La lingua salvataL’impresa di tradurre un romanzo contemporaneo scritto in arabo classico

La scelta della scrittrice Rasha al-Amir, autrice di “Il giorno del giudizio” (La Nave di Teseo) è quella della classicità. Al suo protagonista, un imam, fa utilizzare un idioma antico e ufficiale perché è quello con cui esprime il suo vero io. E lo avvicina ad al-Mutanabbi, il poeta più importante e controverso

da T Foz, Unsplash

I due grandi protagonisti immateriali de “Il giorno del giudizio” sono la lingua araba e al-Mutanabbī, il gigante della poesia araba vissuto nel X secolo.

«La lingua non è una forma d’arte, bensì l’arte degli Arabi per eccellenza».

La lingua usata da Rasha al-Amir è una varietà di arabo classico colta e ricercata, che in alcuni punti potrebbe risultare di difficile comprensione anche a un parlante nativo. Tale scelta è giustificata dal fatto che l’imam protagonista del romanzo ha compiuto i suoi studi religiosi in arabo classico e si è formato con le grandi opere esegetiche, teologiche, giuridiche redatte in questa lingua, divenuta il mezzo attraverso cui egli esprime più sinceramente il suo io.

Ricordiamo che nel mondo arabo vige la diglossia, per cui la lingua madre di un arabofono è una varietà dialettale di arabo usata nelle interazioni quotidiane, mentre la lingua scritta che viene acquisita a scuola è l’arabo classico, la lingua ufficiale di ogni Stato, della stampa, dell’amministrazione, dell’istruzione e di una grande tradizione letteraria.

Per Rasha al-Amir, fine e fiera conoscitrice della sua lingua che ha più di 1500 anni, scegliere di scrivere in arabo classico è stata la scelta più naturale possibile, quella che riflette senza artifici la personalità del suo eroe. In arabo classico, chiamato dagli Arabi fushà, l’ “eloquentissima”, è scritto il Corano e una immensa mole di letteratura religiosa e si esprimono, di norma, gli “uomini di religione” musulmani.

Rasha al-Amir sceglie con grande accuratezza il lessico del suo romanzo, facendo leva sulla magia che la parola, detta o scritta, suscita sull’utente arabo. L’autrice sfrutta la grande ricchezza e plasticità dell’arabo classico anche a livello morfologico e sintattico, e talvolta non esita a proporre delle soluzioni innovative allontanandosi dal canone.

La sensazione che si ha leggendo il romanzo in arabo è quella di una lingua sospesa, fuori dal tempo, sensazione confermata dall’assenza di qualsiasi riferimento spaziale e temporale nel romanzo.

Per rendere in italiano questa particolarità linguistica dell’opera, ho scelto, ad esempio, di usare dei latinismi, di non ricorrere mai ad anglicismi e a prestiti da lingue straniere in generale, di usare vocaboli desueti o dal sapore letterario e di lasciare intatta, dove possibile, la notevole lunghezza di periodi che riflettono il modo di esprimersi del protagonista, pedante e confuso per educazione e formazione.

Le scelte linguistiche e stilistiche di Rasha al-Amir sono una appassionata dichiarazione d’amore dell’autrice per la sua lingua, un tentativo letterario di preservare e valorizzare il patrimonio linguistico arabo, sempre più aggredito dagli influssi di altri idiomi, soprattutto l’inglese e il francese, e a volte denigrato dalle giovani generazioni.

L’arabo classico, lingua dell’eterno Libro di Dio, è anche la lingua dell’opera profana di al-Mutanabbī, uno dei maggiori e più controversi poeti arabi medievali, sommo simbolo dell’arabicità, l’unico personaggio che nel romanzo viene indicato per nome. Al-Mutanabbī è la figura che fa conoscere l’imam e la sua amata e lo stesso protagonista del romanzo appare per certi versi come un moderno al-Mutanabbī.

Per comprendere il peso di questo poeta – i cui versi fanno parte del programma scolastico standard nei paesi arabi e sono percepiti come aforismi che incarnano il gusto arabo per l’espressione concentrata – lo si potrebbe paragonare a quello che Dante rappresenta nella cultura italiana: massima espressione dell’italianità.

Al-Mutanabbī, rappresentante di una delle epoche più feconde della cultura arabo islamica, è il fiero e altezzoso poeta di corte che ha consegnato le sue rime ricche di immagini epiche e beduine all’eternità, nella convinzione che la poesia gli avrebbe garantito l’immortalità.

Grande interprete innovatore della tradizione, il poeta ha raggiunto un’immensa fama nei secoli successivi alla sua morte, e non si contano i poeti arabi che a lui si sono ispirati.

L’eroe di Rasha al-Amir lo definisce «un morto più vivo di chiunque altro di mia conoscenza». Tutto il romanzo è attraversato da citazioni erudite del “miracolo religioso che è il Corano e del miracolo profano che è la poesia di al-Mutanabbī”, riprendendo le parole dell’imam, parallelismo per nulla casuale.

L’estasi suscitata dalla perfezione della parola coranica e il fascino che la recitazione di poesie suscita, oggi come nel passato, nel pubblico arabo sono i due principali catalizzatori de “Il giorno del giudizio”.

I versetti coranici che ricorrono nel romanzo sono citati, quasi interamente, nella traduzione di A. Bausani (Il Corano, BUR, Milano 2008). La maggior parte dei versi di al-Mutanabbī è stata da me tradotta; alcuni sono riportati nelle traduzioni di F. Gabrieli (Studi su al-Mutanabb, Istituto per l’Oriente, Roma 1972) e di M. Diez (al-Mutanabb. L’emiro e il suo profeta. Odi in onore di Sayf ad-Dawla al-Hamdan¤, Ariele, Milano 2009).

Introduzione a “Il giorno del giudizio”, di Rasha al-Amir, La Nave di Teseo, 2021, pagine 386, euro 22

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