Lavoro cooperativoLa solidarietà e l’anima di Haiti nella compilation curata da Jonathan Demme

Il regista di “Philadelphia” è l’ideatore di uno straordinario potpourri di creatività musicale che, ormai più di trent’anni fa, seppe raccontare storia, politica, società dell’isola caraibica attraverso vari artisti. Read&Listen

Konbit in lingua creola haitiana è una forma di lavoro cooperativo, quando le persone abili di una località si aiutano l’un l’altra per preparare i loro campi per i raccolti. Kon bit, lavorare insieme è il senso, quindi, ed è una compilation a cura di Jonathan Demme, grande regista cinematografico scomparso nel 2017: una pioggia di riconoscimenti più l’Oscar per “Il Silenzio degli Innocenti”, autore anche di una serie di film famosi, dall’ironico “Qualcosa di Travolgente” al drammatico “Philadelphia”, al politico “The Manchurian Candidate”.

Con un particolare amore per la musica e per i documentari musicali: ne ha girati diversi con Neil Young ed è lui che insieme a David Byrne ha creato quel gioiellino di “Stop Making Sense”, ricordo imperdibile di quella versione XL dei Talking Heads che quando venne a Roma nel 1980 ci fece vivere una notte di quelle che ti ricordi per tutta la vita.

Nel 1987, durante un viaggio ad Haiti per girare un documentario dopo la caduta del dittatore “Baby Doc” Duvalier, alla vigilia delle elezioni che per il popolo haitiano rappresentavano la speranza di una rinascita politica, economica e culturale, Demme si innamora e si fa evangelista della musica della martoriata isola caraibica.

In realtà, questa è molto più di un insieme energetico e danzabile di brani di sapore tropicale del genere chiamato compas: è perlopiù musica di messaggio sociale e politico, non diversamente da quella di Bob Marley, perché nella poverissima isola – fra Cuba e Portorico, divisa a metà con Santo Domingo – la scolarizzazione è minima, il creolo è la lingua non ufficiale e parlata dalla popolazione più povera, e le canzoni sono il mezzo attraverso cui viaggia in queste fasce sociali l’informazione, la protesta.

Non diversamente da quanto è avvenuto secoli fa fra gli schiavi africani imbarcati a forza e trapiantati nelle Americhe, che attraverso quei canti e dialetti avevano una lingua segreta per poter comunicare fra loro. I loro intermediari con gli dei, o Iwa, si sono fusi sincretamente con quelli cristiani, e sono invocati ancora oggi per protezione.

La storia di Haiti, scoperta durante il primo viaggio di Colombo nel 1492 e denominata La Espanola/Hispaniola, ritorna indietro a questi tempi oscuri dove i conquistadores spagnoli prima sterminarono una buona parte degli indigeni originali Taìno – Haiti in lingua Arawak significa terra dalle alte montagne – attraverso il vaiolo, e poi ripopolarono i campi di lavoro attraverso la tratta degli schiavi dalle ragioni costiere dell’Africa occidentale. Tanto che la percentuale di popolazione di origine africane, o mulatte, frutto di continuo ricambio numerico, raggiunse la quasi totalità degli isolani, e ancora lo è oggi.

Dopo una serie infinite di ribellioni degli schiavi (è stato il primo Paese occidentale in cui la loro rivolta ha portato alla liberazione) e di guerre fra la parte occidentale dell’isola, quella francese, e quella orientale sotto la dominazione spagnola, alla prima venne riconosciuta l’indipendenza definitiva da parte della Francia nel 1826 in cambio di una enorme somma di denaro che ha soffocato qualsiasi crescita economica, ripagata totalmente solo nel 1947. E questo nonostante in quei secoli Haiti fosse la prima produttrice ed esportatrice di canna da zucchero, ed avesse una economia assai florida.

Nonostante l’album sia ormai di oltre trent’anni fa, alcune cose in certi Paesi non cambiano mai, o lo fanno molto lentamente. Haiti rimane poverissima, deforestata e quindi alla mercé delle inondazioni e frane, senza strutture agricole, sistema idrico e di irrigazione misero, senza assistenza medica dignitosa, enormi discrepanze fra città e campagne con i poveri delle zone rurali praticamente senza trasporti, tassi di disoccupazione mostruosi, e metà della popolazione che vive sotto la soglia di indigenza con una media di 2 dollari al mese.

