KmZero L’architettura ci aiuta a mangiare cibo più fresco

Molti esempi virtuosi in giro per il mondo dimostrano come restituire terra alle città, anche solo virtualmente come succede con l’agricoltura aeroponica, sia un’idea efficace e sostenibile

Il termine “miglia alimentari” è spesso usato per riferirsi alla distanza percorsa dal cibo durante il suo processo di produzione e ai rispettivi impatti ambientali di questo viaggio. In breve, questa parola sottende un modello che cerca di garantire la qualità del cibo e ridurre gli sprechi puntando su una distribuzione più efficiente e una logistica che accorcia le distanze tra produzione e consumo.

Perché finora la situazione è ben distante dal celebre KmZero, tanto citato quanto poco messo in atto. Nel suo libro Food Routes: Growing Bananas in Iceland and Other Tales from the Logistics of Eating (2019), Robyn Shotwell Metcalfe si riferisce al paradosso del pesce catturato nel New England, esportato in Giappone e poi rispedito negli Stati Uniti come sushi, rivelando un rete ampia e complessa che nessuno può vedere quando acquista cibo giapponese da asporto al super sotto casa.

Nel libro Da Fazenda para a Cidade ( Dalla fattoria alla città), Rafael Tonon ci spiega che il 95% del cibo negli Stati Uniti percorre più di 1,6mila chilometri per raggiungere i punti vendita al dettaglio. E quanto ci mette? Mediamente una settimana per arrivare dalla costa orientale ed essere distribuita in tutto il Paese.

Ma non tutto è perduto, anzi: e forse sarà proprio l’architettura a contribuire a farci mangiare cibo più fresco e soprattutto più vicino, come ci racconta un articolo di Archdaily.

Molte nuove iniziative hanno cercato di connettere nuovamente gli abitanti delle città con il loro cibo, per renderli più consapevoli di tutto ciò che consumavano, cogliendo la crescente preoccupazione per l’ambiente che si sta facendo sempre più pressante. Se il trasporto di cibo su strada nel solo Brasile produce più di 100 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, è il caso di incoraggiare sempre più le pratiche di locavorism, che è l’abitudine di acquistare cibo solo da produttori locali o piccole imprese sul territorio.

Nel nord del Brasile viene incoraggiata la semina di orti in cortili e giardini privati con il progetto Quintais Sustentáveis (cortili sostenibili): l’obiettivo è la sicurezza alimentare e nutrizionale, che sia in grado di creare anche una fonte di reddito e inclusione sociale e produttiva per le persone in situazioni di vulnerabilità. E c’è anche chi, con una legge, prova a rendere utili i lotti vuoti, abbassando le tasse a chi utilizza questi spazi per creare orti urbani aperti alla comunità: è il caso di San Francisco.

Ma è il pensiero architettonico delle città e degli edifici che le costituiscono che può dar modo di ripensare completamente il rapporto cibo-città: alcuni progetti si sforzano di portare il verde combinando architettura, tecnologia ed educazione ambientale, non solo con piccoli orti individuali – anche se stanno diventando sempre più comuni sia nelle case che negli appartamenti – ma principalmente costruendo grandi fattorie verticali e orti urbani in grado di produrre tonnellate di cibo all’anno.

Molti gli esempi virtuosi, che dimostrano come restituire terra (anche solo virtuale, come con l’agricoltura aeroponica) alle città è una idea efficace.

Parigi ha aperto un’enorme fattoria urbana di 14.000 metri quadrati sul tetto di un edificio. Il grande orto non copre ancora l’intera area, ma quando lo farà, potrebbe essere considerata la più grande d’Europa e forse del mondo. Il progetto noto come Nature Urbainée è in fase di completamente presso l’Expo di Parigi Porte de Versailles, il più grande centro espositivo in Francia. La vista sui tetti della città e sulla Tour Eiffel è straordinaria. Ogni giorno sul tetto dell’edificio vengono coltivate oltre mille frutta e verdura di circa 20 specie diverse. C’è cibo di stagione fresco dell’orto, e i giardinieri si occupano della cura delle colture senza utilizzare pesticidi o fertilizzanti chimici.

 

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New York non è da meno. Fondata dall’architetto norvegese Andreas Tjeldflaat, Framlab cerca di promuovere la resilienza sociale e ambientale attraverso il design. Lo studio ideatore del progetto afferma che «combinando la flessibilità della modularità con l’efficienza dei sistemi di crescita aeroponica, il progetto offre strutture agricole verticali autoregolanti che possono fornire ai quartieri prodotti locali a prezzi accessibili tutto l’anno».

Con numerosi studi e pubblicazioni che confermano che le piante sono organismi modulari che crescono attraverso la ripetizione di unità strutturali discrete, Glasir si compone di dieci moduli: cinque moduli di crescita, tre moduli di produzione e due moduli di accesso. Attraverso interfacce standardizzate, come raccontano i creatori «tutti i moduli possono connettersi tra loro, consentendo al sistema di assemblare un numero infinito di configurazioni, consentendo la produzione locale ad alto rendimento di verdure e ortaggi, mentre interagisce con il paesaggio stradale come una nuova figura urbana distinta». La struttura due metri per due può essere eretta ovunque in città, e con la sua presenza svolge anche l’importante ruolo di creare visibilità e consapevolezza sull’importanza di verdure e ortaggi.

Così è Superfarm , progetto utopico dello Studio NAB , ovvero una struttura verticale di sei piani dedicata all’agricoltura urbana che “focalizza la propria produzione sulla cultura dei cibi ad alto valore nutritivo”. Il progetto si basa sui principi del cibo ad alto rendimento come mezzo per rilanciare le economie locali.

Parlando di fattorie urbane, non si può non menzionare anche il distretto agricolo urbano Sunqiao di Shanghai. Con quasi 24 milioni di abitanti da sfamare e un calo della disponibilità e della qualità dei terreni agricoli, la megalopoli cinese è pronta a realizzare un masterplan di 100 ettari dello studio di design globale Sasaki Associates. Situato tra il principale aeroporto internazionale di Shanghai e il centro della città, Sunqiao introdurrà l’agricoltura verticale su larga scala nella città dei grattacieli svettanti. Pur rispondendo principalmente alla crescente domanda agricola nella regione, la visione di Sasaki va oltre, utilizzando l’agricoltura urbana come un laboratorio vivente dinamico per l’innovazione, l’interazione e l’istruzione.

 

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