Quale paritàIn Italia le donne non trovano lavori di alto livello (e guadagnano poco)

Quasi assenti dai ruoli manageriali, incontrano le maggiori difficoltà all’inizio della carriera. Il gap nel salario è, a sorpresa, migliore della media europea, ma il dato è ingannevole perché risente del basso tasso di occupazione femminile

Immagine di Luigi Boccardo, da Unsplash

La lunga storia dell’emancipazione femminile ha interessato e interessa tutti gli ambiti della vita. La famiglia, in cui la parità giuridica è stata raggiunta in Italia troppo tardi, negli anni ’70. La politica, con il suffragio universale che è arrivato dopo che altrove e l’introduzione di leggi sulle quote di genere le quali, prima che essere uno strumento risolutivo sono il sintomo di una disuguaglianza nei fatti ancora da risolvere. Ma forse il luogo in cui ancora il soffitto di cristallo non è stato ancora toccato è il lavoro, che influenza del resto tutti gli altri.

Dalla crisi demografica alla parità dei rapporti in famiglia, molto dipende da quanto e da come le donne riescono a essere presenti nell’economia, da quanto e come lavorano e guadagnano.

Di tutti i lavoratori solo il 42,9% è donna dai 40 anni in su, e ancora meno tra i 15 e i 39 anni, il 41,7%.

Si tratta di un dato che contrasta in modo netto con quello francese, dove tra gli occupati più anziani c’è praticamente una totale parità, con il 50,6% di uomini e il 49,4% di donne. Nella Ue in media le lavoratrici sono il 46,5% dopo i 40 e il 45,5% prima. In Germania il 47,6% e il 45,8%.

L’Italia è ultima tra i Paesi principali, ma soprattutto è indicativo che per le donne la parte più complicata sia proprio all’inizio, a 20 e 30 anni, quando il gap con gli uomini è ancora maggiore.

Dati Eurostat, tutti i settori

L’inizio di una carriera continuativa dopo gli studi è uno dei problemi principali all’interno del problema, più grande, della disuguaglianza di genere nel lavoro. Non stupisce allora che tra le mansioni in cui si registra la minore presenza femminile, più lontana anche da quella riscontrabile in altri Paesi europei, è quella di dirigente. Solo il 28,9% dei manager tra i 40 e i 64 anni è donna, e il 31,6% di quelli tra i 15 e i 39 anni.

Qui, tra i più giovani, la distanza della media UE è del 6,1%, contro il 3,8% complessivo se parliamo di tutte le tipologie professionali. In Francia si arriva al 39,1% di presenza femminile, in Spagna al 38,5%.

Dati Eurostat

Appare chiaro che la quantità influenza la qualità. Se in un’azienda le donne sono di meno, magari con minore anzianità perché nel corso degli anni vi è stata una gravidanza cui è seguito un part time più o meno volontario, diventa improbabile – anche volendo escludere espliciti pregiudizi di genere – che tra i dirigenti nominati vi sia una donna.

Ed è eloquente il fatto che la differenza con il resto d’Europa sia tra gli under 40 sia più ampia che tra i più anziani.

Anche l’andamento di questi dati nel tempo è indicativo. Vi è stato certamente un miglioramento, la quota di donne nel mondo del lavoro è cresciuta tra 1998 e 2019 del 6,1%, ma a ritmi differenti in base al tipo di professione. In quelle intellettuali e scientifiche non vi sono stati praticamente progressi. Tra chi lavora in quelle tecniche intermedie, tra cui vi sono per esempio gli specialisti dell’IT, l’incremento è stato più timido, del 3,8%. Sono le professioni in cui si trovano i salari migliori e una maggiore stabilità lavorativa.

Crescono molto bene i dirigenti donna, ma partendo da livelli molto bassi.

Dati Eurostat, variazione della percentuale di donne tra i lavoratori

Al contrario aumenta molto, di 10 punti e più, la quota femminile in due categorie di lavoratori tra cui pure le donne erano già in partenza più della media: gli impiegati di ufficio, tra cui passano dal 54,8% al 64,7%, e chi lavora nel commercio, in cui vanno dal 47,2% al 59,7%.

Dati Eurostat, variazione della percentuale di donne tra i lavoratori

Solo che rispetto alle professioni tecniche o a quelle intellettuali queste sono a maggior tasso di precarietà. E allora non stupisce che negli ultimi anni la quota di donne con contratti a termine sia cresciuta più tra le donne che tra gli uomini, soprattutto se parliamo di giovani.

Viceversa le donne diminuiscono laddove erano già poche, cioè tra gli artigiani, gli operai, gli agricoltori. La polarizzazione nella presenza dei sessi nelle professioni è andata ulteriormente aumentando.

Dati Eurostat, variazione della percentuale di donne tra i lavoratori

Il gender gap negli stipendi però, almeno a livello formale, è basso. E ammonta solo al 4,7%, contro una media del 14,1%.

Apparentemente è un dato molto positivo, ma è in realtà un effetto collaterale di uno molto negativo, ovvero il bassissimo tasso di occupazione femminile, che in Italia si ripercuote soprattutto nella quota molto limitata, soprattutto fra i più giovani, di donne tra chi svolge professioni meno qualificate. Solo del 33,5%, contro il 44% europeo e addirittura il 57,3% francese.

E questo non tanto perché le donne invece siano occupate in attività più redditizie, all’interno delle quali invece sono comunque meno che negli altri Paesi europei, ma semplicemente perché non lavorano. In particolare quelle con istruzione inferiore.

Dati Eurostat

Solo il 35,1% di quelle che non sono riuscite ad arrivare al diploma (tra cui vi sono molte immigrate tra l’altro) ha un lavoro. Vi è in questo caso un divario ancora superiore a quello pur presente sull’occupazione delle laureate e delle diplomate.

Dati Eurostat

Come si risolve la questione? Le strade che dovrebbero portarci ad avvicinarci perlomeno alla media europea, senza pretesa di raggiungere gli esempi più virtuosi sono principalmente due.

Da un lato è necessario trovare il modo di occupare anche chi ha meno competenze, come avviene altrove: donne del Sud che non hanno finito la scuola e straniere, anche a costo di scivolare indietro nella classifica del gender gap degli stipendi (una classifica del resto piuttosto ingannevole).

Dall’altro dovrebbe divenire preponderante un tipo di welfare familiare focalizzato sulle esigenze delle 20-40enni, che consenta almeno alle più istruite di poter raggiungere gli stessi livelli di carriera degli uomini, considerando anche, non dimentichiamolo, che le laureate sono decisamente più dei laureati.

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