Atlantic, è una delle peculiarità di questi ultimi mesi. Colpisce proprio perché si tratta di una sensazione inattesa, meno ovvia del dolore dovuto, per esempio, a una separazione forzata tra coppie o familiari. Ma c’è e dimostra come «i legami deboli», spesso trascurati, siano al tempo stesso fondamentali.

Ci sono ricerche che lo confermano: Gillian Sandstrom, studiosa dell’Università della British Columbia, in Canada, ha dimostrato in un lavoro che le persone sono più felici nelle giornate in cui salutano i colleghi (basta un «ciao») o il fornaio sotto casa. In un altro ha scoperto che i candidati che si intrattengono, per esempio, con il barista scambiando qualche chiacchiera si sentano più felici (del 17%) rispetto a chi, invece, chiede solo efficienza. E ancora, questa ricerca scozzese e italiana ha evidenziato che fare parte di piccole comunità (squadre sportive o cori) regali un senso di completezza e serenità.

In media, dicono gli studi, si incontrano dalle 11 alle 16 persone con legami deboli soltanto sulla via per il lavoro. È una serie di interazioni da cui ci si aspetta poco e che impegnano ancora meno, ma proprio questo le rende leggere e percorribili. Spesso sono fonte di notizie, informazioni e varietà sociale e contribuiscono al benessere quotidiano, oltre a fornire una serie infinite di conferme. Funzionano anche per questo.

Secondo lo psicologo Giancarlo Ceschi «non sono affatto deboli», anzi. «Costituiscono la base, l’humus stesso della socialità». Una ricchezza «di relazioni, più superficiali e comuni che sottovalutiamo fino a quando non vengono a mancare».

La pandemia del 2020, con le misure di lockdown più o meno rigidi ha obbligato tutti a fare i conti con questo aspetto. L’invenzione dei congiunti ha sopperito, in via emergenziale, alla preservazione dei rapporti più importanti (o quelli giudicati tali, secondo un’interpretazione della realtà non condivisa da tutti), ma tutto il resto è venuto meno.

Sono relazioni troppo tenui per giustificare l’impegno di una telefonata o peggio ancora, di una chiamata su Zoom. Di tanti non si possiede nemmeno il contatto (né si intende farlo). Con l’annullamento e in certi casi perfino la criminalizzazione delle occasioni di incontro, questa sorta di rete di contatti, umani, quotidiani e più o meno professionali è stata sospesa.

Le conseguenze sono chiare. «Senza questa serie di stimoli ambientali che ci influenzano tanto», continua Ceschi, «le persone sono debilitate. Un essere umano, secondo gli studi, è in grado di reggere a quattro mesi di stress», passati i quali «cominciano a emergere problemi, di carattere psicologico, che possono avere effetti di lunga durata».

L’importanza di queste relazioni ha una base profonda e si ritrova nell’essenza stessa della comunicazione. «Che è al 90% non verbale», basata cioè su gesti, atteggiamenti, posizioni del corpo. Ma può essere riferita anche a un universo sensoriale (anche solo relativo ai feromoni).

«Il giornalaio che vedo tutti i giorni lo capisce, anche senza esserne consapevole, che quello per me è un buon momento o un cattivo momento, e lo stesso fa il cliente nei suoi confronti». Sono momenti, non significativi, ma numerosi, che condizionano l’atteggiamento, influiscono sull’umore e determinano il benessere psicofisico generale.

«Lo si è visto anche con il rientro dei ragazzi a scuola. Sono relazioni amicali indispensabili, tutti si sono dimostrati contenti di riprendere a praticarle. Non sono amicizie, almeno nel senso più profondo in cui si intende questa parola. Quando si separeranno, al termine degli studi, solo pochi resteranno in contatto. Questo però non diminuisce il valore sociale e individuale di tutte quelle frequentazioni».

A questo va aggiunto anche un altro aspetto: come dimostrava sempre uno studio di Granovetter, queste amicizie periferiche sono spesso la via migliore per accedere a occasioni lavorative (anche più dei legami stretti). La pandemia ha colpito anche lì.

L’ingresso in un nuovo ambiente professionale, senza le conseute interazioni sociali ha accresciuto, anziché diminuito, le difficoltà per i nuovi entrati. E lo stesso vale per le possibilità di carriera in grandi società. Un danno ulteriore, più difficile da conteggiare, al sistema economico.

Insomma, la restrizione delle comunicazioni, degli scambi e degli incontri, tutti insostituibili online, va ad aggiungersi al carico psicologico che la pandemia lascerà dietro di sé. «I divorzi, i nuovi assetti familiari, gli anni di scuola persi – non dimentichiamo l’amnistia di fatto avvenuta l’anno scorso – i lutti». Per recuperare equilibrio ci vorrà tempo, così come ne servirà per ricostruire quel sottobosco di amicizie periferiche, così sottovalutato e così prezioso.