Ci sono molti programmi di supporto, per esempio da parte di Onu, Stati Uniti, Unione europea, ma è stata battuta da uragani, dal terribile terremoto del 2010, e la vita politica non hai mai trovato pace. 62 (!) colpi di Stato dopo l’indipendenza, Governi delle parti contrapposte che sono andati e venuti, e pochi giorni fa l’ennesimo assassinio del Presidente Moise raccontano una storia apparentemente senza soluzioni, più vicina a certi Paesi africani che alle isole sorelle caraibiche, perlopiù luoghi, se non di prosperità, almeno di relativa quiete.

Demme nelle note di copertina scrive: «Sin dal momento del rovesciamento del colonialismo francese nel 1804, il Paese è stato un paria nero, ignorato dai poteri americani ed europei e occupato dai Marines americani dal 1915 al ’34. Oggi, mentre la musica di altri paesi caraibici viene consumata attraverso le frontiere in tutto il mondo, la musica haitiana rimane sconosciuta al di fuori dell’isola, ad eccezione della comunità di esuli haitiani», all’incirca un milione, perlopiù negli Stati Uniti e Canada, fra cui il premio Grammy Wyclef Jean, ex-Fugees.

I brani sono cantati in kreyol, o creolo, un misto di francese e africano che solo recentemente ha raggiunto lo status di lingua nazionale. Una storia di contaminazioni parallela a quella di New Orleans, altra culla della lingua creola, e che ha similarità con altri creoli caraibici, da quello delle francesi Guadaloupe e Martinica, al patois jamaicano (dove però non il francese, ma l’inglese, è la componente).

Chi conosce i suoni dei Caraibi sa della incredibile varietà delle musiche che escono, ognuna diversa, da ogni isoletta: il son cubano, il reggae jamaicano, la salsa e la bomba portoriqueno (in tempi recenti il reggaeton), il merengue o la cadance (calypso-dance) dominicana, lo zouk di Guadaloupe e Martinica, la soca di Trinidad e Tobago, è un carnevale di suoni che può farti ballare per tutta la vita.

Quella di Haiti è il compas, traduzione letterale di beat diretto, o konpa dirèk. Da non confondersi con il merengue dominicano, molto più veloce, per affinità francofona parente stretto dello zouk, il meringue lento da cui origina è una musica da ballo che si definisce verso la fine degli anni ‘50, in cui si mischiano tradizione africana, ritmi voodoo, ed echi di danze francesi, grande enfasi sui fiati.

Nel tempo la sua influenza, uscendo dai saloni da ballo ed entrando nei club e nelle sale da concerto, è arrivata un po’ dovunque, fino alla coladeira di Capo Verde, ma il suo creatore, ufficialmente riconosciuto, è Nemours Jean-Baptiste. Oltre ai fiati incorpora anche la chitarra elettrica in questa musica urbana da ballo, chiamata carrè, ballata in coppia, a volte romanticamente stretti, a volte con enfasi sulle anche.

Non a caso, due brani di Nemours Jean-Baptiste aprono e chiudono “Konbit”. Il primo è “Rit Komesyal”, una sorta di auto-elogio e di dissing, diremmo oggi, dei suoi avversari che vorrebbero imitarlo e superarlo:

«È di lui che ridono, e a cui tirano pietre
Ma smettetela con la gelosia, è vero!
Nemours è come un albero di mango, sempre pieno di frutti
La competizione è una cosa meravigliosa
Spinge le persone a lavorare
Smettetela di fare gossip tutto il giorno e nient’altro
Compas direct commerciale
È quello che lo rende originale
È quello che tutti i gruppi suonano».

Impossibilmente orecchiabile, riff di fiati che vi rimarrà appiccicato, mentre la ascolti non è difficile immaginare un salone da ballo, coppie ben vestite che danzano, un’orchestra sullo sfondo che sorride e suona.

Altrettanto piacevole, più rilassata è la conclusiva “Tchoui no.3”, in cui un lungo assolo di fisarmonica con contro-riff di fiati racconta molto della capacità di Nemours, a sua volta buon sassofonista, di elaborare spartiti di chiamata-e-risposta per la sua sezione fiati.

L’orchestra di Nemours, sorta di padre della patria musicale, unico esempio qui di qualche decade prima, introduce un percorso che ha sicuramente i Neville Brothers, la più grande band contemporanea di New Orleans, al centro del concept di Demme.

