Per ridereLa satira è servita con i monologhi di Arianna Porcelli Safonov

Menu fatti di piatti che sembrano avere poco di buono, degustazioni con termini surreali e decontestualizzati, una cucina slegata dalle tradizioni e dalle sue radici agricole. L’attrice e scrittrice irride la cucina degli chef star e fa riflettere sull’importanza che ha la valorizzazione della nostra cultura gastronomica

«Increspature di timpano di tacchino portoricano cotto a bagnomaria nel liquido amniotico di figlio di Ricky Martin. Le increspature vengono poi servite su un piatto di erba gatta predigerita cotta al vapore». Riaprono i ristoranti, solo a mezzogiorno, ma riaprono, e tornano ad accoglierci, ognuno con le sue caratteristiche. Così Arianna Porcelli Safonov torna a raccontare i menu più improbabili: in “Non ci sono più i menu di una volta” la satira punta il dito su quelle contorsioni mentali che tolgono anima e respiro alla ristorazione, quella vera, autentica, genuina. Per chi non la conosce, Arianna Porcelli Safonov, intrattenitrice («si può dire o pare brutto?») come lei stessa si definisce, scrive e mette in scena testi che fanno ridere e pensare insieme. Testi che toccano tutte le pieghe della nostra società. Anche la gastronomia, argomento che l’artista ha trattato anche nello spettacolo “Cibo, vino ed altri castighi sociali”.

Arianna dice di diventare “antipatica” quando si tratta questo tema, ma «Chi disprezza compra» dice «e la gastronomia in realità mi appassiona. Anzi, mi appassiona l’ambito agricolo, di cui la gastronomia è la principale espressione. Parallelamente, sono appassionata dagli impostori, da quelli che trasformano la realtà a loro uso e consumo». L’attenzione al mondo del cibo nasce nel Pavese: «dalle esperienze fatte sull’Appennino, dove ho conosciuto molti produttori: vado in giro alla ricerca di persone che ancora coltivano la terra come va fatto, di luoghi dove si mangia come si dovrebbe mangiare, luoghi che conservano la cultura alimentare della zona. Ecco, la cultura alimentare, di cui l’Italia dovrebbe essere ricchissima, è quello che ci manca: andiamo a fare la spesa e siamo indifesi di fronte all’offerta, non conosciamo più la stagionalità, e va a finire che torniamo a casa con i pomodori in febbraio».

Perché viviamo in un Paese facile agli innamoramenti, che si lascia sedurre dalla gastronomia “facile” alla Master Chef, una realtà che non sfugge all’ironia dei monologhi di Arianna né alle sue considerazioni: «sarebbe bello, in un mondo ideale, che certi programmi di cucina che fanno intrattenimento potessero anche educare».

Ma c’è un risvolto della medaglia: «oggi timidamente stiamo riscoprendo alcune botteghe virtuose, ritroviamo il gusto del contatto, chi è ignorante in materia ma vuole comunque mangiar bene si lascia spiegare il lavoro degli artigiani; e gli artigiani hanno imparato a comunicare le loro conoscenze, un patrimonio su cui non si può barare. Meglio frequentare questi posti che quei ristoranti in cui ti senti sempre e comunque inadeguato. I ristoranti, come i teatri, sono e devono essere luoghi di cultura e di socialità, di aggregazione culturale: luoghi che stanno soffrendo profondamente le chiusure di questo periodo. Ma più sono chiusi, più c’è voglia, fame di tornarci».

È questo il tipo di cultura gastronomica di cui dobbiamo riappropriarci in Italia, guardando all’esempio dell’estero, di Francia e Spagna, dove «fanno magie con il poco che hanno», e guardando alle nostre radici: «tutti noi abbiamo nonni contadini, che avevano una vera conoscenza dei prodotti agricoli, e che si rivolterebbero davanti a certe proposte della cucina attuale. Le nostre tradizioni si sono perse, sembriamo soffrire di una sorta di dualismo che ci porta a rinnegare il nostro retaggio per voler essere “fichissimi”». Dal lato opposto di questa cultura si colloca il mondo dei foodblogger, che non vengono risparmiati dalle battute di Arianna: «in tutto l’universo dei blogger c’è una grande mancanza non di professionalità, ma proprio di professionismo: divulgare va bene, ma chi divulga dovrebbe essere competente, non limitarsi a fare foto di piatti. In generale, dovrebbe cambiare il modo di comunicare: bisognerebbe insegnare alla gente ad avere gusti propri, non a canonizzare e uniformare tutto. Solo così si può riflettere la grande varietà di sapori che compone il nostro patrimonio, e che ci riporta alla realtà contadina. È un discorso che vale anche per il vino, per il modo di condurre le degustazioni».

E di vino Arianna Porcelli Safonov si è occupata con il monologo “Terroir Sauvage”: nel mirino, come sempre, le ipocrisie. «Lo facevo in diversi eventi enogastronomici, anche davanti a produttori di vini naturali: qualcuno ha provato a offendersi, qualcuno ha provato a insultarmi. Ma va bene così, vuol dire che il pezzo ha funzionato. Se i menu dei ristoranti sono un tema che coinvolge il grande pubblico, un argomento con cui tutti abbiamo avuto a che fare, i vini naturali no. È il rovescio della medaglia della riscoperta delle tipicità: l’analisi, la degustazione, si risolve in una sfilata di termini decontestualizzati che solo a sentirli i nostri nonni contadini di cui parlavamo prima ci avrebbero ammazzato. Tutti sono esperti di vino, tutti sfoggiano parole da conoscitori, ma poi se arriva in tavola un cestino con un pane di merda nessuno dice niente. Ecco, bisognerebbe tornare alla semplicità».

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