Messaggi in bottigliaVino sul divano

Ecco la nuova puntata della newsletter mensile che chiacchiera di aromi, calici e bouquet con eleganza e comodità, cercando di fare il punto su ciò che è accaduto nell'ultimo mese

La sensazione è che più che parlare di mondo del vino sia necessario oggi più che mai fare alcuni distinguo e parlare quindi di mondi del vino, ben diversi tra loro.

Da una parte ci sono quelle cantine che hanno chiuso il 2020 con un fatturato in decisa crescita, performance causate dal contesto sociale in cui ci siamo ritrovati a vivere per buona parte del 2020. Specie in primavera e in autunno non abbiamo frequentato ristoranti e bar e quello che abbiamo bevuto lo abbiamo aperto a casa, acquistando le bottiglie al supermercato (più del solito), online (molto più del solito), in enoteca (generalmente meno del solito, con alcune eccezioni). Dall’altra ci sono un numero enorme di realtà medio/piccole che guardano a questo 2021 con la speranza di riuscire a muovere almeno in parte tutto quel vino che nei mesi scorsi è rimasto immobilizzato in cantina, e verso il quale non ci sono state politiche di particolare sostegno da parte del Governo. Vini il cui sbocco commerciale è sempre stato legato alla sola Horeca (acronimo di Hotellerie-Restaurant-Café/Catering), in Italia e all’estero.

Il 2020 per queste cantine era iniziato bene: molti importatori americani avevano concentrato i loro ordini nelle prime settimane dell’anno nel timore di vedere applicati anche nei confronti dei vini italiani, oltre a quelli francesi, i dazi inizialmente voluti dall’amministrazione Trump come ritorsione per gli aiuti dell’Unione Europea ad Airbus, concorrente della statunitense Boeing. Molti gli ordini, molto il vino che in quel periodo aveva attraversato l’oceano prima della catastrofe causata dalla pandemia: i lockdown di marzo, aprile, maggio hanno messo in ginocchio una larga parte del mondo del vino considerato come artigianale, quello che non ha i numeri per lavorare con la Grande Distribuzione Organizzata e che ha sempre visto nell’Horeca il proprio partner privilegiato. Con le progressive riaperture l’estate è andata molto bene, le vendite “dirette” in cantina sono state mediamente ottime e grazie all’ampio turismo interno si è riusciti a recuperare una buona parte di quello che si era perso in primavera. Poi però è arrivato l’autunno e soprattutto un Natale a mezzo servizio, periodo che storicamente coincide con i fatturati più importanti.

Cinque le cantine interpellate prima di scrivere questa newsletter – la più piccola produce circa 10mila bottiglia, la più grande 10 volte tanto – e nessuna che abbia chiuso il 2020 con una perdita meno che particolarmente preoccupante. Dal -10% di quella che ha performato meglio al -37% di quella più in difficoltà.

Da una parte ci sono quindi quelle grandi aziende che sono riuscite a consolidare il proprio ruolo e che nei prossimi mesi continueranno a cavalcare un’onda a loro favorevole, dall’altra quelle medio/piccole che guardano a questo 2021 con ancor maggiore preoccupazione, se possibile. Non esistono dati pubblici sui fatturati e sui volumi perché non esistono associazioni in grado di produrli. L’ampio e sfaccettato mondo del vino italiano non ha una rappresentanza in grado di raccogliere l’enorme mole di dati che questa importante fetta dell’economia agricola produce. Ci sono associazioni territoriali e ci sono molte associazioni di produttori. In entrambi i casi sono realtà che si occupano di promozione, quasi mai di divulgazione di dati che permettano di interpretare lo stato dell’arte relativo a un determinato periodo storico. Ci sono i dati sulla vendemmia, numeri che parlano più di volume che di valore, e quelli statistici relativi al commercio che arrivano a distanza di oltre un anno.

La diretta conseguenza è che il mondo del vino viene percepito come molto disunito, soprattutto come un settore non così colpito dalla crisi di questi mesi. Non serve sottolineare quanto sarebbe utile il contrario, quanto sarebbe cioè importante conoscere le criticità della filiera che è alle spalle di un altro dei settori della crisi più colpiti: quello della ristorazione. Se però le chiusure (e le tante proteste) di ristoranti e bar sono sotto gli occhi di tutti la crisi dei loro fornitori, produttori di vino in testa, sembra sempre passare un po’ sottotraccia, e questo è un gran problema.

«It’s a new year, and there’s a new administration in Washington, but the American wine industry remains tangled in the same set of thorny problems: Covid-19, government tariffs and climate change». Eric Asimov e tutte le problematiche legate all’anno che è appena iniziato. Sul New York Times.

The Brexit effect: will fine-wine prices rise? Lo rilanciavo già il mese scorso: Brexit ha portato con sé maggior lavoro dal punto di vista amministrativo per chi si occupa di importare vino. Risultato? I prezzi al consumo in UK rischiano seriamente di aumentare.

E di là non va meglio: Wine tariffs are crushing US importers.

Per non parlare del vino australiano in Cina, prodotto al centro di una guerra commerciale ben più ampia: How China is devastating Australia’s billion-dollar wine industry.

