Tarallucci ed enosostenibilitàIn un calice di vino l’anima di un territorio

Abbiamo fatto una chiacchierata con Albino Armani, dell’omonima azienda vitivinicola, per parlare del suo approccio etico, dell’attenzione al turismo e alla sostenibilità

Come ogni prodotto che nasce dal lavoro e dalla passione di persone che si tramandano sapienza, di generazione in generazione, anche il vino è portatore di infiniti messaggi. I profumi, i colori identitari e il suo gusto peculiare, ma anche famiglie, territorio, rispetto per l’ambiente e sostenibilità. Sorseggiando questo nettare divino, è possibile rendersi conto di tutto il complesso e delicato universo che intorno a esso gravita e riflettere su quanto importante sia integrarlo in un contesto ben più ampio di quello organolettico.

Un concetto che si cuce perfettamente sulla pelle dell’azienda vitivinicola Albino Armani, che gode di una storia antica, risalente all’inizio del 1600, con un albero genealogico che conta circa una ventina di passaggi generazionali. Affonda le sue radici in secoli di storia, di vigna e di passione per il vino. Una realtà dinamica, che sin dai suoi albori ha guardato alla crescita e allo sviluppo, ma anche alla conservazione. Attualmente l’ambizioso progetto familiare conta cinque tenute di proprietà per un totale di 330 ettari di vigneto, distribuiti fra le tre grandi regioni vinicole del Veneto, del Trentino e del Friuli-Venezia Giulia. La Vallagarina trentina e il Monte Baldo, la Val d’Adige (con anche il recupero dei vitigni autoctoni), la Grave Friulana, la Marca Trevigiana, la Valpolicella. Queste le principali tenute che costituiscono l’odierno universo intorno a cui gravita la produzione e la filosofia della famiglia Armani.

È la storia di gente di montagna, una scelta identitaria e di appartenenza, marchiata a fuoco su chi ancora oggi sente forte la volontà di continuare a produrre in territori montuosi e spesso non facili, ma portatori di storia e tradizione scritte nelle uve e nei prodotti che ne derivano.

Ascoltando Albino Armani raccontare la storia della sua azienda e del suo percorso, è immediato comprendere che non si parla solo di vino ma di un rispetto e di una passione verso il territorio che vanno oltre il prodotto e denotano radici inattaccabili. A dimostrazione di ciò, l’importante riconoscimento internazionale conferito recentemente all’azienda per la sostenibilità nel turismo, frutto di un costante lavoro atto a valorizzare il territorio e a rispettarne le peculiarità, a difendere la montagna e la gente che la abita e la vive ogni giorno.

L’attenzione al turismo nasce dal rispetto per il territorio a 360 gradi, un legame indissolubile che non si è mai spezzato e che rappresenta il più forte credo aziendale. Un approccio alla terra che trova fondamento nell’antica componente agricola, che ancor oggi si respira nelle vigne e nelle cantine e che porta avanti la cultura contadina di montagna, fatta di resilienza, etica e dedizione.

Sentirsi così parte di un territorio, amarlo per ogni singola peculiarità, innesca il desiderio di farlo conoscere e di raccontarlo, attraverso progetti di enoturismo credibili e sostenibili, che rendano omaggio ai luoghi in maniera vera e coerente, facendo percepire la filosofia di vita, prima ancora che di lavoro, che dietro a essi si cela.

I territori sono spesso difficili, la montagna quasi sempre lo è. Ma sono santuari di bellezza, luoghi curati e mantenuti dalle genti che li abitano e che con orgoglio vogliono presentarli al mondo. Un progetto di ampia portata, in cui il vino è sicuramente una componente importante ma non unica. Un credo sostenuto dalle persone della comunità, per una sostenibilità che non sia solo all’interno dell’azienda, ma nella collettività.

Ne deriva un approccio etico a tutta la produzione vitivinicola e non solo. Una visione più ampia di sostenibilità ambientale. Un concetto di totale salvaguardia del territorio, in un lavoro congiunto di chi condivide e vive uno stesso territorio, e che non si limita al vigneto ma a tutto l’ecosistema intorno.

Valore imprescindibile è la credibilità, il riconoscimento di coerenza che arriva dalle persone della comunità. Solo così un progetto può essere veramente sostenibile, al di là di certificazioni e attestati. La sostenibilità che non si declina solo all’interno dell’azienda ma in una governance collettiva. E anche il produrre vino deve essere integrato istituzionalmente nella collettività, in una sorta di sostenibilità partecipata. La difesa della bellezza come fine comunitario.

Dal punto di vista dell’enoturismo, questi territori offrono la possibilità di immergersi totalmente nel fascino della montagna, attraverso le cinque cantine situate nel Nord-Est dell’Italia a cavallo dell’arco alpino. Dal Trentino (Monte Baldo), dove troviamo la neve e produzioni di Trento Doc che riposano 48 mesi sui lieviti, fino al fondo valle, Dolcè, nella Val d’Adige dove il fiume è padrone della natura, libero di fare il proprio corso senza argini né limitazioni. Ci sono zone di produzione bagnate dalle acque nei periodi di piena e altre più protette, difese da un’enorme morena di sassi e detriti, in un degradare di terrazzamenti.

I pacchetti turistici offrono la possibilità di vivere il fiume in tutta la sua bellezza, con gite in gommone per assaporare il territorio da un’altra prospettiva, quella dell’acqua. Oppure permettono di usufruire della pista ciclabile di oltre 27 km all’interno dell’azienda, per pedalare immersi nella natura e nella straordinaria suggestione del territorio. E nel Friuli, verso le Alpi Carniche, alla scoperta di tratti incontaminati.

Albino Armani non immagina altro terreno da lavorare se non quello montano, parte del suo DNA. I vigneti in altura regalano vini di grande freschezza, acidità, eleganza e pulizia e la coltivazione quasi eroica della vite in contesti spesso impervi, regala emozioni e soddisfazioni profonde.

Lodevole e di grande contemporaneità anche il suo progetto volto al recupero e alla salvaguardia di varietà di vitigni ancestrali locali, fino a pochi anni fa a rischio di estinzione. Come il Foja Tonda, nome dialettale della storica uva Casetta, autoctona della Valdadige, coltivata anticamente nei territori di Dolcè, Ala e Avio. Abbandonato nel tempo in favore di varietà più richieste e produttive, questo vitigno è stato riscoperto e valorizzato da Albino Armani, reinserito tra le varietà ammesse alla coltivazione e dal 2007 è stato riconosciuto come D.O.C. Terra dei Forti. Vitigni solidi, portatori di storia e legati al territorio.

Abbiamo conosciuto un viticoltore schietto e sincero nel suo intento, dedito in maniera appassionata al suo lavoro e al suo territorio, coerente nelle scelte e deciso nel perseguirle. Un uomo di poche parole, come lui stesso si definisce, avvezzo più al lavoro che alla parola. Ma conscio di quanto oggi sia importante la divulgazione, il racconto di realtà che ogni giorno mettono la propria passione a tutela di ciò che la natura ha regalato e che è dovere preservare.

Da oltre 40 anni nel mondo del vino, dopo una laurea in micro-biologia, non ha potuto che raccogliere con grande orgoglio l’eredità culturale lasciata dalla sua famiglia, un percorso scritto in chi tra le vigne nasce e cresce, nei momenti felici così come in quelli complessi, fino a diventarne parte pulsante. Questo è un grande valore, che è sempre emozionante trovare nella scoperta di nuove storie.

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