Dice PittellaL’alleanza PD-M5S-LeU non è sufficiente perché lascia fuori i riformisti

Il vice presidente del gruppo dem al Senato è favorevole a un congresso superata la pandemia, pensa che i dem debbano costruire una classe dirigente «ampia e plurale che abbracci le grandi famiglie politiche europee». Draghi potrà assumere sempre più un ruolo guida in Europa, con l’appannamento di Macron e l’uscita di scena di Merkel

LaPresse

Gianni Pittella è uno dei pochi parlamentari di peso che ha deciso di tirarsi fuori dalla corsa per i ministeri e di non danzare nel valzer dei sottosegretari. Mentre i suoi colleghi si prodigavano in telefonate tattiche, spifferi ai giornalisti e gomitate sotto la cintura per entrare nel governo Draghi, l’ex capogruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo ha deciso di rimanere al suo posto a Palazzo Madama. «Non l’ho chiesto, non me lo hanno proposto e, a dirla tutta, non mi interessa. Ho la buona ventura di svolgere un ruolo importante di vice presidente del gruppo del Pd in Senato ed è in questa veste che vorrei farmi sempre più, non certo da solo, ufficiale di collegamento, di confronto costruttivo tra governo e democratici. È un ruolo tanto più prezioso oggi, in un momento in cui le scelte di risposta all’emergenza sanitaria e di pianificazione di enormi risorse per il rilancio del Paese hanno bisogno di un Parlamento che indirizzi e che vigili».

Che idea si è fatto del governo Draghi dopo questi primi giorni?
Troppo poco il tempo trascorso dalla formazione del governo per abbozzare un giudizio non superficiale. Ma mi sembra che l’entrata in scena di Mario Draghi abbia immediatamente fatto recuperare un atteggiamento di attenzione, attesa e rispetto da parte dell’opinione pubblica, per non parlare delle cancellerie internazionali e dei mercati: un capitale di fiducia che è vitale non solo per il destino del Paese, ma anche per la stessa credibilità della politica.

Alcuni osservatori hanno giudicato Draghi finora troppo silenzioso per la politica urlata di oggi. Potrebbe essere un problema nel lungo periodo?
Non vedo questo rischio. Lo stile in Draghi è sostanza, è messaggio di sobrietà e serietà, e al contempo di concretezza ed efficacia. Nulla si comunica per inseguire o solleticare gli umori. È anche questa la distanza dalla politica politicante e dalla comunicazione del Papeete.

Eppure Salvini si è già fatto sentire chiedendo di riaprire tutto. Esige addirittura un cambio di passo da parte del ministro della Salute Roberto Speranza. Draghi dovrebbe seguire il suo consiglio?
Non esiste una strategia univoca di contrasto a un fenomeno devastante come la pandemia. Anche nel resto del mondo ci sono stati approcci diversi e correttivi progressivi. Penso che il principio di precauzione debba restare la stella polare. Tuttavia da soluzioni drastiche generalizzate si potrebbe ragionevolmente passare alla dinamica dei dispositivi “chirurgici” riservando le misure più restrittive alle aree geografiche più investite dalla diffusione incontrollata dei contagi. Ovvero: graduali riaperture, dove possibile, e secondo percorsi protetti, sia nel settore turistico recettivo sia in cinema e teatri.

Il nostro giornale ha criticato il silenzio del Partito democratico che sta lasciando sempre più spazio mediatico a Salvini. In generale la sensazione è che il segretario Nicola Zingaretti sia rimasto un po’ spaesato da questa crisi. Secondo lei ci sarà bisogno al più presto di un congresso, come ha proposto Matteo Orfini?
Penso anch’io che, superata l’asprezza della pandemia, sarà necessario un congresso. Il mondo è cambiato rispetto all’ultimo congresso e servirà un partito capace di ridisegnare strategia, obiettivi di fondo, strumenti per realizzarli e una leadership che abbia il carisma per affrontare la battaglia elettorale.

Ha pensato di candidarsi? O ha già in mente chi sostenere?
Non mi iscrivo al gioco dei candidati e ho rispetto per la guida di Zingaretti, anche quando non ne condivido le scelte. Ma non sfuggo alla sua domanda. Penso che mentre altri partiti siano costretti tra poche figure di riferimento, il PD abbia una platea ampia di personalità, impegnate nel Parlamento, nel partito e negli enti locali. Sindaci e presidenti di regione rappresentano un tesoro di esperienze ed energie a volte preziose. Personalmente darò un contributo di idee, insieme a tanti amici, nel solco della cultura di cui mi sento depositario e che sento feconda per l’avvenire del partito e del Paese.

Nell’avvenire del Partito democratico ci sarà ancora l’alleanza col Movimento Cinque Stelle?
La politica italiana è in movimento e la costituzione del Governo Draghi ha spinto verso la costruzione di un diverso scenario politico, nel quale la collaborazione tra Partito democratico Cinquestelle e Liberi e Uguali è diventata una condizione necessaria ma non sufficiente per vincere la sfida della prossima guida del Paese. A dirla tutta è un perimetro che lascia fuori un pezzo di riformismo italiano e persino di area moderata ed europeista. La mia idea è che proprio il PD e nel PD i riformisti debbano lavorare per allargare, per costruire una alleanza di governo ampia e plurale che abbracci le grandi famiglie politiche europee e i movimenti che in questi anni si sono cimentati con la prova del governo .

