Offerta modernaQuest’anno Roma è diventata la capitale dell’arte contemporanea

Nel 2021 non c’è una piazza artistica così attiva in Italia come quella romana. Sebastiao Salgado, l’antologica di Aldo Rossi, e in particolare la mostra “Archeology Now” nelle sale della Galleria Borghese di Damien Hirst sono tra gli appuntamenti imperdibili. Mentre sul versante italiano spicca l’esposizione (difficile da inquadrare) di Nico Vascellari alla Fondazione Nicola Del Roscio

Potrebbe tranquillamente farne a meno, vista la straordinaria offerta “classica” per cui è considerata la città più bella del mondo. E invece Roma, in quest’ultima anomala stagione con il ritorno dei primi turisti stranieri e l’abbandono dei locali per altri lidi («sono tutti in vacanza – dicono i taxisti- e non trovi un posto al mare già dai primi di luglio»), sembra proprio la capitale dell’arte contemporanea, per una serie di incroci e coincidenze o forse il bisogno di darsi finalmente un’identità attuale che attragga gli appassionati non solo per il Colosseo, i Fori, le piazze e le fontane.

Non ha una fiera da anni, il che sembra una conditio sine qua non per dirsi veramente internazionale, eppure tra musei, fondazioni, gallerie e spazi alternativi, l’offerta non trova eguali in Italia nel 2021. Finita la “neverending” Quadriennale dopo quasi un anno di apro e chiudo, gran merito del cambio di passo è del Maxxi che sembra avere definitivamente trovato l’equilibrio tra mostre popolari e di nicchia.

In questi giorni va in scena l’antipasto di Sebastiao Salgado, che in ottobre presenterà il nuovo ciclo Amazonia accompagnato dalla musica elettronico-ambientale di Jean Michel Jarre. Continuano la riscoperta di Casa Balla e l’antologica di Aldo Rossi, l’architetto del postmoderno. Con la nuova direzione di Luca Lo Pinto, il Macro vira nella direzione del super-contemporaneo. Strategia corretta che non si sovrappone all’attività degli altri musei e si concentra sulla sperimentazione anche se difficile e talora ostica.


Si sta parlando molto della mostra di
Archeology Now, la mostra con cui Damien Hirst ha “occupato” le sale della Galleria Borghese, dividendo la critica. C’è chi lo ha accusato di aver riutilizzato gli avanzi di Venezia, dove nel 2017 allestì il suo capolavoro tra Palazzo Grassi e Punta della Dogana, e chi sottolinea che per sostenere il confronto con Bernini, Caravaggio, Canova e Tiziano ci vogliono attributi di ferro e uno spropositato senso di sé.

La visita sgombra il campo dal possibile equivoco: questa non è una “second venue”, ma un’esposizione completamente diversa. Mentre a Venezia Hirst aveva impostato il racconto come una colossale fake new, per non dire una burla di chi non si dimentica mai di essere cresciuto nell’estetica punk, a Roma eccolo aspirare alla propria museificazione nel tempio della classicità, convinto non solo di poter coesistere in mezzo agli infiniti capolavori dell’arte italiana, ma anche di riuscire a giocare sull’equivoco che un visitatore non particolarmente accorto potrebbe non avvertire, ovvero non distinguere di primo impatto le sue opere da quelle della collezione.

D’altra parte stiamo parlando del più importante artista dei nostri tempi, iperproduttivo come Andy Warhol ma quasi mai ripetitivo, talento pressoché inarrivabile per i suoi colleghi. Hirst ha scelto uno scrigno della Grande Bellezza, ci è entrato perfettamente consapevole di ciò che sarebbe andato a fare e per chiudere il cerchio ha proposto altre opere, nella sede romana di Gagosian in via Crispi. Da stucchi, decorazioni e sovraffollamento, bisognava riportare il prodotto all’asetticità del cubo bianco contemporaneo.

Immaginiamo che le sculture sopravvissute al naufragio di Treasures from the Wreck of the Unbelievable siano state restaurate, pulite e immesse sul mercato internazionale, ovvero la loro destinazione finale. Senza distrazioni per l’occhio ci concentriamo sui dettagli dei marmi candidi, dei graniti venati e l’ambiguità, lo spostamento continuo tra alto e basso, tra statue greche, Pippo e Topolino, ricordano il kitsch programmato di Jeff Koons negli anni ’80.

Già: e gli artisti italiani? La nostra arte come sta? Per una risposta possibile basta suonare il campanello del portone fianco a Gagosian, scendere una rampa di scale, introdurci in uno spazio industriale dallo stile brutalista che sembra stonare rispetto al candore del vicino di casa ma che ribadisce l’idea di arte come contraddizione continua.

Lì c’è la sede della Fondazione Nicola Del Roscio, che fu assistente e compagno del pittore Cy Twombly, spazio no-profit nato valorizzare quegli artisti “mid career” che, come spiega il direttore artistico Pier Paolo Pancotto, meriterebbero più attenzione e la definitiva consacrazione museale. Aperta come tutti a singhiozzo, la Fondazione ora ospita Nico Vascellari, inquieto talento tra musica, performance, alternative, difficile da inquadrare in una tendenza precisa. Una mostra tosta e inquieta, che merita una visita, dopo la grandeur del geniale Damien. L’arte italiana c’è e batte un colpo.  

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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