Sfida globaleLa triste corsa all’accaparramento dei vaccini e il nuovo turismo vaccinale

Tutti i Paesi vedono nei programmi di immunizzazione un’opportunità per tornare alla normalità. Ma questo spesso avviene a discapito dei Paesi più poveri, che restano a guardare la compravendita dei farmaci. Come dice lo storico israeliano Harari, è una delusione vedere come molti ancora non riescono a capire che fin quando il virus continuerà a diffondersi nessuno Stato potrà sentirsi al sicuro

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Recentemente l’azienda farmaceutica tedesca BioNTech ha annunciato di avere costituito un’alleanza con altre tredici case farmaceutiche, tra cui Sanofi e Novartis, per aumentarne la produzione nel mondo del vaccino lanciato insieme a Pfizer.

L’obiettivo minimo entro quest’anno è di due miliardi di dosi, nonostante complessità di fabbricazione e scarsità di materie prime ne rendano difficile la catena produttiva.

Quello che sappiamo è che sino ad oggi BioNTech e Pfizer hanno venduto 500 milioni di dosi all’Unione europea, 300 milioni agli Stati Uniti, 120 milioni al Giappone, 110 milioni alla Cina, 40 milioni al Regno Unito, 20 milioni al Canada, un imprecisato numero di milioni di dosi andate in Medio Oriente e altri Paesi grazie a contratti che sono rimasti segreti e altri 40 milioni che sono invece andate all’iniziativa internazionale Covax – un pool di acquisti globale creato nel giugno 2020 per garantire che anche i Paesi più poveri abbiano accesso ai vaccini in maniera giusta ed equa, guidato dall’Oms insieme alla Coalizione internazionale per le innovazioni in materia di preparazione alla lotta contro le epidemie e alla Gavi Alliance (una partnership globale di soggetti pubblici e privati impegnati a tutela dei bambini e della salute delle popolazioni, al quale hanno aderito 190 Paesi).

Per contro, stante a un’indagine del Financial Times, nei mesi scorsi alcuni magnati, regnanti e politici sono volati da molte parti del mondo negli Emirati Arabi Uniti per ricevere l’iniezione preziosa grazie al fatto che nel ricco Paese del Golfo vi è una oggettiva abbondanza di vaccini.

Abbondanza, dice il giornale britannico, che potrebbe far pensare agli Emirati in futuro di lanciare una sorta di programma di turismo vaccinale anche se al momento l’accesso viene riservato solo ai vip e ai ricchi vacanzieri che sbarcano a Dubai da jet privati e attendono il loro turno godendosi il tempo in hotel di lusso. In realtà il diritto al vaccino sarebbe riservato solo ai residenti e d’altro canto avendo già immunizzato più di sei dei dieci milioni di abitanti, è il Paese che ha condotto una delle più veloci campagne vaccinali al mondo.

Tuttavia, per dirla con le stesse parole di Yuval Noah Harari, è triste vedere come molti ancora non riescono a capire il semplice fatto che fintanto che il virus continuerà a diffondersi nessun Paese potrà sentirsi e dirsi mai al sicuro poiché pur riuscendo a debellarlo entro i propri confini, altrove nel mondo una nuova mutazione potrebbe rendere quel vaccino inefficace e provocare una nuova ondata di contagi.

Secondo le tre lezioni per il futuro che lo storico israeliano ci ha regalato dalle pagine del quotidiano londinese, se il Covid-19 quest’anno continuerà a diffondersi e sarà letale per milioni di persone, oppure se una nuova e più pericolosa pandemia farà la sua comparsa in un futuro non troppo lontano, non potremo dirla né calamità naturale come molti hanno fatto l’anno scorso durante la prima ondata, né tanto meno una punizione divina. Sarà solo un fallimento politico. E quindi un fallimento umano.

Ma quali tra i maggiori leader politici al mondo che oggi sono chiamati dal loro ruolo a proporre e applicare soluzioni realmente globali, ci appaiono veramente capaci di riuscirci? Anche se prevalentemente questo non dipende da una loro precisa volontà di giocare con le vite umane, quel che è certo è che siamo di fronte a una incapacità congenita di gestire efficacemente la complessità della situazione.

Questo perché la politica nella maggior parte dei casi è un lavoro per il quale sono stati formati o in maniera insufficiente oppure obsoleta, un lavoro che oltretutto viene svolto in un contesto di procedure spesso inefficaci.

Ma rispetto alle nuove dinamiche globali dove quasi certamente gli interessi nazionali e privati prevarranno come al solito sulle iniziative che invece si fondano sul concetto di altruismo, se i leader politici, qualsiasi sia lo schieramento partitico al quale appartengono, non capiscono che la cooperazione globale non è altruismo fine a sé stesso ma è la madre delle soluzioni egoistiche utili a garantire l’interesse nazionale, non avremo appreso la lezione neanche da questa storia.

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