La parola ai cittadiniLa Conferenza sul futuro dell’Europa parla (soprattutto) italiano

Un quinto dei delegati selezionati nei due Citizens’ Panel proviene dal nostro Paese, che è finora il più rappresentato. Ma Pier Virgilio Dastoli, presidente del Movimento europeo, mette in guardia contro il rischio d’inconcludenza

LaPresse

Il paragone forse è un po’ forzato, ma sicuramente suggestivo: il Kleroterion, lo strumento utilizzato ad Atene nel V secolo a.C. per assegnare casualmente ai cittadini le cariche del sistema democratico. A ricordarlo sono i moderatori della Conferenza sul Futuro dell’Europa, al momento di estrarre a sorte i nomi dei venti delegati che avranno il compito di rappresentare i cittadini di fronte alle istituzioni dell’Unione europea.

La dinamica si ripete in ognuno dei quattro Citizens’ Panel, gli incontri formati da 200 cittadini, a loro volta selezionati a caso in tutta l’Ue. Chi di loro vuole farlo, può candidarsi inserendo un biglietto in una delle sei urne, che sono divise per sesso ed età. Dall’estrazione devono uscire venti nomi, equamente distribuiti tra uomini e donne: otto dei prescelti devono avere meno di 25 anni, sei tra i 25 e i 45, sei oltre i 45. 

Ogni tanto capita qualche svista e forse qualcuno ha messo il proprio nome al posto sbagliato: quando dall’urna delle giovani donne viene pescato un cipriota vistosamente over 45, a molti dei presenti nell’emiciclo del parlamento Strasburgo scappa una risata. Dopo qualche tentennamento, però, il processo si completa. Si guardano l’un l’altro con un misto di sorpresa ed entusiasmo i venti prescelti del secondo incontro dei cittadini, riguardante valori, diritti, Stato di Diritto, democrazia e sicurezza. Per tre giorni hanno dibattuto questi temi insieme agli altri partecipanti, ora dovranno presentare le istanze emerse ai rappresentanti della politica europea. Il 22 e 23 ottobre torneranno infatti in questa sala di Strasburgo, ma questa volta avranno davanti commissari europei, ministri dei 27 Paesi Ue, parlamentari nazionali e comunitari. 

«Ero sicuro di essere estratto, me lo sentivo», dice a Linkiesta Paolo Barone, 23enne di Cosenza, impiegato in una società di recupero crediti. Nonostante lo scarso preavviso, si è imbarcato su un aereo (con vari cambi) ed è molto contento di essere qui. «Mi sento emozionato e fortunato, per me è un onore fare parte di questo progetto». Uguaglianza, democrazia e opportunità per i giovani sono i temi che più gli stanno a cuore: spiega che se ne è parlato a lungo nei sottogruppi del panel e non nasconde il rischio di trovarsi in soggezione quando ne riferirà davanti a politici di lungo corso. 

Paolo non è l’unico italiano fra i prescelti, anzi. Sono quattro su venti, stessa cifra del primo incontro dei cittadini, quello svoltosi a Strasburgo il week-end precedente e dedicato a economia, giustizia sociale, occupazione/istruzione, gioventù, cultura, sport e trasformazione digitale. Al momento l’Italia è il Paese più rappresentato nella delegazione della cittadinanza europea, con un quinto dei seggi. Agli italiani non manca certo l’iniziativa e il coraggio di candidarsi per il ruolo di delegato, come dimostra il gruppo di connazionali che siede nelle ultime file della plenaria al momento dell’estrazione: tutti in trepidante attesa perché i loro nomi sono nell’urna. 

Alla fine tocca a Chiara Alicandro, 31enne di Minturno, in provincia di Latina. Vorrebbe altre esperienze inclusive, simili a quella che sta vivendo, e una migliore informazione riguardo i temi comunitari su mass-media e social network. «Per la prima volta mi sento parte di questa Unione europea. Abbiamo parlato di democrazia, ma fino a che punto riesce a essere democratica l’Ue? Riesce a coinvolgere realmente? Per ora, in Italia, io penso di no». 