Entrambi i loro brani, prodotti e incisi per l’occasione a New Orleans, sono una collaborazione con un’altra band di fratelli, i Freres Parents, gruppo di due fratelli e una sorella che hanno pubblicato una decina di album e son sempre stati in prima linea nella canzone di denuncia. La prima è un brano da quel capolavoro che è “Yellow Moon”: la loro “My Blood” in kreyol diventa “San Nou Ki La” e God diventa, alla Marley, Jah.

Prima le voci alte dei Freres Parents, poi nella seconda parte le voci piene di soul dei Neville. Una preghiera di pace, una invocazione a Dio, «è il mio sangue, laggiù», perché porti aiuto a tutti coloro che discendono da Madre Africa, indipendentemente dalla diaspora, e a tutti i popoli che hanno sofferto e ancora soffrono:

«Jah dai un’occhiata a Madre Africa
Ha sofferto a lungo, ormai
Jah, vieni giù da Madre Africa
Vieni a liberare le persone, adesso.
Jah, ascolta il pianto dei lavoratori di tutto il mondo
Jah, ascolta le grida della povera gente che chiede una vita migliore
Sono i nostri fratelli, qualunque colore abbiano
Mettiamo insieme le nostre teste, siamo un’unica famiglia.
Jah, dai un’occhiata ad Haiti, mantieni forte la gente
Dio, vieni giù ad Haiti, cantiamo per la loro libertà
È il mio sangue laggiù, sulle strade
Vieni a salvarci, sono le mie radici, laggiù
Jah, manda amore all’America
Per ogni uomo, donna e bambino
Manda un po’ di giustizia in America
È il mio sangue, laggiù
Nelle riserve, tutta la nazione indiana, i primi americani
In tutto il mondo, Nicaragua, El Salvador, Belfast Irlanda…».

Ognuna delle canzoni di “Konbit” è stata scelta per dare voce, per evidenziare, i problemi politici, medici, di sopravvivenza di un popolo che non riceve giustizia in terra. I loro testi raccontano di povertà e brutalità, in molti riconosceranno i temi che già tanti, Marley in testa, hanno raccontato nelle loro canzoni. E nella loro varietà di argomenti affrontano quasi con metodo tutti i problemi che hanno nazioni in queste condizioni. Per certi versi sono problemi universali, in altre parti del globo sono stati in parte risolti, qui aspettano da secoli una risoluzione.

Ci sono cose che accomunano coloro che soffrono a ogni latitudine, per esempio la voglia di fuggire, aspirazioni condivise da tutti i migranti che attraversano i mari, cercando una vita migliore. “Libetè”, libertà, della Magnum Band, suona sinistramente come qualcosa che ci è assai familiare, nel Mediterraneo:

«Fortunatamente per me, ho lasciato Haiti da bambino
Non ho mai dovuto prendere un’imbarcazione
Ma quando vedo il modo in cui i miei fratelli soffrono
Il dolore mi fa piangere dentro
Noi siamo il popolo africano, ci stiamo inginocchiando
Per chiedere al Maestro dell’Universo di aiutare i nostri fratelli
Li lasciamo fare, li lasciamo dire
Sapendo che attraverso la Fede saranno liberi
Noi Haitiani che viviamo in libertà dobbiamo unirci e protestare
Pregare il Padre eterno, aprire le nostre Bibbie
Intonare i buoni canti che portano liberazione
Vendono tutto ciò che hanno a casa per cercare una vita migliore
Quando arrivano qui vengono messi in prigione
Chiediamo libertà per i nostri fratelli
Ci sono coloro che non arriveranno mai
Gli squali li mangiano lungo il percorso
Le tempeste li distruggono sulle acque»

Gli Skah Shah in “Men Nimèwo-a”, ecco il numero, parlano della lotteria, del numero fortunato che potrà porre fine a una vita di stenti, la preziosa combinazione dello 0-1 che, non si sa perché, non viene mai trovata da chi ne ha veramente bisogno. I Sakad in “Rebati Kay-la” parlano di ricostruire la propria casa, ormai distrutta e piena di termiti. I D.R Express in “E’ E’ E’” invitano a muoversi, a darsi da fare, «ogni giorno che passa è un giorno che non tornerà/ricordati che non si nasce due volte/ non abbiate rimpianti domani».

Manno Charlemagne (chiamato il Marley haitiano) è un cantastorie, poeta e scrittore che lungo tutta la sua carriera artistica ha rappresentato una voce critica e opposizione alle varie dittature che ha vissuto. Un militante spesso cacciato, picchiato, imprigionato.

