Giù la mascherinaLe notti magiche della Nazionale e le tristi giornate della politica italiana

Come 43 anni fa, gli Azzurri del calcio sembrano restituire al Paese una gioia di vivere da tempo dimenticata. I partiti invece ispirano sentimenti opposti: sia le primarie del Partito democratico di Roma che la cena Berlusconi-Salvini per unire il centrodestra sono due fatti politici irrilevanti, seguiti solo dalle solite camarille

LaPresse

Nel giugno del 1978 si disputarono i Mondiali di calcio in Argentina. Erano passate poche settimane da quando in una strada del centro di Roma diventata tristemente famosa, via Caetani, era stato ritrovato il cadavere di Aldo Moro. L’Italia era in crisi come mai lo era stata prima di allora. E la frizzantissima Nazionale azzurra di allora, con il suo bel calcio di tanti giovani campioni, da Paolo Rossi ad Antonio Cabrini, rinfrancò almeno per qualche giorno un popolo disorientato, offeso, impaurito.

Qualcosa di simile per certi versi sta accadendo in questo afoso giugno 2021, all’uscita, anche se non definitiva, dall’incubo più angoscioso degli ultimi decenni chiamato Covid. Anche stavolta, come 43 anni fa, gli azzurri del calcio sembrano restituire al Paese una joie de vivre da tempo dimenticata, facendo balenare il sogno delle famose notti magiche del Mondiale di Italia del ‘90 non solo grazie al bel gioco ma anche a una sapiente narrazione manciniana del divertimento collettivo e dell’umanità dei campioni così come l’abbiamo vista coi nostri occhi l’altro giorno a Villa Borghese, dove Nicolò Barella, Lorenzo Insigne e tutti gli altri giocatori passeggiavano tra due ali di folla.

Queste notti italiane, che lasciano intravedere (speriamo) una bella estate, contrastano con le sciroccose serate della politica – persino il governo Draghi è scivolato pericolosamente sull’ultima fase della campagna vaccinale – nelle quali si accavallano fatti e misfatti sempre simili a loro stessi. Lo ha notato Mattia Feltri su Huffington Post, mettendo insieme le primarie del Partito democratico e il vertice Berlusconi-Salvini e giustamente notando che si tratta di un doppio déjà vu piuttosto stanco e sudaticcio. Ma non si tratta solo del classico eterno ritorno di Nietzsche. Il punto è che sia le primarie di Roma (Bologna è un caso un po’ diverso) che la cena di Arcore sono stati due fatti politici che non hanno cambiato niente, non hanno evocato alcun nuovo racconto, non hanno interessato il popolo vero ma solo i gruppi dirigenti dei partiti per i rispettivi regolamenti di conti.

Già dire che ha vinto la Ditta riporta le lancette dell’orologio a qualche lustro fa. E poi non è nemmeno vero, anche se va sottolineato che il fatto che il Pd romano fosse in grado di allestire 180 gazebo era tutt’altro che scontato ed è una bella prova di vitalità: peccato che non si sia trattato, come scritto altre volte, di primarie vere ma solo di un’incoronazione e per giunta per nulla solenne di Roberto Gualtieri come candidato del Pd e non di una coalizione larga di centrosinistra che nella Capitale non si è stati in grado di costruire. Lasciamo stare le polemiche di un redivivo Ignazio Marino su presunte irregolarità (anche se…), quello che è certo è che bisognerebbe dare una medaglia alle migliaia di persone che sono andate ai gazebo per eleggere un candidato che praticamente correva da solo: ma queste non sono primarie, sono un’altra cosa.

Non si capisce nemmeno se Italia viva sia ammessa nel centrosinistra dalla Ditta. La corsa bolognese è stata vinta, come non poteva non essere, dal dem Matteo Lepore ma il 40% di Isabella Conti cos’è? Non è patrimonio del centrosinistra? E allora perché qualcuno ha in animo di scaricare Italia viva per un accordo con i grillini bolognesi? L’impressione del giorno dopo è quella, un po’ triste, di una rivalsa del Pd nei confronti del sempre più detestato Matteo Renzi, e poco importa se la Conti può rappresentare un valore aggiunto: ha perso – dicono i dem – punto e basta. Anche qui, l’antica boria di partito puzza di ritorno all’antico, le polemiche stuccano, le rivalità si acuiscono. Che noia.

Mentre Giuseppe Conte e Beppe Grillo già litigano su come rianimare un Movimento 5 stelle politicamente in coma, c’è la notte di Arcore, infine. Una lunga cena un po’ d’altri tempi, con il Cavaliere che chiede di arrivare a un partito unico della destra e Salvini che dice alle telecamere che «con Silvio Berlusconi siamo d’accordo su tutto» quando chiaramente non è così perché al massimo si può arrivare a un pasticcetto con mezza Forza Italia che entra nella Lega: sai che gran progetto politico (Mara Carfagna già chiede un Congresso), un mezzuccio buono per reggere l’avanzata di Giorgia Meloni che a fondersi con berlusconiani e salviniani non ci pensa proprio. È una destra che non quaglia, dal punto di vista del progetto politico, anche ammaccata dai rovesci del sovranismo duro e puro (la cattiva performance di Marine Le Pen alle regionali francesi ne è un altro segnale) e incapace per ora di incarnare un soggetto di destra popolare e democratica, tra l’altro tuttora silente sul candidato milanese e un po’ impacciata su quello romano.

Ecco, queste sono le notti magiche della politica italiana. E il bello è che sono tutti felici e contenti, da Giorgia Meloni a Enrico Letta, da Matteo Salvini a Nicola Fratoianni, tutti allegri custodi delle proprie rendite di posizione e sedicenti grandi tattici in vista della partita-clou del Quirinale. Mentre il Paese reale si vaccina, paga le tasse, sfida le insidie del lavoro (quando ce l’ha), si toglie le mascherine e aspetta la prossima partita dei ragazzi di Roberto Mancini. In cerca di notti magiche vere.