«Ho deciso di accettare perché è un’esperienza unica per i giovani come me», spiega invece Martina Brambilla, studente al terzo anno di Scienze della comunicazione a Milano. Sgrana gli occhi quando scopre che il magnifico edificio dove si trova rimane spesso vuoto e che le attività del Parlamento europeo si dividono tra la sede di Strasburgo e quella di Bruxelles. «Ciò che mi preme di più discutere è il tema dell’educazione: vorrei ci fosse in Italia una formazione più europea». Nel suo gruppo di lavoro ha proposto l’inserimento nel curriculum scolastico di materie che possano avvicinare i giovani all’Ue, un’idea che potrebbe fare breccia anche tra i politici di professione. Come molti altri coetanei, Martina è rimasta positivamente colpita dai metodi di lavoro, dal clima creato nei sottogruppi, dal dialogo continuo e dall’arricchimento culturale di questi giorni europei. «Tutti possono prendere parola e dire quali elementi vorrebbero includere nel dibattito. Sono entusiasta del livello di partecipazione».

Molto lusingata dal suo nuovo ruolo è anche Valentina Balzani, mamma di due bambine che arriva dalla provincia di Modena e si occupa di social media. «Spero di mettere a fuoco le idee che emergeranno e di saperle comunicare nella maniera più efficace». Il lavoro nel suo gruppo, racconta, è stato proficuo e rispettoso. Valentina ha le idee molto chiare anche sugli argomenti prioritari per il futuro dell’Europa. «La parità di genere e i diritti delle minoranze sono i temi che più mi stanno a cuore, a cui aggiungerei la sicurezza all’interno dell’Ue». 

L’auspicio di tutti i delegati, come anche degli altri partecipanti, è che le sessioni plenarie producano poi proposte concrete a partire dal confronto dei Citizens’ Panel. «Ma il Consiglio è ostile all’idea della Conferenza come luogo dove si prendono le decisioni», afferma a Linkiesta Pier Virgilio Dastoli. Il presidente del Movimento europeo guarda con grande interesse, ma anche con realismo, a quanto emerge da questo processo di democrazia inclusiva. Secondo Dastoli è necessario un momento di dibattito complessivo in cui tirare le somme: al momento però il calendario ufficiale prevede cinque sessioni plenarie, nessuna delle quali è identificata come «atto conclusivo». 

L’appuntamento finale è invece un evento dei cittadini, calendarizzato a fine aprile. Più un momento di feedback e di saluti che un’assemblea deliberativa. «Il Consiglio insisterà per prendere le decisioni secondo il “principio del consenso”», afferma il presidente del Movimento europeo. Così facendo, su ogni singolo punto dovrebbero essere d’accordo i tre presidenti che compongono il board della Conferenza: il deputato Guy Verhofstadt per il Parlamento, la Commissaria per la Democrazia Dubravka Šuica per la Commissione, e il ministro degli Affari europei del Paese che detiene la presidenza di turno del Consiglio Ue (nella primavera 2022 sarà la Francia).

«Se invece si decidesse durante la plenaria, dovrebbe valere il principio della maggioranza e i rappresentanti degli Stati membri potrebbero essere sopraffatti», spiega Dastoli, che ipotizza anche la possibilità di rinviare la fine dell’evento. L’ultima plenaria cadrebbe infatti proprio a ridosso delle elezioni francesi, mentre in Germania il governo sarebbe o appena nato oppure ancora in corso di formazione. I Paesi europei potrebbero dunque essere improntati alla massima cautela ed evitare di dare seguito a istanze ritenute troppo innovative.

Anche sulla maniera di trasformare in misure reali le volontà emerse restano parecchi dubbi. Nell’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è stata molto netta, promettendo «seguito immediato alle decisioni prese dalla Conferenza».

La realtà però potrebbe essere più sfumata. Nel regolamento della Conferenza si legge che il Comitato esecutivo, formato dai rappresentanti delle tre istituzioni, redigerà una relazione finale in collaborazione con la plenaria (quindi con i cittadini). A seguito di ciò, Consiglio, Commissione e Parlamento  «esamineranno rapidamente come dare un seguito efficace a tale relazione, ciascuna nell’ambito delle proprie competenze e conformemente ai trattati». Se la relazione finale sarà pubblicata sulla piattaforma multilingue della Conferenza, le decisioni effettive saranno comunque prese a porte chiuse, con il rischio di ignorare o aggirare quello che i cittadini europei hanno chiesto. Come spiega Pier Virgilio Dastoli, senza una traduzione in proposte concrete, i discorsi sviluppati durante i vari appuntamenti resterebbero lettera morta: l’intera Conferenza sul Futuro dell’Europa sarebbe così un magari lungo e partecipato, ma comunque inconcludente, brainstorming.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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