L’onda lungaI leader globali continuano a muoversi nel campo da gioco disegnato da Trump

L’ex presidente americano ha avuto un ruolo determinante nelle relazioni internazionali, peggiorando i rapporti tra Stati Uniti ed Europa e causando numerose crisi e incomprensioni. Ma, secondo l’Atlantic, il G7 in Cornovaglia si è dovuto occupare della sua eredità, anche se apparentemente non è più un attore rilevante

Phil Noble, Pool via AP

In occasione del primo G7 in presenza e del primo summit Nato a cui ha partecipato il nuovo presidente americano Joe Biden, l’Atlantic ha pubblicato un lungo articolo per spiegare come mai i due incontri internazionali siano stati molto influenzati da Donald Trump.

Secondo il giornalista Tom McTague, che segue il Regno Unito e più in generale i rapporti transatlantici, le premesse della riunione tra i sette “grandi”, Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Giappone, Stati Uniti, Canada, ospitata dal Regno Unito, erano quelle, molto simboliche, di una ripartenza. Economica e sociale, dopo più di un anno di pandemia, ma anche diplomatica, dopo quattro anni di confusione causata dall’Amministrazione repubblicana.

Invece, riflette il giornalista dell’Atlantic, «la realtà era che i leader presenti stavano giocando i loro giochi diplomatici all’interno di un campo disegnato in gran parte dall’ex presidente degli Stati Uniti, non da quello in carica».

E in effetti, se si mettono insieme i dossier più importanti, si nota che sono stati tutti causati o esacerbati da Donald Trump. La frustrazione europea per il protezionismo americano sui vaccini, le interminabili dispute sulla Brexit, il futuro della Nato, le preoccupazioni sulle interferenze della Russia (preludio al bilaterale di Ginevra tra Joe Biden e Vladimir Putin) e infine la Cina, «il grande altro di questo summit». 

D’altronde Angela Merkel ha notato il paradosso in una frase breve ma significativa: «Sentite, l’elezione di Joe Biden come presidente degli Stati Uniti non vuol dire che il mondo non ha più problemi», e non vuol dire che nel campo occidentale esista una sintonia strutturale soltanto interrotta da Trump. Tutt’altro.

I rapporti transatlantici sono ancora molto tesi, soprattutto da parte europea. Bruxelles, Parigi, Berlino, Londra e Roma si chiedono se gli Stati Uniti siano di nuovo affidabili oppure se si trovino tra un’eruzione e l’altra, e se questa presidenza sia in realtà un’eccezione più che la normalità. In questo senso, l’impatto psicologico della presidenza Trump è profondissimo: cosa succede se tra tre anni il tycoon viene eletto di nuovo? O ancora, e peggio, quali saranno le ripercussioni nel caso in cui un’altra persona, magari più abile e determinata, vincesse le elezioni impostando la campagna elettorale e il programma su una piattaforma simile a quella trumpiana?

Tra l’altro, nota McTague, la riunione in Cornovaglia non era un ritrovo di nuovi leader ansiosi di dire la propria sulle vicende globali, ma una riunione di politici esperti e di lungo corso: Joe Biden è un attore rilevante della politica internazionale da decenni come Mario Draghi e Angela Merkel; Boris Johnson, Emmanuel Macron e Justin Trudeau sono ormai una costante della vita politica del loro Paese dalla seconda parte degli anni Dieci. 

Insomma «Il G7 sembrava bloccato da qualche parte tra passato e futuro, tra l’era Trump e il mondo che questi politici sperano di creare».

Soprattutto, il summit, al di là delle tensioni sulla Brexit e sul futuro della distribuzione dei vaccini, si è focalizzato sulla risposta da dare all’espansionismo cinese, vero rompicapo strategico per tutte le forze occidentali e per il Giappone, che per ragioni geografiche è probabilmente la potenza più preoccupata dall’ascesa di Pechino. 

Ora, la gran parte dei leader presenti, negli anni scorsi (Biden e Johnson, in particolare), aveva avuto delle posizioni piuttosto accomodanti nei confronti della Cina. Il presidente americano per esempio, due anni fa, aveva detto di non considerare Stati Uniti e Cina «in competizione»; Boris Johnson, fino al suo arrivo a Downing Street, era un grande sostenitore di rapporti stretti con la Cina, posizione che rifletteva quella più generale dell’establishment britannico. 

Oggi le cose sono molto cambiate: il confronto con la Cina è un dossier su cui la politica americana è tutta d’accordo, tanto che alcuni membri dell’Amministrazione attuale hanno detto apertamente di condividere l’analisi di Donald Trump, secondo cui Pechino è una minaccia. Anche per Johnson il dossier non può più essere affrontato in modo ingenuo, come fatto finora.

Ciò su cui Biden e Trump continuano invece a essere profondamente diversi, scrive l’Atlantic, è sulla filosofia che guida la loro politica estera: «Trump vedeva il mondo in termini di rapporti di forza, non di valori, e voleva che la Russia (che era stata espulsa da quello che era allora il G8 per l’annessione della Crimea) fosse riportata all’interno del club. Biden vede un mondo in cui la democrazia deve essere difesa, e in Cornovaglia è riuscito a orientare il G7 verso questa visione, sostenuto dalla Gran Bretagna e dagli altri Paesi».

Il problema è che sul dossier cinese, il G7 non ha una posizione veramente comune. Se gli Stati Uniti ormai percepiscono la Cina come ostile, gli europei continuano a fare affari con Pechino, e non intendono farsi trascinare in un confronto duro tra le due potenze. Un atteggiamento più volte denunciato da Trump, per tornare al “campo da gioco” citato prima.