Vorrei ma non riescoLa dibattito sprecato sui Balcani durante la sessione del Parlamento europeo

Gli eurodeputati hanno votato risoluzioni per mandare un messaggio preciso sulle richieste di adesione di Albania, Kosovo, Macedonia del Nord e Serbia. Ma in Aula durante la discussione parlamentare erano assenti molti rappresentanti di peso

LaPresse

Pubblicato originariamente su Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa

L’allargamento dell’Ue, per dirla con le parole di Emmanuel Macron usate riferendosi alla NATO, è clinicamente morto o sta svanendo nell’indifferenza delle capitali più importanti del Vecchio Continente. Un’altra prova, qualora ve ne fosse bisogno, è arrivata alla sessione plenaria del Parlamento europeo  che ha preceduto il voto sulle risoluzioni per i paesi balcanici (Albania, Kosovo, Macedonia del Nord e Serbia) il 25 marzo scorso.

Tra i relatori e i partecipanti nella discussione non abbiamo avuto nemmeno un politico importante o del peso forte nell’emiciclo di Bruxelles. Il disinteresse si è palesato anche attraverso un’assenza, quasi totale, dei rappresentanti dei partiti che sono al governo in Francia, Germania, Paesi Bassi, Spagna, Italia e tutti i paesi scandinavi. Le uniche due eccezioni che confermano la regola sono state Marion Walsmann (CDU Germania) e Fabio Massimo Castaldo (Movimento 5 stelle).

La discussione è stata monopolizzata dai deputati dei paesi dell’est europeo, più l’Austria, e dei partiti sovranisti, populisti ed euroscettici. I primi cercavano di promuovere le agende e gli interessi nazionali nella regione balcanica, i secondi ribadivano la ferma opposizione all’idea dell’allargamento. L’unica novità rispetto al passato è stata una forte campagna trasversale dei parlamentari bulgari per muovere accuse contro la Macedonia del Nord per la presunta discriminazione dei bulgari nel paese candidato all’adesione all’Ue.

La presidenza portoghese dell’Ue e la Commissione europea – dal canto loro – non potevano fare l’altro che presentare la lista dei desideri che finiva quasi sempre con la formulazione «il prima possibile»: dall’apertura dei negoziati con l’Albania e la Macedonia del Nord all’accelerazione dei negoziati con la Serbia e la liberalizzazione dei visti per i cittadini del Kosovo.

Non sono cambiate nemmeno le richieste e le critiche rivolte ai paesi candidati all’adesione, come se si trattasse di un copia e incolla nelle varie risoluzioni del Parlamento europeo: rafforzamento dello stato di diritto, indipendenza del sistema giudiziario, lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, libertà dei media, dialogo interpartitico, riforme economiche, potenziamento delle capacità amministrative… L’unica differenza percepita tra i vari stati balcanici sta nell’allineamento con la politica estera dell’Ue: da una parte abbiamo l’Albania al cento per cento in sintonia con la politica estera europea e dall’altra c’è la Serbia, sotto il 50 per cento.

«Ho la forte sensazione che l’UE stia perdendo i Balcani occidentali. Lo slancio dato dalla decisione di aprire i negoziati con Albania e Macedonia del Nord si è schiantato sul veto bulgaro e la pandemia da Covid ha esacerbato alcuni trend già in atto amplificando, anche a causa della geopolitica dei vaccini e delle infrastrutture, il ruolo di Cina, Russia, Turchia ed Emirati Arabi, pronti a sfruttare il vuoto politico – quantomeno a livello di percezione dei nostri partner – lasciato dall’UE. Serve un cambio di passo, servono azioni decise perché questa disaffezione non diventi una vera e propria alienazione», ha avvertito Fabio Massimo Castaldo, Vicepresidente del Parlamento europeo.

Isabel Santos, la relatrice del Parlamento europeo per l’Albania, ha fatto capire che Tirana nonostante i progressi e i compiti fatti a casa, rischia di vedere, ancora una volta, sfumata l’occasione di iniziare i negoziati con l’UE. «Bisogna agire mettendo gli interessi europei al di sopra degli interessi di parte di alcuni paesi o alcune fazioni politiche», ha dichiarato la parlamentare portoghese rivolgendosi in particolare a Parigi e l’Aja che si sono dimostrate le capitali più ostili all’apertura dei negoziati con Tirana.

Il commissario per l’Allargamento Olivér Várhelyi ha confermato che l’Albania ha soddisfatto le condizioni fissate dal Consiglio per convocare la prima conferenza intergovernativa, ma non ha potuto fare altro che augurarsi la luce verde dal Consiglio europeo «il prima possibile».

