La sconfitta dell’antipoliticaQuando Mario Draghi inizia a giocare, uno come Di Battista deve abbandonare la partita

Il descamisado contestatore ha deposto le armi proprio dopo l’ascesa dell’ex presidente della Banca centrale europea. Esce dai Cinquestelle uno che per un po’ si è concesso il ruolo di rivoluzionario

Lapresse

L’abbandono formale di Alessandro Di Battista dal Movimento cinque stelle segna simbolicamente la data di morte del MoVimento (con la V maiuscola) così come lo abbiamo conosciuto in questi anni. Senza Dibba, angelo dalla faccia sporca e gran contestatore della politica in quanto tale (denominata appunto “antipolitica”) laddove Beppe Grillo era il deus ex machina teatrale e Gianroberto Casaleggio l’ideologo post-nichilista, senza Dibba – dicevamo – il Movimento cinque stelle diventa un partito come e peggio degli altri, di dimensioni verosimilmente ridotte rispetto ai sondaggi – tipo 10 per cento, se va bene – e completamente immerso nel compito di conservare il potere ottenuto in questi anni: per farla semplice, un obiettivo così così che ha la faccia di Luigi Di Maio.

Dibba è un’altra cosa, è l’Incorruttibile che volendo tagliare tante teste ha dimenticato di salvare la sua.

Non è affatto casuale, ma anzi un preciso meccanismo della Storia, che Di Battista lasci il campo appena si è accesa la stella di Mario Draghi. È la metafora dell’interminabile derby tra politica e antipolitica chiusa con la vittoria della prima: ha vinto Draghi, ha perso Dibba. E infatti quest’ultimo, con un guizzo di lucidità, ha deposto le armi proprio in conseguenza dell’ascesa dell’ex presidente della Banca centrale europea, incarnazione, ai suoi occhi velati da fumisterie ideologiche, di mali del mondo: le banche, l’Europa, le istituzioni sovranazionali.

Indigeribile, per questo tupamaro de’ noantri, eroe dei due mondi che fra Guatemala e Congo e Teheran si è messo a giocare come un bambino fa col mappamondo in un suo personalissimo ricercare le ragioni di una lotta peraltro sideralmente lontana dalla sue possibilità e capacità.

Quel po’ po’ di razionalità della politica come ricerca del bene comune che la biografia di Draghi comunica è entrata inevitabilmente in conflitto con le visceralità di un racconto a metà tra l’utopia e il baretto sotto casa, tra la mistica di un popolo immacolato e la realtà di una società complessa, tra un mondo bucolico e uno sviluppo in atto da tre secoli almeno. E quando un progetto a suo modo visionario viene piegato a comizio di provincia ecco che quando arriva la politica, quella vera, non c’è più niente da fare: quando un uomo che la fa troppo semplice incontra un uomo che fa politica alta, l’uomo che la fa semplice soccombe.

Eppure Dibba ha avuto non diciamo l’Italia ma la politica italiana in mano. È stato il bel ragazzone antipatico che le mandava a dire a tutti, dal capo dello Stato in giù con la spavalderia di un Neri della Cena delle beffe – «chi non beve con me peste lo colga» – e l’inflessibilità di un sanculotto di Roma nord. Laddove Di Maio era subito parso il freddo arrampicatore, Di Battista era percepito come lo spaccone dalla parte delle ingiustizie a prezzo di saldo, e se il paragone non fosse grottesco il dualismo Di Maio-Dibba avrebbe rappresentato l’ennesima puntata della contesa tra riforme e rivoluzione, tra compromesso necessario e purezza indiscutibile.

Parevano compensarsi, integrarsi, quanta retorica sull’amicizia fra i due, e forse era pure vera: quanto tempo è passato.

Facile fare il Di Battista con Silvio Berlusconi imperante, con Mario Monti, con Matteo Renzi: i cattivi al di sopra di ogni sospetto mentre lui, il Cittadino Dibba-Saint Just, elevava le picche della rivoluzione vaffanculesca con le teste della Prima e della Seconda Repubblica in attesa di instaurarne una Terza, che non venne mai. Ed ecco quindi che, per continuare il parallelo storico, la Rivoluzione mangia i suoi figli, ed è dell’altro giorno la scena penosa al Senato di Paola Taverna, altra indimenticabile pasionaria della San Sepolcro grillina, che implora il Partito democratico di inventarsi il famigerato intergruppo per tentare di arginare i dissidenti (una mossa incomprensibile, e si è visto) o l’altra Giovanna d’Arco grillina, Virginia Raggi, che va a gettarsi nel rogo di una sconfitta dura, lei sindaco uscente, a Roma.

Cambia il mondo anche se è presto per dire se stiamo diventando il famoso Paese normale che non siamo, ma certo Di Battista che lascia la barca che affonda sembra alludervi, come la lucina verde dall’altra parte della baia intravista la sera dal Grande Gatsby, come il segno di un futuro anti-antipolitico.

Pare finita, signore e signori. Come si dice degli amori sfioriti, è stato bello finché è durato. “E ora, pover’uomo?”, è il titolo di un vecchio e dimenticato romanzo: che farai Alessandro? «Sei giovane, gajardo… Pala e piccone, tu devi andare a lavorare», dice Mastroianni e Gassman nella notte del fallimento dei soliti ignoti. Lavorare? Forse: ma di certo non sarà facile, ora, inventarsi un Movimento cinque stelle2-La vendetta. Nemmeno per Di Battista, descamisado sconfitto.

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