Documentari da mangiareTi spiego New York a suon di fette di pizza

Negli anni Novanta due giovani amici armati di una Handycam decidono di raccontare la Grande Mela e i suoi contrasti partendo da una delle sue icone gastronomiche e da un ristorante storico. Quasi trent’anni dopo, Untitled Pizza Movie viene alla luce sullo schermo del Sundance Film Festival

Untitled Pizza Movie, l’ultimo lavoro del regista David Shapiro, parla – come giustamente suggerisce il titolo – di pizza. Ma non soltanto. La serie in sette parti, presentata e applaudita al Sundance Film Festival, utilizza la pizza (leggi, l’inimitabile slice) e le pizzerie newyorchesi per raccontare temi ben più grandi e spinosi: lo sconvolgimento causato dalla gentrificazione, l’identità, il cambiamento costante di una metropoli, la perdita della memoria collettiva e il fallimento. Ed è proprio la perdita – della vita, per certi versi; di una casa, per altri – il perno attorno al quale ruota la serie, insieme alla necessità di scendere a patti con quella sensazione di vuoto e mancanza che sempre più spesso non intende lasciarci.

Il progetto ha inizio negli anni Novanta, quando Shapiro e il suo migliore amico Leeds Atkinson – entrambi cresciuti insieme nel Lower East Side – col pretesto di produrre una serie a basso budget intitolata Eat to Win, decidono che la loro missione consiste nel trovare lo slice migliore di New York (e ovviamente nel mangiare gratis). Girano la città armati di una Handycam, visitando le pizzerie presenti in tutti e cinque i distretti, catturando i mutamenti in atto e riversando tutto su videocassetta. Da Lombardi’s, leggendaria pizzeria nel quartiere di SoHo, Manhattan, incontrano Andrew Bellucci, un vero e proprio fanatico della pizza la cui esperienza gli aveva procurato un ruolo improbabile come beniamino del mondo del cibo newyorchese.

David Shapiro e Andrew Bellucci

E qui tocca aprire una parentesi: Bellucci inaugurò “il suo” Lombardi’s, al 32 di Spring Street, nel 1994. Lombardi’s però esisteva già: l’originale era stato aperto nel 1905 da Gennaro Lombardi, un immigrato italiano che non solo ebbe il merito di introdurre la pizza a New York, ma addestrò anche diversi professionisti che portarono avanti la tradizione e diffusero il verbo del forno a legna: Patsy’s a East Harlem, John’s in Bleecker Street e Totonno’s a Coney Island. Insieme al nipote di Gennaro Lombardi – che guarda caso porta lo stesso nome del nonno – Bellucci decise di ricostruire il nuovo Lombardi’s in un vecchio panificio a un isolato dalla sede storica, che aveva chiuso i battenti nel 1984. La scelta si rivelò vincente: i critici gastronomici adoravano la sua storia. Ancora di più, adoravano la sua pizza. Famosi chef ne sono rimasti altrettanto affascinati, compiendo pellegrinaggi da Lombardi’s per studiare i metodi di Bellucci, che lui era ben felice di mostrare al mondo.

Ma torniamo a noi. Shapiro e Atkinson rimangono letteralmente stregati da Bellucci, tanto che quando costui – a trentadue anni, nel 1995 – si dichiara all’improvviso colpevole per cinquantaquattro capi d’imputazione (aveva fregato centinaia di migliaia di dollari allo studio legale Newman Schlau Fitch & Lane, di cui era amministratore alla fine degli anni Ottanta), seguono le sue vicissitudini e lo filmano pure in carcere. Pochi soldi, nessun finanziamento, una lite, troppo alcol e troppe droghe: i due amici pian piano si allontanano, e il progetto Eat to Win viene a malincuore archiviato.

Vent’anni dopo, Shapiro riceve un’e-mail e scopre Atkinson nel 2014 è morto. Shapiro ormai è un regista affermato, e a cinquantadue anni si convince a riprendere in mano il vecchio girato, a editarlo e a scoprire che ne è stato sia di Andrew Bellucci, che di Leeds Atkinson. Tre continenti, trent’anni di lavoro, un mix di filmati Hi-8 d’archivio degli anni Novanta, alternati con materiali contemporanei e interviste a personalità del calibro di Eric Asimov, il critico gastronomico del New York Times, del potentissimo presidente del Myriad Restaurant Group Drew Nieporent, nonché dello stesso Bellucci, che inaspettatamente è ritornato in una New York molto diversa dal passato con la sua pizzeria: ecco cos’è diventato, oggi, Untitled Pizza Movie.

«Volevo cucire insieme il passato, il presente e il futuro», ha spiegato David Shapiro in una recente intervista pubblicata su Grubstreet. «Quando abbiamo iniziato stavamo solo scherzando e divertendoci. Volevamo mangiare gratis e fare un film, ma abbiamo visto accadere tutto davanti ai nostri occhi: la città veniva gentrificata molto rapidamente. E alcuni dei luoghi che per puro caso erano legati al cibo, per noi vicini e cari, sarebbero spariti. Quindi volevamo in qualche modo commemorarli e conservarli in video. Non sapevamo esattamente come sarebbe andata, ma sapevamo che sarebbe stata una cosa buona da fare, quindi l’abbiamo fatta».

In una città che seppellisce con estrema velocità e semplicità il suo passato, dove diventa difficile fissare qualsiasi cosa, la serie si spinge oltre i confini del documentario, intrecciando il ritratto dei tre personaggi principali attraverso molteplici forme. «C’è un motivo per cui sono tornato a questo progetto. Abbiamo scelto la pizza per parlare di come cambia una città perché la pizza è molto accessibile. È un’iconica di New York, e qui tutti possono mangiarla. Ecco perché potrebbe anche essere il cibo perfetto per la pandemia. Per 5 dollari puoi gustare un buon pasto, puoi portarla via, puoi prenderne una fetta, puoi entrare e uscire da un locale. Nel cibo c’è amore, c’è una connessione, e la pizza rappresenta un articolo di transazione molto interessante: era un modo divertente e accessibile per parlare di temi complessi».

Come la perdita dell’anima di New York: «Essendo cresciuto qui e avendo vissuto qui per parecchio tempo, molto prima del Covid, mi sono reso conto che la città stava andando in una pessima direzione. Veniva castrata e trasformata in un parco giochi soltanto per alcune classi sociali. Le cose che l’hanno resa “New York” – sempre che “New York” inizialmente fosse un’entità reale – sono stati i quartieri con una mescolanza di classi sociali e locali, e le pizzerie ne sono un perfetto esempio. Ora mi sembra ci sia, date le circostanze attuali, un’opportunità per resettare e ripensare a come si sono evolute le cose. Le persone mangiano nei posti che amano nei loro quartieri, li vogliono supportare e trovare modi per farlo, desiderano riconnettersi come comunità, di persona. Quindi se una pizzeria è un mezzo per raggiungere questo fine, bene. Credo ci sia la possibilità di tornare a ciò che ha reso questa città in primo luogo un posto vibrante, perché se si tratta di seguire la parabola di Times Square, beh, allora vorrà dire che ci siamo giocati il cuore e l’anima. Eppure, sono convinto che in fondo ci sia speranza per un’alternativa, per qualcos’altro di più concreto e nuovamente umano».

Keep New York old and rotten (letteralmente, «Mantenete New York vecchia e marcia»), recitava la t-shirt addosso a una ragazza che passeggiava nell’East Village, non molto tempo fa. Chissà, con tutta probabilità David Shapiro sarebbe stato d’accordo con lei.