Hundred DaysFare vino ora è un gioco, ma mai da ragazzi

Due ragazzi cresciuti tra vigne e filari maturando la passione per l’informatica, oggi uniscono memorie famigliari e tecnologia in un progetto che promette di stregare i gamers nostrani e non solo: la storia di Yves Hohler e Elisa Farinetti

«Fare vino non è difficile. Farlo bene, sì.» Yves Hohler è cresciuto con queste parole ripetute dal padre, origini svizzere ma una scelta di vita che nel 1990 aveva portato lui e la famiglia nell’astigiano, a Cassinasco, trasformandoli tutti in viticoltori e produttori di Moscato Secco. Elisa Farinetti è nata e cresciuta seguendo la nonna e il padre tra le vigne del Dolcetto e del Brachetto di Acqui Terme, la città dove oggi sia lei che Yves lavorano, non più come viticoltori, ma come sviluppatori di videogiochi nell’azienda Broken Arms Games, da loro fondata nel 2013 e di cui lui è oggi direttore e lei business developer.

Dopo gli studi di informatica all’Università di Alessandria, dove si sono conosciuti, e svariate esperienze all’estero come sviluppatori assunti ancor prima di terminare il percorso di laurea, chi se non loro, orgogliosamente tornati alle origini tra Langhe e Monferrato, poteva sviluppare un gioco come Hundred Days, dedicato al mondo del vino? Cento giorni, il ciclo della foglia di vite dalla primavera all’autunno, e una cantina abbandonata in cui partire da zero, come nell’infanzia di Hohler. Anche per questo il gioco, in cui ci si cimenterà nella gestione di un’azienda vitivinicola dalla scelta del vitigno alla sua cura fino alla bottiglia, seguendo tutte le operazioni, compresa la scelta dell’etichetta, comincia con questo monito: «C’è una linea molto sottile tra coraggio e stupidità.»

L’idea di Hundred Days, in uscita il prossimo 13 maggio per pc, e prossimamente disponibile anche su mobile e console, inizia a prendere forma nel giugno del 2018. «Nei mesi precedenti,» racconta Farinetti, «a uno dei classici eventi a cui partecipano gli addetti ai lavori del settore videogiochi, scherzando qualcuno ci aveva chiesto perché non avessimo ancora sviluppato un gioco sul vino. L’idea c’era già da tempo, il primo prototipo di Yves anni prima era stato proprio un gioco del genere, ma poi l’avevamo persa di vista lavorando per altre grandi aziende.» Nel momento in cui si è presentato il tempo per sviluppare un progetto personale non ci sono stati dubbi.

Il primo passo è stato capire come raccontare in modo preciso, ma anche fruibile e internazionale, cosa ci sia in una bottiglia di vino – oltre al nettare –  ossia passione, impegno e duro lavoro. «Temevamo di proporre qualcosa di molto cheesy,» raccontano, «il classico prodotto da italiani che raccontano all’estero il cibo e il vino. Ragionando, ci siamo resi conto che poteva essere un momento fortunato anche dal punto di vista del business.» Si tratta in effetti di un’idea perfetta per questo periodo storico in cui, complice anche la pandemia, molti hanno optato per un ritorno alla terra, l’interesse nei confronti del vino è di sempre maggiore tendenza tra i Millennials, che corrispondono anche al target dei videogiocatori più attivi, e anche in Italia si sta diffondendo la cultura del gaming, in altri Paesi era già molto sviluppata. Secondo le ricerche di mercato, dice Farinetti, «il vino è donna, è anche il trend di donne giocatrici è in crescita, fornendoci una sovrapposizione che ci lascia ben sperare.»

Il team si è poi concentrato su come trasferire conoscenze teoriche e pratiche in modo che il gioco non risultasse eccessivamente superficiale, come un’esperienza alla Farmville, perfetta per l’engagement via mobile ma poco realistica, o troppo tecnico, come un simulatore che avrebbe rischiato di rivolgersi soltanto a una nicchia e avrebbe messo alla prova un piccolo studio di una decina di persone come Broken Games, con un approccio più “indie” allo sviluppo. «Siamo partiti dalle nostre conoscenze, dal diploma di enotecnico di Yves e dal fatto che sappiamo comunicare il vino, perché tutti noi da giovani abbiamo lavorato nei ristoranti e molti dei nostri amici fanno oggi i produttori o gli enologi.»

Hundred Days, come una bottiglia di vino, è un prodotto che nasce in Piemonte e parla di Piemonte, dopo ricerca, studio, errori, impegno e lavoro. E come nel vino avrà bisogno delle ultime certificazioni, ora in corso, per capire se l’age rating sarà come ci si aspetta un 18+ – anche se più che invitare a bere alcool, il gioco si propone di raccontare storia e cultura celate dietro a una bottiglia e l’importanza del tempo, che sarà gestibile dai giocatori a seconda della loro volontà di approfondimento e studio. Ogni giocatore potrà inoltre scegliere se dedicarsi a produzioni su larga scala, o costruire una boutique label, una piccola azienda che vanti però un prodotto di qualità e perle rare, come nel modo piemontese del fare vino.

Intorno al gioco, grazie alla piattaforma di discussione Discord, si è già radunata una community di appassionati e di gamers che ha aiutato il team nelle traduzioni dei termini tecnici in nove lingue – compreso il russo e diverse lingue asiatiche – e nelle localizzazioni, un lavoro tutt’altro che banale. «Basti pensare,» spiega Farinetti, «che per noi italiani con ‘vino’ si intende soltanto il prodotto da uva, mentre con ‘wine’ in inglese si fa riferimento a qualsiasi prodotto fermentativo derivato da bacca. Per non parlare dei dialettismi: il processo dello spollonare, ad esempio, in dialetto piemontese è per noi scarzolare, da scarsulé.» Lo stesso problema si porrà con i dialetti stranieri parlati nelle varie aree vinicole del mondo.

Tutto infatti comincia, anche all’interno del gioco, dalle colline piemontesi, l’area che Broken Arms Games conosce meglio e che recentemente è divenuta anche patrimonio Unesco, ma in caso il lancio portasse il successo che lasciano immaginare gli oltre 50mila presave, il piano prevede lo sviluppo di nuove espansioni geografiche, dalla Toscana alla regione dello Champagne, dalla Napa Valley californiana alle regioni vinicole cinesi, sudafricane, australiane e così via. Questa prima fase potrebbe intanto contribuire a dare visibilità anche all’estero a molte eccellenze italiane meno blasonate, conosciute solo a livello locale e nazionale, come il Nebbiolo o il Barbera.

«Quello è il nostro sogno,» risponde Hohler. «Il mondo del vino all’estero è ancora percepito come francese, tanto che per facilitare la comunicazione e l’immediato impatto visivo abbiamo cercato dal punto di vista grafico proprio un’estetica di quel tipo. Per appassionarsi a una regione forse non basta un videogioco, ma speriamo di accendere comunque anche negli stranieri una certa curiosità verso il Piemonte e i suoi prodotti.»

«Speriamo tanto di riuscire a diventare anche un aiuto per tutto il territorio,» continua Farinetti. «Sarebbe bello per noi restituire qualcosa all’ambiente che ci ha formato, dalle scuole all’età adulta.»