Più verdeLa Bce cerca un ruolo nella lotta al climate change, ma non sa ancora quale

Fin dal primo giorno del suo insediamento la presidente Christine Lagarde ha assicurato di aumentare il peso di ambiente e sostenibilità nella politica monetaria, resta ancora da capire come la Banca centrale europea intenda incentivare davvero la transizione green

LaPresse

Quale ruolo dovrebbe svolgere la politica monetaria per gestire i rischi portati dal cambiamento climatico? Questo è uno dei temi cruciali sul tavolo della Banca centrale europea, desiderosa di ripensare la sua attuale strategia. Se da una parte la presidente Christine Lagarde si è impegnata a inserire la lotta al climate change in agenda e Isabel Schnabel, dal 2020 membro del Comitato esecutivo, ha chiesto di fare pieno uso dei suoi strumenti di politica monetaria per affrontare la questione, dall’altra i governatori di diverse banche centrali nazionali non sembrano interessati a portare il climate change nell’ambito della politica monetaria.

Altri ancora, però, come il governatore della banca centrale francese François Villeroy de Galhau, chiedono una decarbonizzazione del portafoglio di obbligazioni societarie e prestiti detenuti dalla Bce, compresa la limitazione dei suoi acquisti di titoli «da emittenti la cui performance climatica non sia compatibile con l’Accordo di Parigi».

Parallelamente, il governatore della Banca centrale olandese Klaas Knot si è detto favorevole a un abbandono del principio della neutralità, sotto il profilo verde, negli acquisti Quantitative easing (Qe) delle obbligazioni societarie, auspicando che la Bce esplori modalità nuove nel rispetto del mandato.

Come si legge sul Sole24 Ore, se fin dal primo giorno del suo insediamento alla presidenza della Bce Lagarde ha assicurato di aumentare il peso di ambiente e sostenibilità resta da vedersi in che misura una Banca più verde si tradurrà concretamente in un Qe più verde, cioè più acquisti di Green bond o meno acquisti di emittenti con basso rating ambientale.

La domanda fondamentale, spiega Dirk Schoenmaker su Bruegel, è: la Bce dovrebbe continuare ad accogliere le obbligazioni e i prestiti bancari delle società ad alta intensità di carbonio o dovrebbe ridurle?

L’istituzione europea, in base al suo programma di Qe, acquista obbligazioni societarie in proporzione alla loro disponibilità sul mercato. Per questo il suo portafoglio di attività è rivolto più a società ad alto tenore di carbonio, come le compagnie petrolifere e del gas e le case automobilistiche, perché sono tendenzialmente ad alta intensità di capitale, quindi emettono più obbligazioni societarie.

L’intensità di carbonio – che è determinata dalle emissioni suddivise per vendite – del portafoglio obbligazionario societario della Bce è del 57% superiore all’intensità media di carbonio delle società dell’Unione. Accogliendo obbligazioni societarie ad alto tenore di carbonio, la Bce migliora la liquidità di queste obbligazioni (così come la liquidità delle obbligazioni delle società a basse emissioni di carbonio), riducendo così equamente il costo del capitale per le società ad alto tenore di carbonio e a basse emissioni di carbonio.

Ma allora in che modo, si chiede Schoenmaker, l’istituzione europea potrebbe affrontare questa dipendenza dal carbonio? Ci sono tre possibilità.

Se la Banca, che ha come obiettivo primario quello di assicurare la stabilità dei prezzi, riterrà che il cambiamento climatico abbia un impatto sull’ inflazione futura (l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari dovuto alla siccità, ad esempio), dovrà preparare una risposta monetaria adeguata per arginare le ipotetiche pressioni inflazionistiche.

Secondo possibilità. Il mandato giuridico della Bce afferma che «sosterrà le politiche generali nell’ Unione, ferma restando la stabilità dei prezzi». La transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio è priorità delle politiche economiche europee: con il Green Deal europeo l’Unione si è posta l’ambizioso, quando necessario, progetto di abbattere le emissioni di carbonio di almeno il 55% entro il 2030.

A tal fine, la Bce può sostenere la politica climatica europea riducendo le emissioni di carbonio nel suo portafoglio di attività e garanzie ai fini della politica monetaria. «Questa seconda argomentazione – sottolinea Schoenmaker – è la più convincente, soprattutto se pensiamo che il Parlamento europeo e il Consiglio hanno dichiarato che alla politica climatica dell’Unione spetta la priorità nell’ambito delle sue politiche economiche generali per i prossimi dieci anni».

Infine, la Bce potrebbe includere una valutazione del rischio climatico nelle sue operazioni di politica monetaria. Le società ad alto tenore di carbonio sono più esposte all’aumento delle tasse sul carbonio, e questo incrementa il rischio di essere svalutate. Il rischio climatico è questione importante per i compiti di vigilanza e stabilità finanziaria della Bce.

Il dibattito sul cambiamento climatico nella politica monetaria riguarda l’assegnazione delle riserve monetarie da parte della Bce alle società ad alto tenore di carbonio. La questione è allora capire quale approccio potrebbe ridurre tale allocazione.

Come sottolinea Isabella Bufacchi al Sole24 ore, i mercati sono pronti a scommettere su un Qe più verde ma i numeri suggeriscono prudenza: «la quota di Green bond sul totale dell’ universo delle obbligazioni societarie è salita dal 4% del 2018 all’ attuale 5%, equivalente a 60 miliardi di euro e di questi l’Eurosistema delle 19 banche centrali europee ne detiene il 20% circa. La quota dei titoli di Stato verdi, sul totale, si aggira attorno all’1%, equivalente a 100 miliardi di euro: di questi, l’Eurosistema ne detiene già il 20% circa».

Nel suo report Sustainability & Economics: Green Shift at the ECB, Morgan Stanley ha analizzato i possibili impatti della revisione strategica della Bce sui mercati e sugli investimenti. Secondo la banca d’ affari americana sarà un cambiamento di rotta graduale: l’attenzione iniziale si concentrerà sulla comunicazione del rischio climatico.

Come suddetto, la questione non è di poco conto. La Strategy Review che si chiude quest’anno è infatti lo strumento principale per iniziare una rivoluzione green, nell’ambito della grande svolta verde in Europa segnata dal Next Generation Eu che imporrà l’etichetta verde al 30% dei nuovi fondi destinati alla ripresa post-Covid.