La paura del 31 marzoI direttori del personale non pensano di licenziare dopo lo sblocco dei licenziamenti

Secondo un sondaggio effettuato dall’Aidp, il 53,5% non lascerà a casa nessun dipendente. I piani di ristrutturazione riguarderanno i settori più colpiti. Ma il 24% non ha ancora preso una decisione e molto dipenderà dalle misure che saranno prese. Le priorità: riduzione del costo del lavoro, deroga al decreto dignità e riforma delle politiche attive

(Unsplash)

Quella della proroga del blocco dei licenziamenti economici oltre il 31 marzo è una delle prime decisioni che dovrà prendere il governo Draghi. Allo studio c’è l’ipotesi di una mini proroga, evocata anche dal ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti davanti ai lavoratori della Whirlpool. Ma i sindacati vorrebbero prolungarlo per tutti fino all’estate, o almeno finché non saranno riformati gli ammortizzatori sociali. Mentre il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha già precisato: «Non vorremmo di nuovo, tra poche settimane, assistere a una nuova protrazione del blocco generale dei licenziamenti».

Quella data segnata in rosso nel calendario della politica in realtà non sembra essere così attesa dalle imprese per aprire i rubinetti dei licenziamenti di massa. I sindacati temono la perdita di 1 milione di posti di lavoro. Ma gli addetti ai lavori sostengono che le imprese non sono così intenzionate a inviare centinaia di migliaia di lettere di licenziamento allo scadere del divieto.

Almeno secondo quanto indica un sondaggio effettuato dall’Aidp, l’Associazione dei direttori del personale, tra 404 responsabili delle risorse umane di imprese di settori diversi per capire proprio cosa accadrà allo scadere della mezzanotte del 31 marzo. E si scopre che il 53,5%, ben oltre la metà, non ha in programma nessun licenziamento.

Il 20% ha dichiarato che darà seguito ai licenziamenti previsti. E questo riguarda soprattutto i settori più colpiti dalla pandemia, dalla ristorazione al turismo. Dove però si concentrano anche i contratti a termine, che sono già crollati a picco. Secondo gli ultimi dati dell’Inps, sono oltre 664mila i rapporti di lavoro in meno attivati da gennaio a novembre 2020. Ma il saldo tra assunzioni e cessazioni di contratti stabili è stato positivo per 243mila unità. In direzione del tutto opposta invece i dati sui contratti a termine, con un saldo negativo di 263mila unità.

Il 24% dei direttori del personale intervistati dice in realtà che non ha ancora preso una decisione sui licenziamenti quando il divieto, in vigore da marzo, cadrà. E ha risposto che molto dipenderà dalle misure a sostegno delle imprese che verranno messe in campo.

A guardare i dati, quindi, gli imprenditori non sarebbero impazienti di mandare i dipendenti a casa come si teme. «Una parte significativa delle nostre aziende sarà costretta ad avviare piani di ristrutturazione, soprattutto nei settori più colpiti dalle conseguenze dell’emergenza pandemica», spiega Isabella Covili Faggioli, presidente di Aidp. «Permane, tuttavia, un’ampia fascia di incertezza sul da farsi e qui, probabilmente, molto dipenderà anche dalle scelte di politiche del lavoro e politiche economiche che il nuovo governo metterà in campo. Prima fra tutte segnaliamo il costo del lavoro come leva strategica, unito a una profonda riforma, non più rinviabile, delle politiche attive».

Tra le misure più urgenti per mantenere i livelli occupazionali, circa l’82% degli intervistati ha indicato le misure di natura fiscale e previdenziale per ridurre il costo del lavoro. Per il 48,5% sarà centrale invece la conferma della sospensione delle causali per il rinnovo contratti a termine (la deroga al decreto dignità) e per il 41,34% gli incentivi alle assunzioni per giovani, donne e disoccupati.

Quanto alle misure da prendere a breve, il 20% circa chiede la proroga del cassa integrazione Covid e il 22% la riforma dei centri per l’impiego. Per oltre un terzo sarà utile anche il potenziamento del contratto di espansione o di altre forme di incentivo ai prepensionamenti.

Nel sondaggio si chiedeva anche quali misure saranno messe in campo se i dipendenti dovessero rifiutare la vaccinazione anti-Covid. E solo il 2,72% del campione ha risposto che sta studiando la possibilità del licenziamento e il 3,5% che pensa a provvedimenti disciplinari.

Su questo tema, ancora molto dibattuto dai giuslavoristi, per il momento prevale la prudenza: il 40% non ci ha ancora pensato, il 37% circa prevede di aumentare la comunicazione e l’informazione per incentivare la vaccinazione. Ma c’è anche chi ha pensato (9%) alla possibilità di mettere in smart working – se il ruolo e la mansione lo consentiranno – il dipendente che dovesse rifiutare di vaccinarsi. Per l’8,5% il rifiuto alla vaccinazione non sarà un problema perché si continuerà con le misure di tutela sanitaria già prese.

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