Proprio perché nel perimetro del Pd manca un pezzo di riforismo italiano Linkiesta ha lanciato l’idea di un’Alleanza per la Repubblica contro il bipopulismo perfetto.
Lo dico senza infingimenti. L’Italia ha avuto nella cultura azionista, liberalsocialista la sua cultura migliore e più moderna, eppure più dimenticata e minoritaria, stretta tra le due grandi culture democratico cristiana e comunista. Se lei mi chiede se il Paese avrebbe bisogno di recuperare il pensiero di Rosselli e Solari, di Gobetti e Bobbio, la oratoria politica di Lussu, Parri, Spadolini, Pertini e Ciampi, io dico di SI! SI senza dubbi! È la cultura di fondo di Draghi e dovrebbe essere un troncone fondamentale del Partito Democratico! La mia vita passata e presente e le mie battaglie future sono e saranno umilmente su questo solco.

Il Partito democratico sembra però esserselo dimenticato, diventando col tempo sempre più subalterno al pensiero del M5S.
L’alleanza con il M5S nasce come una necessità e al contempo una sfida. La necessità di ridare all’Italia, dopo la sbornia sovranista, un orizzonte di governo europeista, atlantico e progressista, cioè saldamente ancorato al destino europeo, all’alleanza con gli Stati Uniti e la Nato, a valori di giustizia sociale, di sostenibilità ambientale e convergenza territoriale. La sfida era quella di mettere insieme forze con posizioni diverse su molti temi e che si erano detestate per anni. In fondo, con tutti i limiti, l’esperimento è riuscito e il PD ha contribuito a una evoluzione positiva del Movimento verso la fatica delle scelte di governo, del compromesso, della tenuta democratica del Paese.Nell’adempiere il suo senso di responsabilità di fronte al Paese, caricandosi i costi della tenuta della maggioranza, a volte il PD non ha adeguatamente marcato la sua natura socialriformista e liberaldemocratica ed è giusto che oggi si faccia interprete di questa cultura e di quella battaglia di fondo di modernizzazione del Paese che in Draghi trova il primo campione.

Eppure a cinque giorni dal referendum sul taglio dei parlamentari nel gruppo Facebook ufficiale del M5S apparve un attacco contro di lei: “Incollato alla poltrona con tutta la famiglia dal 1979”.
Lo dico sinceramente: sono trascorsi anni luce da quegli attacchi volgari, volgari e inconsistenti, nel senso di privi di cultura politica che i CinqueStelle delle origini lanciavano non a me ma a tutti coloro che avevano una storia, delle radici. Era il tempo dell’iconoclastia cieca, del nuovismo irresponsabile e i cittadini delusi lo cavalcavano e alimentavano. Quanta acqua è passata sotto i ponti. Sembra si parli di lustri fa, e sono solo invece un anno o poco più. La prova difficile del governo, a maggior ragione in questa storica drammatica contingenza, sanitaria ed economica, ha cambiato tutto. I cittadini tornano a chiedere competenza, esperienza e dedizione e gli stessi Cinquestelle hanno scoperto la fatica della decisione di governo, la difficoltà di contemperare interessi, di produrre avanzamenti. La gran parte degli esponenti del Movimento oggi hanno un’altra consapevolezza, un altro rispetto. Molti sono ora miei amici, e guardano con rispetto alla storia di cui mi sento indegno erede, la storia del socialismo italiano, del riformismo progressista, delle battaglie di mio padre perchè la Basilicata uscisse dall’isolamento rurale, dall’oblio della marginalità.

Conte dovrebbe ritornare a fare il professore a Firenze o lo vede bene come capo del M5S?
Giuseppe Conte non è più solo un giurista di livello, un professionista accorsato, è molto più. È un uomo politico e di governo che merita rispetto e gratitudine. Non ho condiviso alcune sue scelte e non mi ascrivo ai suoi plauditores acritici o a chi lo lancia impropriamente a ruoli di federatore o di candidato presidente del Consiglio anzitempo o fuoritempo. Penso invece che, quando ve ne sarà occasione, Conte possa dare un contributo importante di protagonismo politico al Movimento e alla coalizione.  

Molto dipenderà anche da come andrà questo governo. Come cambierà il ruolo dell’Italia in Europa con l’avvento di Draghi?
Come ho sottolineato più volte, il secondo governo Conte retto da una maggioranza europeista trainata dal PD aveva già recuperato all’Italia una solidità e una credibilità di immagine europea ed internazionale rispetto ai primi vagiti sovranisti ma è chiaro che con Draghi l’Italia chiama l’uomo migliore del Paese al timore della nave e ho la percezione che con la volontaria uscita di scena di una leader straordinaria come Angela Merkel e l’appannamento di Macron, Draghi potrà assumere sempre più un ruolo guida in Europa, rimettendo al centro, con l’Italia, politiche di riforme che coniughino uomi e mercato, sviluppo e sostenibilità, progresso e responsabilità. Il sogno dell’Europa.

Per anni lei è stato uno dei politici italiani più importanti in Europa. Cosa le manca di più dei tempi di Bruxelles e Strasburgo?
Mi manca l’interscambio culturale, assai fecondo, con personalità politiche e istituzionali di ogni dove in Europa. Un’esperienza arricchente. E aggiungo, le confesso, che altra cosa che mi manca è la perfetta organizzazione dei lavori che c’è a Bruxelles. Al Parlamento europeo il calendario d’aula e delle commissioni si conosceva con larghissimo anticipo e ciò consentiva di costruire l’agenda degli incontri politici, degli appuntamenti con i portatori di interesse, oltre che la vita privata, in modo più funzionale, più efficiente. A Roma regna l’eccezione, lo straordinario e i programmi cambiano continuamente

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