Kryptonite elettoraleAlle elezioni di Madrid ha vinto la destra bauscia (e Pablo Iglesias è finito politicamente)

Il tonfo del leader di Podemos è la prova che in questo strano secolo dove la storia sa andare solo di fretta, la velocità dell’ascesa è superata solo dalla fugacità della caduta. Invece per la presidente uscente Isabel Díaz Ayuso è stato un trionfo. Segnatevi il suo nome perché presto diventerà la leader della destra spagnola

LaPresse

«Madrid será la tumba del fascismo» (Madrid sarà la tomba del fascismo) è un vecchio adagio della sinistra. Invece, Madrid è stata la tomba di Pablo Iglesias. Morto e sepolto, dopo aver ottenuto uno scarso 7,21% alle regionali di Madrid, che si sono svolte ieri. È strano cominciare a parlare di un risultato elettorale partendo dall’ultimo partito in classifica. Ma questo è il vantaggio di raccontare la politica del tuo paese a coloro che non ci vivono. Si può cominciare da ciò che è veramente importante.

Pablo Iglesias è la prova che, in questo strano secolo dove la storia sa andare solo di fretta, la velocità dell’ascesa è superata solo dalla fugacità della caduta. Un processo che si raddoppia per i fenomeni populisti.

L’uomo che aveva cambiato la sinistra europea dal 2014, alla testa di Podemos e del suo movimento degli indignados, fino a un mese fa era vicepremier. E ieri notte invece si è dimesso con un breve discorso dopo il tonfo elettorale. «Lascio tutti i miei incarichi. Lascio la politica. Non so quale sarà il mio destino. Quello che è stato è stato. Hasta siempre». Eppure appena cinque giorni fa il tono era diverso. «Ho avuto più potere di Berlinguer», ha detto in un’intervista pieno di sé, come se qualcuno in Spagna sapesse oggi chi è stato Enrico Berlinguer.

Ma invece di imparare qualcosa dal compromesso storico del PCI “adulto”, Iglesias è finito politicamente dopo una corsa accelerata verso il vuoto. Il vuoto populista, s’intende. Il vuoto populista post comunista, per essere ancora più precisi. Da buon movimento originale, che non si dichiara di sinistra, ma anzi proveniente dal “basso” contro l’élite, ha una strategia elettorale giusta… per 100 anni fa.

«La scelta è: fascismo o democrazia», ha detto in ogni video pubblicato sui social (perché nelle piazze di Madrid non è mai stato davvero). Non ha partecipato neanche ai soliti capannelli dei giornalisti. Ha concesso solo singole interviste scelte. Sommerso nella sua bolla egotica, dopo aver cacciato ogni rivale all’interno del partito, pensava di rilanciare Podemos con la sua sola presenza. Ma oramai, oltre a essere l’uomo più odiato di Spagna, Iglesias è diventato una kryptonite elettorale. E forse oggi comincia anche la fine di quel esperimento di nome Podemos.

Arriva la destra dei Bauscia
Ora sì che possiamo parlare di chi ha vinto ieri. Le elezioni che si sono svolte nella regione più ricca della Spagna cambieranno la politica nazionale. Senz’ombra di dubbio. E si può parlare già della nascita di una destra castiza. Tradotto: è come se a Milano avesse preso il potere una destra bauscia. Borghese, piena di sé, fanfarona, individualista un pizzico egocentrica, con tante barzellette alla Silvio. La sua leader, segnatevi il nome, Isabel Díaz Ayuso, sarà più presto che tardi, la leader della destra spagnola.

Ayuso, così viene chiamata in Spagna, non ha vinto. Ha stravinto. Il suo PP ha ottenuto 65 seggi (44% dei voti), più dei tre partiti di sinistra insieme (24 PSOE, 24 Más Madrid e 10 Podemos). «La libertà ha vinto a Madrid e comincia un nuovo capitolo della storia della Spagna», ha detto ieri. La libertà sarebbe lei, certo. Le piace parlare di una destra «senza complessi». Ormai è un eufemismo global per dire “molto a destra”. E che non scarta l’idea di far entrare l’estrema destra (Vox, 13 seggi) al governo, cosa che non è ancora successa finora in nessuna regione spagnola. Anche se con questi risultati, non ne avrebbe neanche bisogno. Con 64 seggi su 136, avrebbe la maggioranza semplice con l’astensione di Vox. Siamo davanti a un nuovo periodo politico spagnolo, che porterà la destra del Partito Popolare di nuovo al Governo? Questa è la vera domanda che sorge spontanea dopo le elezioni di Madrid.