La parlamentare dei Verdi Viola Von Cramon-Taubadel, relatrice per il Kosovo, ha sottolineato che i paesi della regione hanno un atteggiamento positivo rispetto all’Ue: «Però non possiamo prendere questa cosa per scontata e per sempre. Se non rispetteremo le nostre promesse perderemo la nostra credibilità e la loro fiducia. Il Consiglio deve liberalizzare i visti e vorrei che il Parlamento facesse pressione affinché questa decisione avvenga», ha aggiunto la Cramon-Taubadel.

In questo caso, il commissario Várhelyi, ha dato almeno un consiglio pratico e concreto a Pristina: «La Commissione condivide la posizione del Parlamento. Come sapete, però, la decisione deve essere adottata dagli stati membri e dal Consiglio. Incoraggiamo le autorità kosovare a contattare gli stati membri affinché possano fugare i loro ultimi dubbi».

Ilhan Kyuchyuk, relatore per la Macedonia del Nord, ha invitato i politici macedoni ad astenersi dalla retorica nazionalista che può fomentare scontri e di provare a trovare un compromesso bilaterale con la Bulgaria. Il deputato del gruppo Renew Europe ha fatto appello al Consiglio di aprire il prima possibile i negoziati con Skopje «altrimenti si mette a rischio la credibilità dell’intero processo di adesione».

La presidenza portoghese dell’Ue ha risposto per voce della sottosegretaria agli Affari europei Ana Paola Zacarias: «La presidenza portoghese sta tentando tutte le strade per convocare la prima conferenza intergovernativa il più velocemente possibile con la Macedonia del Nord». Il commissario Várhelyi ha incoraggiato Skopje e Sofia a raddoppiare il loro impegno affinché trovino una soluzione accettabile alle questioni bilaterali ancora sospese. Il veto di Sofia, motivato dal panbulgarismo, è il motivo per cui Skopje non ha ancora aperto i negoziati di adesione.

È sulla Serbia che i diversi gruppi parlamentari, a parte le bordate dei parlamentari bulgari contro la Macedonia del Nord, si sono scontrati maggiormente. Il relatore per la Serbia Vladimir Bilčik, il commissario Várhelyi e diversi parlamentari hanno difeso Belgrado a spada tratta o almeno hanno cercato di relativizzare le critiche per l’abuso di potere del presidente serbo Aleksandar Vučić.

Bilčik è stato esplicito sottolineando che i parlamentari non possono concentrarsi solo sui casi specifici, ma devono spingere per un cambiamento del sistema. Il parlamentare slovacco ricordando alcuni casi clamorosi di corruzione, abuso di potere e attacchi ai giornalisti e agli attivisti delle ONG, ha voluto precisare: «Tutto questo è inaccettabile, però spero che tutti quelli che criticano la situazione dei giornalisti in Serbia facciano la stessa cosa quando si parlerà di Malta o del mio paese, la Slovacchia. Dobbiamo avere gli stessi standard per tutti, vale per la Serbia, vale per gli altri».

La relatrice ombra per la Serbia Cramon-Taubadel è dell’avviso completamento opposto: «Il presidente serbo può e deve sfruttare la maggioranza dei due terzi nel parlamento serbo per far passare riforme necessarie e dolorose. Purtroppo, negli ultimi tempi abbiamo visto gli abusi di potere da parte del presidente Vučić. Ci sono attacchi agli oppositori, giornalisti, attivisti. Il dibattito politico può essere a volte polemico e controverso, però l’istigazione all’odio e gli attacchi orchestrati non sono tollerabili».

L’unica critica pesante da parte dal relatore del parlamento è stata relativa al fatto che la Serbia è poco allineata alla politica estera dell’Ue e che la disinformazione cinese e russa trova terreno fertile a Belgrado. «I fatti devono seguire le parole. La Serbia deve cambiare la sua politica estera se vuole progredire verso l’Ue», ha dichiarato Bilčik. Anche la Presidenza di turno portoghese del Consiglio Ue ha ribadito l’imperativo che la Serbia deve allinearsi con la politica dell’UE. Il commissario Várhelyi ha insistito che la Serbia va incoraggiata ad accelerare il suo cammino verso l’Ue perché è fondamentale per la stabilità della regione: «Ci sono tre cose complementari su cui dobbiamo concentrarci nel rapporto con la Serbia: le riforme, i negoziati di adesione e una conclusione positiva del dialogo con Pristina».

Concludendo la discussione sui Balcani occidentali il commissario Várhelyi ha indicato che la chiave del processo dell’allargamento si trova nelle mani dei paesi membri dell’Ue: «La regione è impegnata pienamente sul percorso europeo. Adesso è giunta l’ora per noi di fare la nostra parte. Questa Commissione è fortemente impegnata, però abbiamo bisogno del sostegno dei paesi membri per poter progredire rapidamente». Invito che cadrà probabilmente nel vuoto, almeno fino alle prossime elezioni presidenziali in Francia nella primavera del 2022.

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