Sotto mentite stelleIl post-grillismo non è che la continuazione del grillismo con altri mezzi

La militanza anti-M5S, che è stata troppo flebile mentre rimbombava la retorica della costituzionalizzazione del vaffanculo in pochette, continua a esserlo ora che il Movimento recede nella forma ma si riafferma nella sostanza. Con il rischio di minimizzare la gravità dei danni che l’istanza apulo-venezuelana ha creato e può ancora creare, quale che sia l’aspetto esteriore che essa assume

Fabio Sasso/LaPresse

La militanza anti-grillina aveva pochi partecipanti, e per il resto si trattava della generale sottomissione al canone di governo spiccio e simpaticamente sgrammaticato dei bravi ragazzi dell’avvocato in chief, il costruttore del modello italiano che si è meritato sul campo l’onore di guidare con mano sicura la meglio gente d’Europa, «un immenso gruppo popolare disciplinato e teso verso l’obiettivo» (copyright Giuliano Ferrara).

Ma la retorica che celebrava la costituzionalizzazione del vaffanculo in pochette non era contraffattoria: dava il nome proprio a cose molto vere. Raccontava il Paese com’era e, ciò che è peggio, come ambiva a essere: una specie di latifondo diversamente sovranista affidato al potere prefettizio e all’irresponsabilità del super commissario, il campiere delle nuove istituzioni coltivate a dpcm e finalmente sottratte all’assedio del parassita parlamentare.

Nel frattempo, i dubbi su certi dettagli della vita civile, tipo fare due passi senza dover leggere diciotto ordinanze per sapere fin dove è lecito, e le preoccupazioni su altre faccenduole extra-Covid come il diritto di non essere processati a vita, erano liquidati al rango di capziosi passatempo di una nuova miopia piccoloborghese: perché c’era da mettersi guanti e mascherine e non rompere i coglioni, altro che dare addosso a Luigi Di Maio che dopotutto s’è rivelato mica male perché Mario Draghi ha cominciato a fargli buona impressione.

L’esiguità dell’opposizione al grillismo si conta – e non è un caso – anche ora che il grillismo recede in forma e si riafferma in sostanza, e cioè quando sarebbe tanto più necessario riconoscerne e denunciarne la pericolosità per il danno che può fare anziché per la foggia che assume. Una parentesi di competenza, peraltro riempita anche con una buona quota dell’alfabeto pregresso, non promette nulla di buono se è dalla maggioranza osservata come il caso dello sviluppo illustre e meramente correttivo di un andamento generalmente accettabile: salvo credere – e siamo al punto – che al Paese non sia stato fatto proprio nulla di male, e che il miglior inglese del presidente del Consiglio non serva, ma basti, per rimediare agli strafalcioni di una classe un po’ discola ma infine onesta. È il peggior regalo che gli si potrebbe fare, con la sua reputazione officiata a ventriloquia dell’identica istanza apulo-venezuelana.

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