Contro correntePolonia e Ungheria non hanno un destino illiberale, possono ridiventare delle democrazie

La Commissione europea ha avviato la procedura di infrazione contro Varsavia e Budapest per violazione del principio di non-discriminazione. L’Unione non può accettare che i due Paesi escano dalla famiglia europea: possono e devono rientrare nei confini dello Stato di diritto

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La Commissione europea ha avviato in questi giorni la prima fase della procedura di infrazione al diritto europeo contro i governi polacco e ungherese, in entrambi i casi per violazione del principio di non-discriminazione. Bruxelles si muove dunque a difesa della libertà dell’orientamento sessuale sancita sia nell’art. 19 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che nell’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali oltre che nella Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali del Consiglio d’Europa di cui Polonia e Ungheria sono membri.

Se i governi polacco e ungherese non daranno delle risposte conformi al diritto europeo, la Commissione può rivolgersi alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, e il ricorso della Commissione può essere sostenuto ad adiuvandum da qualunque Stato membro.

Tenuto conto delle precedenti decisioni della Corte è certo che, di fronte all’eventuale rifiuto dei governi polacco e ungherese di conformarsi al diritto europeo, i giudici di Lussemburgo emetteranno una sentenza nella quale quei governi saranno condannati a pagare una multa, ma non possono imporre a quei governi l’annullamento delle leggi che contrastano con il diritto europeo.

Un giudice polacco o un giudice ungherese possono invece chiedere alla Corte di interpretare il diritto europeo in relazione ad una legge nazionale e disapplicare quella legge in casi specifici se la Corte la consideri non conforme al diritto europeo.

Sappiamo tuttavia che è crescente l’influenza dei governi ungherese e polacco sui giudici ed anche sulle Corti costituzionali di quei Paesi e che saranno sempre meno i giudici nazionali pronti a rivolgersi ai giudici di Lussemburgo.

Come sappiamo, la Commissione può (e deve) seguire ora anche la via della sospensione dell’erogazione dei fondi europei alla Polonia e all’Ungheria – ivi compreso il Ngeu – applicando le regole sulla condizionalità introdotte nello scorso dicembre e legate al rispetto dello stato di diritto d cui il principio di non-discriminazione è parte essenziale.

La via della sospensione dei diritti della Polonia e dell’Ungheria in applicazione dell’art. 7 del Trattato sull’Unione europea è invece sbarrata dal fatto che il Consiglio europeo può constatare l’esistenza della violazione dello Stato di diritto solo con una decisione unanime lasciando così al governo polacco il potere di bloccare la decisione contro l’Ungheria e al governo ungherese il potere di bloccare la decisione contro la Polonia.

Il complicato sistema europeo, che esclude fra l’altro la possibilità di sospendere la partecipazione di uno Stato all’Unione al contrario degli statuti del Consiglio d’Europa e delle Nazioni Unite e di quel che proponeva il progetto Spinelli nel 1984, non impedisce dunque che un governo – disponendo delle maggioranze necessarie in parlamento – avvii il proprio Paese sulla strada dell’ossimoro di una “democrazia illiberale” come è stato definito dal premier Viktor Orbán il sistema ungherese.

Noi riteniamo che, contrariamente a quel che è avvenuto nel 2016 quando gli europei (partiti europei, Commissione e Parlamento, Comitato delle Regioni e Comitato Economico e Sociale, sindacati e imprenditori europei, reti della società civile, mondo della cultura e della scienza, mondo della comunicazione con particolare riferimento alla disinformazione che ha contraddistinto la campagna referendaria) hanno lasciato i britannici da soli a decidere il loro destino nell’Unione europea nel referendum del 23 giugno sulla Brexit o sul Remain, l’intera Unione europea non può accettare che la Polonia e l’Ungheria si avviino o siano costrette ad avviarsi sulla strada dell’uscita dalla famiglia europea.

Ricordiamoci che nel 2003 il 77,45 % degli ungheresi e l’83,76% dei polacchi votarono a favore dell’adesione dei loro Paesi all’Unione europea e che importanti città della Polonia e dell’Ungheria hanno eletto sindaci che appartengono a forze politiche e a maggioranze all’opposizione dei governi nazionali.

Monitoriamo le idee, i commenti, le condivisioni e gli eventi polacchi e ungheresi iscritti sulla piattaforma digitale della Conferenza sul futuro dell’Europa per verificare quanti di essi appartengono alla Polonia europea e all’Ungheria europea che uscirono dal voto referendario del 2003 e quanti di essi sono ispirati dai governi attualmente e provvisoriamente al potere.

Usiamo lo strumento della Conferenza sul futuro dell’Europa per discutere con i polacchi e con gli ungheresi sul loro e sul nostro futuro nella casa comune europea.

La via della democrazia liberale a Budapest e a Varsavia non può essere (solo) giudiziaria ma deve essere essenzialmente politica per sostenere, come europei, la Polonia e l’Ungheria europee.

È un nostro diritto ma è anche un nostro dovere!