The Great AwakeningPrimi timidi segnali di risveglio nel Pd dopo l’ennesima fregatura grillina

Oggi la direzione discuterà la strategia da seguire alle amministrative, ma la verità è che l’unica di cui disponevano, affidata alla sapiente sponda di Conte, è finita nel nulla (cioè dov’era cominciata)

Unpslash

È ragionevole pensare che alla direzione di oggi tutti i principali esponenti del Partito democratico confermeranno la loro piena fiducia nel segretario e nella linea seguita fin qui, dopo avergli fatto garbatamente intendere che è il caso di cambiarla.

Non sembra alle porte un’insurrezione e tanto meno una rivoluzione, ma qualche timido segnale di risveglio comincia a cogliersi, dopo il lungo sonno della ragione che ha accompagnato l’interminabile e sfortunatissimo corteggiamento dei grillini. Ieri persino il sempre felpatissimo Gianni Cuperlo, in un articolo su Domani, si è lasciato scappare una frase piuttosto netta: «Conviene prendere atto che una linea politica si è consumata e una svolta è doverosa». 

Da parte sua Enrico Letta – o qualcuno della sua cerchia – fa sapere che non intende subire «il trattamento Zingaretti», mentre i soliti dirigenti «a lui vicini», scrive Repubblica, spiegano che «ci si confronta, anche animatamente, ma negli organi di partito, non sui giornali». Una tipica posa da leader passivo-aggressivo che finora non ha mai portato bene a nessuno, e che stavolta appare particolarmente ingiustificata, anche perché il primo a scartare, aggirando gli organi di partito in favore di giornali e tv, per mettere tutti davanti al fatto compiuto, è stato proprio Letta. Sulle alleanze e ancor più sulla legge elettorale, tema su cui ha rovesciato la linea del Pd – passando dal proporzionale al Mattarellum – in un’intervista a «Che tempo che fa», poche ore dopo essere stato eletto segretario dall’Assemblea nazionale sulla base di un discorso in cui dell’argomento non aveva fatto alcun cenno.

L’ultima goccia che ha fatto perdere la pazienza alle tanto vituperate correnti, fin qui mute testimoni delle decisioni prese dal leader, è stata ovviamente il clamoroso due di picche che il Pd ha rimediato da Giuseppe Conte sulle amministrative. Uno smacco difficile da accettare, perché giunto al termine di un corteggiamento tanto insistito quanto spericolato, da parte di Letta, come se non fossero bastate le fregature già più volte incassate dal suo predecessore. 

Di qui il malumore diffuso che cominciava a tracimare sui giornali. Ad esempio nelle opinioni riportate ieri da Giovanna Vitale su Repubblica da parte di esponenti di tutte le maggiori correnti, da Andrea Orlando («Io sono sempre più convinto che il proporzionale sia la soluzione migliore, anche alla luce delle difficoltà che stiamo incontrando nei comuni») a Andrea Romano («il Mattarellum sarebbe una catastrofe»). A testimonianza di un clima di generale preoccupazione, per una volta in linea con il giudizio prevalente tra osservatori e commentatori. 

E non solo perché una porta in faccia è una porta in faccia, ed è difficile raccontarla come un’accoglienza trionfale. Ma anche perché, all’entusiasmo con cui aveva deciso di rilanciare la scommessa bettiniana sulla periclitante leadership dell’Avvocato del popolo, Letta aveva aggiunto di sua iniziativa, e contro il parere dello stesso Goffredo Bettini, la proposta di un ritorno al Mattarellum, o ad altro sistema elettorale compatibile con le coalizioni del bipolarismo maggioritario. 

Il che, alla luce della porta in faccia di cui sopra, comincia ora a suonare un po’ come la proposta di restarsene piantati sulla soglia fino al 2023, bussando col naso. E siccome, nel caso concreto delle liste elettorali per le prossime politiche, i nasi sarebbero perlopiù quelli dei componenti della direzione, è immaginabile lo spirito con cui oggi l’ipotesi sarà da loro presa in considerazione.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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