C’era una volta la lineaI fenomeni morbosi del Pd, i dubbi di Letta e le troppe cautele dell’ala liberal

Dopo aver declassato Conte da punto di riferimento dei progressisti a un «competitore», il Partito democratico si trova in un guado politico: ha abbandonato la direzione grillina senza averla sostituita con un’altra. Ma Bettini, Provenzano, Orlando, gli ex dalemiani, gli ex boldriniani possono davvero ambire al ruolo modernizzatore che hanno i riformisti in altri Paesi?

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Non cederemo alla tentazione di mettere insieme la censura del Pd bolognese ai democratici che alle primarie cittadine appoggiano Isabella Conti con la sospensione di un mese (una specie di squalifica) del povero segretario del circolo Balduina di Roma per aver apostrofato Goffredo Bettini sui social, né con l’intemerata di Peppe Provenzano, vicesegretario del Pd, contro la nomina di due economisti liberali in una struttura di palazzo Chigi. Non mescoleremo cose diverse per trarne la conclusione che il Nazareno sta andando troppo spesso vicino all’orlo di una crisi di nervi. Guardiamo invece la cosa dal punto di vista politico.

Il punto vero è che il Pd ha abbandonato una precisa linea politica senza averla sostituita con un’altra. Non c’è nessuna «morboso interesse» nel trattare questo argomento, stia tranquillo Goffredo Bettini che così si è espresso in un’intervista al Corriere della Sera. Se proprio vogliamo parlare di morbosità nel senso in cui ne parlava Gramsci si potrebbe dire che la vecchia linea è morta e la nuova stenta a nascere ed è in queste fasi che nascono elementi definiti «fenomeni morbosi» nei quali tutto diventa possibile: ecco, il Pd si trova esattamente in questa situazione. 

Il partito di fatto scaricato quel Giuseppe Conte che fu in tempi recenti il faro, addirittura il possibile federatore delle due forze saldate in un’alleanza strategica e non solo unite da una contingente esigenza di potere, un gigante della nuova politica. Furono usate parole impegnative. Soprattutto proprio da Bettini che in quanto a magniloquenza non è secondo a nessuno, ansioso com’è di fornire appena può una lettura di lungo periodo dei processi politici. 

Pochi mesi dopo il crack di Conte, e forse anche digerita la grottesca interpretazione della convergenza di «interessi anche stranieri», ora Goffredone (come lo chiamano da decenni a Roma) saluta Mario Draghi, cioè quello che dovrebbe essere il terminale di quegli «interessi anche stranieri», con la consueta vena aulica e al tempo stessa un po’ vaga  – «una vera garanzia di tenuta della Repubblica». 

Mentre l’avvocato ex del popolo viene declassato da punto di riferimento dei progressisti a più modestamente «un competitore» cui disputare consensi «al centro» (altra definizione un po’ vaga, e infatti qui Bettini incappa in un pasticcio storico sui cattolici democratici rilevato poi da Stefano Ceccanti).

Ma questo Pd può realmente guardare al centro? Meglio: il Pd di Bettini, Provenzano, Andrea Orlando, degli ex dalemiani, degli ex boldriniani, dei lettiani che evocano Nino Andreatta come fosse stato un socialista di sinistra eccetera eccetera può ambire al ruolo che hanno i riformisti in altri Paesi? Dice Bettini che dietro questa parola c’è di tutto.

Eppure egli sa bene che il riformismo forte è quello che unisce il Paese perché capace, come ha spiegato Donald Sassoon al Riformista, di «introdurre riforme che l’avversario si senta costretto ad accettare»: ed è questo è il riformismo che il governo Draghi sta tentando di avviare sulla base del Piano di resistenza e resilienza che il Pd asseconda ma che non diventa per esso un progetto generale, storico, perché considera Draghi poco più di una parentesi, un’anomalia, una deviazione dal corso normale della Storia.

Il problema è dunque che il Pd è in mezzo al guado fra due linee ed Enrico Letta gestisce il passaggio dando ragione un po’ a tutti e quindi a nessuno. Per il momento la sua leadership non ha una direzione chiara. Ma inevitabilmente, anche se all’ombra di un unanimismo di cartapesta che ha davvero stufato, le contraddizioni maturano: ed ecco dunque che ieri l’attacco di Provenzano alla nomina degli economisti liberali Carlo Stagnaro e Riccardo Puglisi nella struttura economica di palazzo Chigi, certamente concordato se non ispirato dal segretario, non è piaciuto per nulla all’altra vicesegretaria, Irene Tinagli, che nel gruppo dirigente è certamente la più lontana dalla egemone sinistra interna. Tinagli ha protestato duramente, anche se come al solito all’esterno è stata fatta uscire un’immagine ridimensionata del problema causato da Provenzano, bastava leggere ieri Repubblica.

La questione è che nel Pd i vari gruppi hanno sottoscritto una pax lettiana almeno fino alle amministrative di ottobre, e tuttavia i fatti concreti della politica, di cui l’intemerata di Provenzano è solo un esempio, stanno riproponendo il problema di definire la linea con maggiore chiarezza. 

La componente di Base riformista si è fatta sentire giorni fa con un documento critico ma la cosa è caduta nel vuoto, ed è forse arrivato il momento di chiedersi se, a partire dai temi economici, non sia opportuno rendere manifeste le diversità di opinioni: è chiaro che quelle di Irene Tinagli sono molto diverse e non componibili con quelle di Peppe Provenzano. Che le idee di Lorenzo Guerini non sono quelle di Goffredo Bettini. Che quelle di Lia Quartapelle non sono quelle di Francesco Boccia. E via dicendo.

Forse dentro le Agorà di autunno volute da Letta potrà cementarsi una nuova aggregazione interna, chissà. Il tutto dentro un quadro complesso, in movimento, nel quale come detto Giuseppe Conte pare ormai un doroteo dei poveri e LeU un gruppuscolo extraparlamentare, con la famosa foto di Narni è ormai buona al più come segnalibro. Il quadro è cambiato e al Nazareno fermano gli orologi, ma il rischio è che qualcuno o prima o poi suonerà la sveglia, e forse sarà troppo tardi.