Nato nel 1948 alla periferia della capitale Port Au Prince da papà musicista fuggito presto a Miami (e rincontrato quando aveva 37 anni), già a 13 anni vittima dei Tonton Macoutes – la terribile milizia privata di Duvalier – in carcere legge e studia Antonio Gramsci. La sua vita sarà un’alternanza di prigionie e di libertà e poi di esili (in Nord America negli anni ‘80, sotto il regime di Duvalier figlio, Baby Doc), comincia a incidere dischi, influenzato dalle canzoni popolari della sua gioventù. Quando il dittatore cade, più o meno ai tempi del documentario di Demme, torna in patria, crea un gruppo di mizik rasin, musica delle radici, mescolando le influenze del voodoo haitiano, della musica tradizionale e dei generi contemporanei.

Dal punto di vista morale e militante, è la figura più importante dell’isola: «Manno parla a nome dei poveri e degli analfabeti che non riescono a trovare la verità nei libri. Quando canta non usa metafore. Se vede un assassinio, chiama il suo autore un assassino. È un faro per i giovani, un leader della cultura popolare che è alla base della resistenza contro il governo».

Ma i periodi di regime vanno e vengono, collabora col governo del nuovo presidente Aristide, ma quando anche lui decade deve intervenire l’Onu per consentirgli di uscire dall’isola. Alla fine, esule a Miami, diventa una presenza fissa al ristorante Tap Tap nel quartiere South Beach, dove ha inciso i suoi dischi e organizzato dei benefit per le varie sciagure naturali che hanno colpito l’isola, dai frequenti uragani fino al terremoto del 2010.

Qui c’è una sua canzone del 1988, “Ayiti Pa Fore”, Haiti non è una foresta, dolce come una ninna nanna e amara come una metafora che ricorda stranamente la Fattoria degli Animali di Orwell:

«Se Haiti non è una giungla, perché tutti questi animali?
Trovi leoni e tigri, gatti e topi, persino leopardi
Ma quali leopardi?
Un gruppo di uomini mascherati cattivi
Quando ti presenti ti aspetti che io scappi via
Stai indietro, Macoute
Tiri fuori il tuo mitra Uzi, ma io rimango cool
Hai comprato le bombe
Per far esplodere i bambini di Haiti,
Ora i bambini dichiarano, l’insurrezione non è finita!
Il Governo è pieno di Tonton Macoutes
Il Governo è pieno di ladri».

Sanba Yo è il gruppo di una delle guide di Demme per l’isola, Aboudja. Vengono fermati più volte, intimiditi, sorvegliati. È autore di una canzone che, con ritmo trascinante scandito dai tamburi, con sapore tribale sottolinea uno dei problemi maggiori dell’isola, la vaccinazione. Anche qui, come vedete, si compie un collegamento col nostro presente, un altro ciclo e riciclo, facile capire come possa essere drammatica una realtà senza vaccini ora che siamo noi ad averne bisogno.

In Haiti è vaccinata una media di bambini molto inferiore a quella caraibica in generale, e la mortalità infantile ne è la testimonianza. “Vaksine!” è un urlo che invita alla mobilitazione:

«Vaccinate, vaccinate i bambini così che non muoiano!
Buoni figli dell’Africa, delle Società segrete, alzatevi
Vaccinate gli spiriti così che non si arrabbino, è vero!
Cattolici, protestanti, vooduisti
Buoni dottori, infermiere, volontari
Madri, padri, studenti, insegnanti
Impiegati, professionisti, tecnici alzatevi!
Vaccinate i bambini così che non muoiano!».

I Tabou Combo sono uno dei gruppi che hanno ricevuto più attenzione dai media internazionali. Una super band con dinamica pazzesca che ha varcato le frontiere suonando in Europa (i primi caraibici ad avere un #1 in Francia), le Americhe, Africa, Giappone, una sorta di dinastia del compas che dal 1968 si rinnova ad ogni generazione.

Sono in tanti, un’orchestra che ha una potente sezione fiati e che suona un compas con tamburi cerimoniali voodoo, quadriglie di origine europea, soukous centro-africano e funk di derivazione soul: in sintesi, gli “ambasciatori del konpa”, come si definiscono.

“Mario Mario” è la storia di un ragazzo, giovane artista senza nulla ma con un gran talento, dedicata «a tutti coloro che hanno perso la speranza, che non hanno parenti, amici o futuro/ meritano tutti amore e incoraggiamento per farli rimanere forti di fronte alle asperità della vita»:

«Mario è una vittima della società, una società di pregiudizi
Miss Entel ti supporterà sempre, lei ha compassione
I suoi genitori hanno minacciato di cacciarla di casa
Sostenendo che non siete della stessa classe
Quando Mario passa, tutte le ragazze tremano
Way oh way oh, è quello che sta cantando».

