I romanzi, le guerre, i bicchieriHemingway, una vita di avventure tra un daiquiri e un mojito

I cocktail, il whisky, la grappa, il buon vino: a 60 dalla morte del grande scrittore, il modo migliore per celebrare il suo amore per la vita è con un brindisi

Foto appartenente alla Florida Keys--Public Libraries

Era un ragazzo del ’99. Come i nostri. Quelli che si trovarono a combattere sulle rive del Piave poco più che diciottenni. Ernest Hemingway era nato il 21 luglio 1899 in un sobborgo di Chicago e il 2 luglio di 60 anni fa mise fine alla sua vita con un colpo di fucile esploso nel silenzio di una domenica mattina.

Era la chiusura di una vita appassionata e romanzesca. Era la fine di quello che veniva considerato il più grande, sicuramente il più famoso scrittore americano. “Papa” (era il suo soprannome) amava la vita in tutte le sue manifestazioni: dalle passioni politiche e letterarie alla musica, dalla caccia grossa alla pesca di altura, dalla cucina al buon bere. E che bevesse molto non era un mistero per nessuno. Né lui tentava di nasconderlo. «Bevo – aveva scritto al critico russo Ivan Kashkin – da quando avevo quindici anni e poche cose mi hanno dato più piacere. Quando lavori duro tutto il giorno con la testa e sai che il giorno dopo devi lavorare ancora, cos’altro può cambiare le tue idee e indirizzarle su un altro piano se non il whisky? Quando hai freddo e sei zuppo, cosa può riscaldarti? Prima di un attacco chi può indicare una cosa capace di darti il momentaneo benessere che ti dà il rum?».

Impossibile elencare tutte le bevande alcooliche citate nei suoi libri e verosimilmente consumate da Hemingway. Dal vino («Uno dei maggiori segni di civiltà nel mondo») al whisky («Mai rimandare di baciare una bella ragazza o di aprire una bottiglia di whisky»), dal brandy alla sangria, assaporata nei lunghi soggiorni in Spagna. Ma il suo nome resta legato in modo particolare ai cocktail, di cui era un quotidiano consumatore e un grande intenditore. «Mi mojito en La Bodeguita. Mi daiquiri en El Floridita» ormai è più o meno una frase storica e sta ad indicare due cocktail e due locali de L’Avana: i preferiti da Hemingway. Che era capace di apprezzarli, ma anche di criticarli e di correggerli. Come nel caso del daiquiri. I suoi biografi raccontano che durante la permanenza a Cuba “Papa” provò il cocktail di punta del Floridita, il Floridita Daiquiri, e disse: «È buono, ma lo preferisco senza zucchero e con rum doppio». Detto fatto, il “maestro” Constantino Ribalaigua che stava al di là del bancone creò per lui un nuovo cocktail che oggi è noto come Hemingway Daiquiri o Papa Doble e che successivamente, con l’aggiunta di succo di pompelmo, divenne l’Hemingway Special.

Ernest Hemingway con Arnoldo Mondadori Meina 1948

Ma lo scrittore, ovviamente, non si fermava qui. Fra i cocktail più apprezzati (e consumati) da Hemingway ci sono anche il Gibson (una variante del Martini, che “Papa” voleva secchissimo, quasi tutto gin, ma guarnito con cipolle ghiacciate), il Bloody Mary («Se ti viene forte, aggiungi un po’ di pomodoro; se manca di carattere, aggiungi un po’ di vodka, ma di qualità») e il Death in the Afternoon, a base di Champagne, che amava tanto da considerarlo «uno degli investimenti migliori, avendo soldi a disposizione». In pratica una coppa di Champagne con un goccio di assenzio.

Dunque gli States, Cuba, la Spagna, l’Africa, la Francia: ma nella sconfinata geografia della sua vita c’è un posto di primo piano anche per l’Italia, che segna l’inizio della sua avventura. All’ingresso degli Stati Uniti nella Grande Guerra Hemingway si presentò come volontario per combattere in Europa. Nel giugno del ’18 si trovò sul fronte italo-austriaco, fianco a fianco con gli altri ragazzi del ’99. Per un problema alla vista era stato scartato dai reparti combattenti e arruolato nella Croce Rossa come autista di ambulanza. In servizio prima a Vicenza, poi a Schio e a Gorizia, chiese di essere avvicinato al fronte e fu mandato a Fossalta di Piave come assistente di trincea. Aveva il compito di distribuire generi di conforto ai soldati, raggiungendo la prima linea in bicicletta. Nella notte tra l’8 e il 9 luglio, nel pieno delle sue mansioni, venne colpito dalle schegge di una bombarda austriaca. Cercò di mettere in salvo i feriti ma, mentre stava recandosi al posto di medicazione con un ferito in spalla, fu colpito, gravemente, alla gamba destra. Da lì la Medaglia d’Argento al Valor Militare del Regno d’Italia e il ricovero a Milano, all’Ospedale Maggiore (negli edifici che oggi ospitano l’Università Statale) dove chiedeva agli amici di portargli del vermouth, che beveva di nascosto e che rimase una delle sue passioni. Proprio come il protagonista di “Addio alle armi”, che chiedeva al portiere di procurargli una bottiglia di vermouth, un fiasco di Chianti e i giornali della sera.

Ernest Hemingway, Paris, circa 1924. Photograph in the Ernest Hemingway Photograph Collection, John Fitzgerald Kennedy Library, Boston.

Il resto non è storicamente provato, ma anche troppo facile da immaginare. In quei mesi fra Veneto e Friuli, il giovane Hemingway (per sua ammissione aveva cominciato a bere a 15 anni) avrà sicuramente fatto conoscenza con la classica “ombra de vin”, magari tagliata proprio con il vermouth (primo passo verso lo spritz). E altrettanto sicuramente avrà conosciuto la grappa. A 18 anni si era salvato soltanto perché lo sfortunato ragazzo che portava in spalla (Fedele Temperini, 26 anni, da Montalcino) gli aveva fatto da scudo umano. A 18 anni aveva visto la morte in faccia e, come tutti i soldati, l’avrà affrontata anche con l’aiuto di qualche sorso di sgnapa.