Stime di abbondanzaLa salute degli animali del Mediterraneo è a rischio?

Determinare il numero di esseri viventi che appartengono a una singola specie è fondamentale. Consente di capire lo status di conservazione e determina il valore soglia sotto cui non si può scendere. In Italia questa attività di monitoraggio è affidata all'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale

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Definire le stime di abbondanza delle specie, cioè la loro distribuzione, nel Mare nostrum significa garantire il buono stato ambientale (Ges – Good Environmental Status) del Mediterraneo. È il fine cui tende l’Europa con la Direttiva 2008/56/CE sulla Strategia Marina: prevenire, proteggere e conservare l’ambiente marino dalle attività umane impattanti.

In Italia lo sviluppo delle attività di monitoraggio delle specie nel bacino mediterraneo è affidato a Ispra, per conto del Ministero dell’ambiente.

Determinare il numero di individui che appartengono a una singola specie è fondamentale per capire lo status di conservazione e il valore soglia al di sotto del quale non andare per evitare di compromettere la salvaguardia e conservazione degli animali.

«Se tu hai cento animali e ne uccidi cinquanta provochi un disastro – spiega a Linkiesta Giancarlo Lauriano, ricercatore presso l’area tutela della biodiversità marina e aree marine protette Ispra – Se a perire sono esemplari femmina, l’effetto sulla conservazione si amplifica e diventa ancora più impattante. Se, invece, perdi due animali il danno è sostenibile, nonostante dal punto di vista etico la morte di un singolo essere vivente non sia mai accettabile».

Molti problemi del Mediterraneo derivano dal fatto che sia un bacino chiuso: «Tutto quello che vi succede ha effetti 10 volte superiori rispetto all’esterno». E le specie che lo popolano sono soggette a una pressione inquinante tanto forte che in alcuni casi sono più contaminate delle loro controparti atlantiche.

Ma la fauna mediterranea soffre di problemi anche indipendenti dall’inquinamento, come catture involontarie in attrezzi da pesca e collisioni con i natanti.

La balenottera, ad esempio, a causa del suo andamento natatorio in superficie si scontra con le imbarcazioni veloci, quelle che generalmente viaggiano sopra i 20-25 nodi. «Come testimoniano diversi studi, per sventare questo rischio sarebbe sufficiente ridurre la velocità dei traghetti. Così si abbatterebbe la mortalità e si limiterebbe l’incidenza delle collisioni con le specie animali marine. In questo modo, infatti, gli animali avrebbero più tempo per evitare lo scontro».

Il problema si accentua nei siti in cui si osserva maggiore concentrazione di balenottere, per esempio nella zona del santuario Pelagos, compresa tra Liguria e Corsica, dove gli animali si raccolgono in cerca di cibo soprattutto nel periodo primaverile-estivo, che è anche il momento di maggiore traffico marittimo.

Un altro problema riguarda la cattura accidentale (bycatch), causa di mortalità diretta per i mammiferi che rimangono impigliati nelle reti e muoiono per soffocamento. È il caso del capodoglio, oggi presente nel Mediterraneo in numero esiguo.

«Questa specie è stata decimata negli anni ’80-’90, vittima delle reti pelagiche molto grosse costituite da maglie ampie (40-50cm), solitamente utilizzate nel basso Tirreno, tra Sicilia, Calabria e Sardegna per catturare il pesce spada. Anche quest’anno sono stati rilevati casi di cattura accidentale, che la guardia costiera ha cercato di risolvere al largo delle isole Eolie. Anche la stenella, delfino pelagico che si concentra in grandi numeri in questa zona, è vittima dello stesso problema».

Nel 2020 i ricercatori di Ispra hanno scandagliato una vasta zona di mare intorno all’Italia. «Nel 2021 e fino al 2023 verrà ripetuto questo monitoraggio. L’obiettivo è di disporre di una serie di informazioni continuative per stabilire l’andamento numerico degli individui delle diverse specie e definire i relativi valori soglia».

Il metodo di studio è il cosiddetto line transect distance sampling, il monitoraggio è previsto attraverso piattaforme aeree che coprono l’area di studio in modo omogeneo. Questo, precisa Lauriano, garantisce un’indagine precisa in termini spaziali e temporali.

Per quanto riguarda la salute delle specie nel Mediterraneo, è difficile dare una valutazione su un presunto miglioramento o peggioramento nel tempo, non avendo a disposizione dati passati sull’intero bacino.

«Nonostante ciò, alcuni numeri ci confortano: sappiamo ad esempio che le stenelle del Mediterraneo sono stimate in oltre 600.000 esemplari. Prima non avevamo numeri, ma solo ipotesi. In base a quest’ultime, si pensava che questo animale, anche a causa del bycatch, fosse in pericolo. Negli anni Novanta è stata registrata un’altissima mortalità di esemplari legata ad una infezione virale (Morbillivirus) che si temeva potesse comprometterne la popolazione».

Ad oggi non si riconoscono fenomeni di estinzione di specie di cetacei nel Mediterraneo. «Tuttavia sono state segnalate situazioni di rischio per la sub-popolazione delle orche di Gibilterra, estremamente ridotta in termini numerici. Si parla di appena 40 esemplari».

Altra questione è quella della sopravvivenza degli uccelli marini mediterranei, come la berta minore, la berta maggiore, la berta delle Baleari e l’uccello delle tempeste (tutti e quattro appartengono all’ordine dei procellariformi, come l’albatro). La loro conservazione è a rischio sia a terra, dove gli uccelli nidificano, che in mare, dove ricercano cibo.

Nel primo caso, il problema deriva dalle specie aliene invasive portate dall’uomo, come il ratto nero che si ciba dei pulcini e delle uova dei volatili. Tuttavia, grazie al lavoro condotto dai progetti finanziati dal programma europeo Life, in molte isole italiane si è combattuta questa minaccia attraverso azioni mirate di derattizzazione.

In acqua, invece, il rischio per i volatili è causato dalla competizione ittica con l’uomo, dall’inquinamento da plastica – un problema che riguarda anche le tartarughe – e dalla pesca accidentale. Il Mediterraneo è una delle zone con maggior conflitto tra attività di pesca e uccelli marini e se le risorse alimentari scarseggiano, gli uccelli adulti non riescono a riprodursi. «In sessant’anni, le popolazioni di volatili marini hanno registrato un calo del 70%», spiega Jacopo Cecere, ricercatore presso l’area per l’Avifauna Migratrice di Ispra. Dal 2008, è impegnato nella ricerca e analisi dei dati Gps sui movimenti degli uccelli marini, ottenuti grazie a un minuscolo e leggero zainetto radio posto sulla loro schiena.

E il calo rilevato dal ricercatore non è confinato al Mediterraneo ma, addirittura, a tutto il pianeta.

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