La dose di PavlovLo Sputnik e l’antieuropeismo vaccinale dell’Italia

L’Europa è accusata di non avere autorizzato il vaccino russo senza che mai all’Agenzia europea del Farmaco (Ema) sia arrivata la richiesta di autorizzazione. Malgrado venga usato geopoliticamente da Putin per dividere i Paesi Ue, come nel caso ungherese, la Russia non ha neppure la capacità produttiva sufficiente per se stessa

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Chi si illudeva che la svolta europeista di Salvini fosse una cosa seria, può trarre una precoce smentita dalla telenovela sul vaccino Sputnik e dalle rimostranze contro l’Unione europea per le ritardate consegne delle dosi di Astrazeneca. Deve però soprattutto disilludersi chi sperava che la grancassa contro l’Europa cessasse il proprio soverchiante frastuono, dopo il congedo da Palazzo Chigi del campione dell’antieuropeismo double face, prima buzzurro e poi gentile, ma sempre recriminatorio. 

L’antieuropeismo è un riflesso politico condizionato, una reazione conseguente all’associazione dell’Europa e della sua immagine a qualunque sventura o problema incroci la sorte dell’Italia. Come i cani di Pavlov iniziavano a salivare al suono della campanella che annunciava il cibo, anche se il cibo non c’era, una parte prevalente dell’opinione pubblica italiana inizia a schiumare rabbia e disprezzo contro l’Europa, anche (anzi soprattutto) dove l’Europa non è il problema e la non Europa non è la soluzione. 

Se il Governo Draghi ha riallineato l’Italia istituzionale e ufficiale a una lealtà europea e atlantica che continua a essere estranea ai sentimenti prevalenti dell’elettorato, l’Italia materiale e spirituale continua a essere quella costruita in anni di predicazione diffamatoria, non solo da parte della stampa e della politica populista, ma anche di quella disciplinatamente auto-populistizzata per ragioni di mercato e di consenso o per vocazione gregaria. 

L’Europa è accusata di non avere autorizzato il vaccino russo, senza che mai all’Agenzia europea del Farmaco (Ema) sia arrivata la richiesta di autorizzazione, giustificata come un errore rispetto all’indirizzo di recapito. Insomma: hanno solo sbagliato l’email di destinazione.

Alle istituzioni europee è addebitato da politici e virologi di lotta, e ora pure di governo, un pregiudizio contro l’efficacia miracolosa di questo vaccino, come se non fosse stata di parte russa l’indisponibilità a fornire, in primo luogo alla comunità scientifica, i dati da cui sarebbero stati ricavati questi risultati così positivi. E come è d’uso a quelle latitudini, gli scienziati che hanno chiesto maggiore trasparenza, a partire da Enrico Bucci, sono stati fatti bersaglio della più classica macchina del fango digitale. Ovviamente non è questa opacità a dimostrare nulla neppure nel senso dell’inefficacia del vaccino, però certamente l’accusa di ritardo all’Ema su queste basi ha qualcosa di incredibile.

Peraltro, anche qualora il Governo volesse dare seguito ai consigli di Salvini (sia chiaro: periodo ipotetico dell’irrealtà), il vaccino Sputnik non potrebbe in ogni caso costituire un rimedio d’emergenza per il ritardo delle forniture di Astrazeneca. Malgrado venga usato geopoliticamente da Putin per dividere i Paesi europei, come nel caso ungherese, dove sono state inviate poche migliaia di dosi solo per irridere Bruxelles, la Russia non ha oggi neppure la capacità produttiva sufficiente per se stessa, come si evince dai dati delle somministrazioni, che in Russia sono complessivamente meno della metà di quelle in Italia, in rapporto alla popolazione (3,6 contro 7,6 ogni 100 abitanti). 

Anche nel caso in cui venisse concessa la licenza di produzione in Italia, le prime dosi non arriverebbero che in autunno, quando, malgrado i ritardi delle prime settimane, l’Italia avrà già sicuramente le dosi negoziate per vaccinare tutta la popolazione. 

Come quello dei brevetti, sollevato con il solito tono accusatorio verso Big Pharma, anche quello dei ritardi dell’Ema è un non problema, essendo i problemi esclusivamente quelli di capacità produttiva, che in Europa sta rapidamente aumentando e soprattutto di capacità di somministrazione, su cui come ha spiegato il Commissario Ue Thierry Breton i Paesi membri mostrano le maggiori difficoltà. Però i finti problemi assolvono a una consolidata funzione di esternalizzazione della responsabilità politica e qui si torna al ruolo negativo dell’Europa come discarica delle colpe nazionali rifiutate o misconosciute. 

In ogni caso è surreale, eppure realissimo e dunque molto problematico, questo ricorso al capro espiatorio europeo in un Paese come l’Italia, che sta in piedi solo grazie ai soldi della Banca centrale europea, che può sperare di ripartire solo grazie ai trasferimenti fiscali del NextGenerationEu, che ha la certezza di avere dei vaccini – e di poterli comprare a prezzi sostenibili – solo grazie alle tanto contestate negoziazioni della Commissione europea e che se pure, in queste settimane, avesse avuto più dosi avrebbe solo visto crescere le riserve nei magazzini, che al 3 marzo ammontavano a 2 milioni di dosi su 6,5 milioni finora ricevute.

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