Il primato delle regoleLe ragioni liberali di Draghi per non esportare i vaccini AstraZeneca

La proposta italiana di bloccare l’esportazione di 250mila dosi di vaccino della casa farmaceutica verso l’Australia non si può considerare una compressione del libero mercato. È invece la volontà di far rispettare i contratti con lo scopo di esercitare pressione sull’azienda affinché recuperi i ritardi nelle forniture accumulati fino a oggi

Pixabay

Ma come – dicono – siete liberali ed esultate per la decisione dell’Unione europea, promossa dall’Italia, di chiudere le frontiere all’export di vaccini? La domanda è in realtà posta male. Nella vicenda del blocco dell’esportazione di 250mila dosi di vaccino di AstraZeneca in Australia, infatti, non c’è alcun riflesso sovranista né una compressione del libero mercato. Al contrario, c’è l’affermazione delle regole e del rispetto dei contratti, che è alla base del mercato e del primato delle regole sulla discrezionalità.

Chiedendo a Bruxelles il blocco dell’esportazione delle dosi di vaccino prodotte ad Anagni, il governo italiano ha agito nella piena legalità e rispetto delle regole europee, secondo cui le singole società devono notificare e aspettare il via libera delle autorità nazionali prima di procedere con il trasporto dei vaccini oltre i confini dell’Unione. D’accordo con la Commissione europea, Draghi ha negato ad AstraZeneca l’assenso all’esportazione delle 250mila dosi, con l’evidente scopo di esercitare pressione sull’azienda affinché recuperi i ritardi nelle forniture accumulati fino a oggi.

Se ci fosse stato bisogno di un’ulteriore dimostrazione di fermezza e leadership da parte del nuovo premier italiano, l’occasione non si è fatta attendere.
La mossa rappresenta il primo blocco all’export di farmaci da quando Bruxelles ha annunciato, lo scorso gennaio, il meccanismo di controllo alla vendita extra Ue. È un’iniziativa autenticamente europea, nella prospettiva di una piena integrazione delle politiche emergenziali, sanitarie e commerciali dell’Unione.

L’iniziativa di Draghi è una risposta netta alla montante polemica antieuropea sui vaccini. Viste le fibrillazioni interne all’Ue, con Austria e Danimarca che hanno deciso di rompere il fronte comune per l’approvvigionamento vaccinale, oltre alle trattative avviate dal Governo di Vienna con la Russia per lo Sputnik V, dopo Ungheria, Slovacchia, e Repubblica Ceca, infatti, quella delle forniture dei vaccini anti-Covid rischia di trasformarsi nell’ennesima puntata della litania sovranista.

Eppure, come osservato da David Carretta sul Foglio di ieri, se l’Ue ha una qualche responsabilità è quella di essere stata semplicemente troppo prudente in un prima fase rispetto a un’opinione pubblica europea estremamente sensibile alla propaganda no vax e, di conseguenza, alle pressioni degli Stati membri per l’adozione di procedure scrupolose da parte dell’Agenzia europea del Farmaco (Ema). A ciò si è aggiunta la difficoltà di dover far accettare alle case farmaceutiche la responsabilità in caso di problemi dei vaccini, contrariamente a quanto avvenuto negli Stati Uniti, in Israele e nel Regno Unito.

Altro discorso riguarda l’inadempienza contrattuale di AstraZeneca, questione che crea un vulnus oggettivo per la tutela della salute dei cittadini europei. Se si considera questo aspetto, da oggi in poi, la decisione di Draghi assume la forma di un potente deterrente per nuovi ritardi. E, con buona pace degli “integralisti” e del Governo australiano (al quale va riconosciuta in ogni caso piena solidarietà e che non dovrebbe prendersela con l’Ue, quanto piuttosto con AstraZeneca), il paradigma del libero mercato non tiene se non si esplica nel perimetro della legalità e del rispetto degli obblighi contrattuali.

Sia chiaro, non crediamo che esista uno scontro tra sfera politica ed economica. Si tratta di una visione superata dalla storia, mentre viviamo in un’epoca in cui è necessario un equilibrio cooperativo tra i vari settori della società. Negli ultimi anni, è stata piuttosto la mancanza di credibilità della politica (oltre che la riluttanza al cambiamento: nel caso dell’Europa, il rallentamento del processo di integrazione) ad aver determinato molta dell’incapacità delle istituzioni di incidere su alcune grandi questioni del nostro tempo.

È la credibilità istituzionale – ce l’ha insegnato proprio Draghi con il whatever it takes – a determinare la capacità di equilibrare gli interessi e di definire, in ultima istanza, scelte politiche coerenti. In questo episodio, la credibilità del governo italiano si è espressa a doppio senso. Da una parte, orientando la posizione dell’UE in relazione al blocco delle esportazioni dei vaccini di AstraZeneca verso l’Australia, dall’altro dimostrando quale può essere il peso di un’Italia credibile in Europa. In breve, più credibilità significa più sovranità. In chiave europea, chiaramente.

L’Australia è un Paese poco vulnerabile sul fronte Covid, ha avuto finora circa 900 vittime da inizio pandemia.