Fabio Pracchia, qui la puntata di Vino sul Divano registrata insieme a lui, è uno dei più bravi giornalisti del vino italiani, per molti anni tra le colonne della guida edita da Slow Food, Slow Wine. Da poche settimane ha deciso di dedicarsi all’insegnamento, tenendo però stretto il suo rapporto con il vino nel blog che ha aperto per l’occasione. Questo post dedicato al Chianti Classico è uno dei suoi soliti gioiellini.

Ma che belli questi approfondimenti proprio di Slow Wine dedicati a vini/vitigni non così conosciuti. Qui la trentina Nosiola.

Federica Benazizi aka Savoy Truffle aka Psychopompous, ovvero una delle autrici più brillanti ci siano in circolazione, ne ha fatta un’atra delle sue: 2020, il Mondo del Vino in 12 Meme. Applausi a scena aperta.

Un lungo approfondimento insieme al suo direttore, Axel Heinz, su uno dei vini italiani più celebrati, l’Ornellaia, una delle pietre preziose di famiglia della Frescobaldi. Su Wine Spectator.

Nel 2020 Vivino, l’app che permette di catalogare, commentare, acquistare quasi ogni vino del mondo, ha incrementato il proprio giro d’affari del 157% e qualche giorno fa ha chiuso un round di investimenti da 155 (!) milioni di dollari. How digital sommelier Vivino is becoming a Netflix for wine, su Fortune.

Quo Vadis Alto Adige? Scopro così Trink, magazine in lingua inglese dedicato al racconto delle regioni a lingua tedesca (Germania, Austria, Sud Tirolo, parte della Svizzera).

Che belle le digressioni porthosiane, genere letterario del vino a sé stante. Qui una breve conversazione sulla sfortunatissima annata 2002, seguita da una bella serie di assaggi.

Angelo Peretti continua la sua cronaca legata alle vicende del Prosecco Rosé, di cui è stato da subito grande sponsor (a ragione, imho). Qui racconta di un pezzo di Amy Wislocki su Decanter dedicato alla tipologia con al suo interno ben 4 vini da 90 centesimi: «che cosa ottieni – scrive la wine writer britannica – quando incroci due categorie di vini che godono di un successo stratosferico? Di sicuro un successo ancora più grande. Tra i consumatori, il Prosecco e il rosé hanno avuto un successo talmente grande che sembra strano che la tipologia del Prosecco Rosé sia stata lanciata sul mercato solo adesso».

Ancora Angelo e un rosato che vale 100 centesimi. L’introvabile, o quasi, Viña Tondonia Rosado Gran Reserva 2010 di López de Heredia.

Va bene che di mappe del vino se ne sono viste di ogni tipo, ma i puzzle mi mancavano. Italia, Francia, Spagna, notevolissimi.

Parentesi biodinamica. Non è recente ma mi ci sono imbattuto solo ieri: una ricerca che dimostrerebbe quanto sia centrale l’utilizzo del corno nell’uso del preparato 500. Non quindi una superstizione ma un elemento fondamentale per la propagazione di un fungo a sua volta centrale per la vitalità microbiotica del preparato stesso.

Ci sono pezzi che a parità di impostazione funzionano meglio di altri. Per il tono, certo, ma anche per l’ordine degli argomenti e per l’impaginazione, oltre che per le foto. Questo è uno degli articoli dedicati ai Gravner più belli abbia visto in giro. Su Sprudge:

«For me, what I do here is not fashion. Those who just make orange wine because the market suggests it will most likely focus elsewhere when the fashion changes, although I am convinced that there will always be many producers out there that will stand with their feet on the ground while they make wine. Yes, I make my wine with all considerations towards nature, and yes it is clear that there’s a difference between industrially-made wines and good wine. Past that, what defines a natural wine?

I don’t like to talk about natural wine, and especially not when suggesting a wine only because it’s natural, as it implies that all other wines have a questionable relationship with nature. I make wine, wine as simple as possible and at this moment, my cellar operates with three kilowatts of electricity, or rather four, because I recently added a more powerful peristaltic pump. But I’m proud of this, as I should be, right? But I’m not convinced we are defining natural wine this way.

Following fashions also means being more attractive to the market—which requires a certain type of product that we are not focused on. In the end, it is not for me to claim a trend or responsibility for some movement for nothing because I simply make wine that I believe in and that I like to drink».

Siamo stati a Montalcino e abbiamo assaggiato un mucchio di vino: oltre 120 Brunello 2016 e oltre 60 Brunello Riserva 2015, le annate appena uscite. Che spettacolo, specie la prima (come ampiamente previsto e annunciato).

Ancora Intravino: il (brutto) caso della vignetta sessista di Bettane+Desseauve.

Un aggiornamento da Drink Black, movimento che vuole sostenere le cantine di proprietà nera. The Drink Black Movement Must Tap the Source.

La bella storia di Kyla Peal di Slik Wines ospitata in forma di diario su Bon Appétit: «la nostra conversazione è passata verso ciò che sapevamo mancare nel mondo del vino e della ristorazione – diversità, equità e inclusione – e verso come avremmo potuto sviluppare una piattaforma per supportare la comunità del vino e dell’ospitalità».

Ma parliamo di inclusione, e di cosa significa nella pratica avere atteggiamenti che possano portare il mondo del vino a essere, appunto, più inclusivo. Meet the San Francisco sommelier making wine more inclusive with funny Instagram videos.

Appuntamento al 18 marzo, ciao.