Lo scontro sui licenziamentiOrlando ora promette la riforma degli ammortizzatori sociali entro luglio

Il ministro del Lavoro al Corriere dice che non ha fatto una imboscata e che la norma sullo slittamento del divieto di licenziare al 28 agosto era stata inviata agli uffici competenti due giorni prima. Draghi ora parla di un «testo migliorato». Ma per i sindacati la partita non è chiusa e tornano a chiedere la proroga

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse

Alla fine, sulla proroga del blocco dei licenziamenti al 28 agosto inserita e poi ritirata dal decreto sostegni bis, è stata trovata una mediazione: lo sblocco viene confermato al 30 giugno, ma le imprese possono utilizzare la cassa integrazione ordinaria, anche dal primo di luglio, senza pagare addizionali fino alla fine dell’anno impegnandosi a non licenziare.

La Lega aveva parlato di un blitz del ministro del Lavoro Andrea Orlando all’insaputa degli altri ministri. Confindustria lo aveva definito «inaffidabile». E anche i sindacati erano scontenti, chiedendo la proroga generalizzata per tutti. Ora il premier Mario Draghi dice che il testo è stato «migliorato», ma il segretario della Cgil Maurizio Landini ribadisce che «la partita non è chiusa» e che continueranno a chiedere la proroga. Mentre il presidente degli industriali ribadisce che «la lealtà istituzionale è fondamentale per ripartire».

«La norma è stata elaborata in poche ore in modo da dare più strumenti alle imprese per attenuare l’impatto della fine del blocco dei licenziamenti», spiega il ministro Orlando al Corriere. «La sostanza è rimasta, con gli incentivi alle imprese a usare la cassa integrazione fino a fine anno senza dovervi contribuire. In cambio si impegnano a non licenziare. L’altra norma, su chi chiede cassa Covid a giugno, era un corollario conseguente».

A chi lo critica per aver fatto una «imboscata» (compresa la sottosegretaria al Lavoro leghista Tiziana Nisini), risponde: «Mica l’ho scritta all’ultimo nei corridoi di Palazzo Chigi. Quella norma è stata inviata per posta elettronica certificata agli uffici legislativi competenti due giorni prima. In Consiglio ho solo rinviato al testo, come si fa in questi casi. E poi ne ho parlato apertamente in conferenza stampa, a fianco di Mario Draghi. Secondo lei lo avrei fatto, se ci fosse stato un sotterfugio?»

Eppure Confindustria lo accusa di essere un «arbitro con la casacca» dei sindacati. «Non voglio alimentare polemiche, ci sono troppe cose da fare. Sono nelle istituzioni da tempo, credo di aver dimostrato sempre di saper ascoltare parti lontane fra loro. L’unica casacca che ho è quella della coesione sociale», risponde Orlando.

Intanto si congelano il più a lungo possibile i licenziamenti, perché non abbiamo ammortizzatori per chi non lavora né politiche attive di formazione e collocamento. «Si tratta di ritardi storici che non si colmano in poche settimane, tantomeno perseguendo il dialogo sociale», ammette il ministro. «Presento la proposta sugli ammortizzatori in luglio. Nel disegno ci sarà una differenziazione della cassa integrazione (Cig) in ragione della dimensione d’impresa. Un bar ha meno bisogno di cassa di una grande impresa. Ma vanno collegati questi strumenti a politiche attive o di formazione, anche digitale, in base alla ristrutturazione che l’impresa sta affrontando».

Ci sarà, prosegue, «anche la Naspi per la disoccupazione e sarà associata alle politiche attive». Ma resta la direzione del ministero di voler fare ancora affidamento sui centri per l’impiego pubblici, spesso inefficienti. Perché non far leva anche sulle agenzie private, dando ai disoccupati un assegno di ricollocazione da investire? «In Veneto, Lombardia, Toscana o Emilia-Romagna per esempio ci sono centri per l’impiego molto efficienti», risponde il ministro. «Altrove non funziona né il pubblico né il privato ma, temo, solo la raccomandazione. Significa che per un privato forte serve un pubblico forte. Superiamo l’ideologia. Adesso abbiamo già mezzo miliardo stanziato e, mentre si rafforzano i centri per l’impiego, le agenzie private avranno un ruolo per gestire la fase che si sta aprendo».

Ma la crisi esplosa sul blocco dei licenziamenti rivela i malumori della maggioranza variegata, che fatica a trovare compromessi. «Finché la pandemia era in fase acuta, tutti o quasi convergevamo sull’esigenza della vaccinazione. Ora si vede che esistono ancora una destra e una sinistra», commenta il ministro del Pd. «Tenere insieme questi fattori dipenderà dalla capacità di tutti di non agitare bandiere e non perdere il treno del Recovery. Ma non è un percorso che si fa naturalmente, senza la politica».

I partiti, con l’allentarsi dell’emergenza, stanno emergendo più di prima. Secondo Orlando, c’è «una volontà di gran parte delle forze politiche di resistere a questa tentazione». E «il ruolo svolto da Draghi consentirà di prevenire questo rischio. Se però fingessimo di non vederlo, non faremmo un buon servizio a noi stessi: finiremmo per trovarcelo in mezzo ai piedi all’improvviso. Non basta dire “facciamo le riforme”, perché ognuno ha idee di riforma diverse e qualcuno mostra le classiche contraddizioni del populismo. Io ho avuto Matteo Salvini che al mattino chiede di prolungare il blocco dei licenziamenti e la sottosegretaria al Lavoro Tiziana Nisini, anche lei leghista, che al pomeriggio vuole l’opposto».

Ora, con il denso cronoprogramma per i fondi del Recovery, «serve una politica che faccia ancor di più il suo mestiere. C’è bisogno di una mediazione alta, anche più di prima. Servono accordi alla luce del sole fra forze di maggioranza e occorre che il governo sappia favorirli. Prima, con il Recovery da scrivere e le vaccinazioni, i binari erano predefiniti. Da ora in avanti vanno ricostruiti con un patto politico e sociale per i prossimi mesi». Ma «la dinamica che può guidare un Paese in pandemia non è la stessa di un Paese che ne esce. O le forze di maggioranza ripongono le bandiere, oppure mettono a rischio la tenuta del quadro politico. E ciò riguarda prevalentemente la Lega, che è quella che agita più bandiere».