Le Mini All Stars, ritmo che rimbalza come gomma, simil-zouk, cantano della continuità delle tradizioni africane degli schiavi, e dei raramen, i percussionisti che accompagnano processioni, parate e danze:

«Nel cuore profondo dell’Africa le navi son venute a riempirsi
Gli schiavi sono stati sbarcati nei Caraibi
Non han portato nulla con sé, tranne i loro canti
Sono i raramen
Da allora il loro status è cambiato, ma non hanno mai smesso di cantare
Ascolta, quando scende la notte, si radunano ovunque ci sia un tamburo
Quando il sole tramonta, andranno per le strade».

E la canzone finisce citando gli innumerevoli raramen che hanno portato il messaggio in giro per il mondo, da Manu Dibango ai Kassav, da Tina Turner a Stevie Wonder, da Bob Marley alla regina, Celia Cruz.

Chiude il viaggio una seconda una collaborazione fra i Neville Brothers i Freres Parents, un funky reggae accompagnato da un video che Demme va a girare nell’isola subito dopo la registrazione, finendo nel mezzo dell’ennesimo colpo di stato: «Dopo alcuni giorni noi americani siamo stati liberi di lasciarci alle spalle quella spaventosa situazione di paura, insicurezza e lotta che definisce lo stile di vita della grande maggioranza degli haitiani, intrappolati nelle vicende tumultuose della loro patria tormentata».

È la title track, scritta dai tre fratelli haitiani, una sintesi di tutto quello che rappresenta questo album, il lavorare insieme per uno scopo:

«Stiamo piantando il grano sulle montagne, il riso in pianura
La vita è una scala, con molti scalini
Siamo noi, la gente che lavora, a stare sul fondo
E sembra che non possiamo salire
È meglio vedere la vita come una torta distribuita senza giustizia
Un piccolo gruppo ne prende una grande fetta, molta gente nulla
Siamo noi che dobbiamo lottare per ribaltare le sedie
Dei pezzi grossi, che si dondolano sulle nostre schiene
È proibito dimenticarsi dei senza tetto,
Che passano le notti amare agli angoli delle strade
Né dimenticarci delle povere donne
Che faticano sotto i cesti che portano per soli 5 penny
Ci dobbiamo porre la domanda:
Perché solo i ricchi hanno un lavoro?
Perché i bambini devono grattarsi in letti pieni di insetti?
Perché non abbiamo acqua per irrigare le montagne?
Perché assassinano coloro che spingono per un cambiamento?
Perché i poveri non possono unirsi?
Perché non vogliono parlare il la lingua della gente nel Governo?
Perché il caffè ha un solo nome sulle confezioni?
Perché danno la Comunione solo la prima domenica del mese?
Hey! Fermati! Fai troppe domande
Mettiti tranquillo mentre cerco una soluzione
Perché la mia bocca perde i suoi denti?
Perché le società segrete sono segrete?
Perché lasciamo che i dittatori ci trattino come zombie?
Perché colui che cresce le arachidi non può mangiarne il burro?
Sono stanco di tutte queste domande
Continua, continua, non possiamo più stare fermi.
Se ci fermiamo adesso non avremo fatto nulla
Se mettiamo insieme le nostre teste, butteremo giù la porta dell’inferno
Rincorreremo Lucifero, riprenderemo controllo delle nostre vite
Scaveremo canali, costruiremo ospedali
Faremo scuole, teatri, faremo fiorire la cultura di Haiti
Il paese è per me, per te, per noi tutti
Dobbiamo lavorare insieme per rendere forte il Paese…».

Nella sua grande musicalità, questo potpourri di musiche haitiane ha ovviamente un secondo livello: musica utile, come la chiama il mio amico Eugenio Finardi, musica che da una parte serve, come tanta creatività musicale, ad esprimersi, liberarsi. Ma che, dall’altra parte, serve a testimoniare ciò che succede, a volte da noi, a volte in luoghi di cui – se non ci fosse la musica – magari non avremmo mai sentito parlare.

Ed è questa la qualità e la nobiltà di questa operazione di Jonathan Demme, un regista che sapeva portare le macchine da presa e il suo occhio in luoghi dove c’era un’altra storia da raccontare.