Sono stati fatti tanti tentativi in Spagna per descrivere il fenomeno politico di Ayuso. Ma perché gli spagnoli non hanno mai conosciuto Silvio Berlusconi. Ayuso è la versione perfetta del Silvio degli anni 80. O forse del Nicolas Sarkozy della campagna presidenziale francese del 2007. Gli ha anche copiato il suo slogan elettorale: «Comunismo o libertà», compreso il suo gusto per le barzellette. Più la sinistra la insulta, più cresce elettoralmente. E ha senz’altro un penchant per il populismo. Ayuso, per capirci, è l’antitesi di Draghi.

Il voto di Ayuso come presidente della Regione (anche se arrivata seconda, era riuscita a governare con i voti dei centristi di Ciudadanos, spariti in queste elezioni, e l’estrema destra di Vox), è un triplo zero. L’incompetenza massima. Zero leggi in due anni. Zero finanziarie. Zero aiuti diretti durante la pandemia. A lei, come alla destra di questi nuovi tempi, piace di più la discussione che la gestione. Più le guerre culturali che i bilanci aziendali. Più le chiacchiere che il pragmatismo. Ma allora come ha fatto a vincere?

Si è opposta ai lockdown di Pedro Sánchez, ha saputo cogliere il bisogno d’ottimismo e la voglia di uscire della gente, massacrando tutti gli altri candidati alle elezioni. Ha deciso di aprire bar e ristoranti (più che una tradizione a Madrid, la città della fiesta e della movida), ponendosi come una Giovanna d’Arco anti coronavirus. E si può dire che, così facendo, Ayuso abbia quasi creato un’identità madrileña mai esistita prima. Che parla della Spagna in modo un po’ spocchioso. Anzi, bauscia.

Nascono i Verdi
La terza conclusione da trarre da queste elezioni è la nascita di un nuovo spazio politico a sinistra. I socialisti di Pedro Sánchez sono arrivati secondi, ma perdendo 12 seggi (passando dal 27% dei voti al 16,85%) e questo aprirà una crisi del governo socialista di Pedro Sanchez, già molto indebolito dopo una gestione alquanto discutibile della pandemia. Si parla già di elezioni politiche a fine anno. Se si va al voto, sarà l’opportunità di capire se è arrivato il momento dei verdi in Spagna.

La grande sorpresa elettorale di Madrid è stata Más Madrid. Una piccola formazione che è arrivata attorno al 17% (24 seggi), sorpassando i socialisti (oltre 614 mila voti contro poco più di 610mila del PSOE) con una narrazione molto originale. Ha introdotto nel dibattito pubblico temi fino a quel momento assenti, come la salute mentale o la settimana di lavoro di 32 ore. E, soprattutto, lo ha fatto a voce bassa, allontanandosi sia dai modi che dai contenuti populisti. Más Madrid ha fatto pensare agli elettori di sinistra per un attimo che la politica possa essere utile. Che possa essere bella. Che possa servire a qualcosa. Vediamo se dura.

La sua candidata, Monica Garcia, lavora in un ospedale pubblico, il che ha aiutato a far emergere il suo profilo in una campagna dove la gestione della pandemia è stata onnipresente. Mamma di tre figli, durante il lockdown ha lavorato sia in ospedale che all’assemblea regionale, Monica García ha parlato molto di economia sostenibile e di femminismo. E ha dimostrato quello che la sinistra italiana non ha ancora capito: che la leadership di una donna può essere molto utile in questi tempi.

Más Madrid esiste già al livello nazionale, col nome Más País e i suoi tre deputati. Il suo leader, Iñigo Errrejón, era stato numero due di Pablo Iglesias quando faceva parte di Podemos. Lui è stato il cervello nell’ombra della formazione degli indignados, mandato via per la sua opposizione al giro post comunista di Iglesias. Ieri si è attuata la sua vendetta. Una roba vecchio stile. Un lavoro pulito. Senza neanche dover comparire.

Errejón vuole far diventare Más País una sorta di verdi tedeschi. Concreti, europeisti, per niente populisti e che propongono soluzioni di sviluppo economico ma con una visione molto moderna. Ci riuscirà? Vedremo. Ora sono diventati loro i più pericolosi nemici di Podemos e dei socialisti

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