Non solo Ashraf GhaniL’Europa non dà abbastanza opportunità agli immigrati molto qualificati

La storia dell’ex ministro afghano che ha conseguito due master in comunicazione e ingegneria elettronica a Oxford ma oggi fa il rider in Germania sembra assurda, ma fotografa una realtà più ampia, fatta di lavoratori di livello elevato che i paesi di destinazione non sanno sfruttare appieno

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La crisi afghana ha evidenziato le vulnerabilità del sistema di accoglienza occidentale. Decine di migliaia di cittadini in fuga sono stati lasciati all’aeroporto di Kabul, mentre l’ultimo aereo americano lasciava il paese al termine di un’operazione militare durata vent’anni in cui le perdite sono state di gran lunga maggiori rispetto ai benefici. Tutto ciò che manca nel percorso di integrazione dei paesi europei non nasce ora, ma ha radici profondissime, come testimoniato dalla storia di Syed Ahmad Shah Saadat. L’uomo, ex ministro delle telecomunicazioni nel governo afghano presieduto da Ashraf Ghani, si è dimesso nel 2020 ed è emigrato in Germania, a Lipsia per la precisione. 

La particolarità di questa storia è l’evoluzione della sua vita: Saadat, che ha conseguito anche due master in comunicazione e ingegneria elettronica a Oxford, ora fa il rider per una società di food delivery. Una vicenda incredibile: l’uomo, che nelle ultime settimane è stato rincorso dalle tv e dai giornali di mezzo mondo, ha dichiarato di aver fatto la scelta giusta, perché l’alternativa era cedere alla corruzione che ha minato alle basi il già fragilissimo governo di Ghani, favorendo l’avanzata dei talebani.

Quello della sotto-occupazione è un problema reale in Europa, che raggiunge numeri preoccupanti in Italia: si stima, sulla base dei dati dell’International Migration Outlook dell’OCSE, che in UE gli immigrati che occupano posti di lavoro di livello inferiore rispetto alle loro qualifiche reali siano il 10% in più degli autoctoni. Nel nostro paese la percentuale sfiora il 40%. In totale, gli immigrati con diploma di terzo livello (Diploma di laurea, Master, Dottorato di ricerca) sono quasi un terzo del totale nei paesi dell’OCSE. La causa di questo fenomeno è da trovare nella necessità dei lavoratori stranieri di trovare lavoro in tempi brevi, accettando anche salari inferiori e condizioni sfavorevoli. Non tenendo conto delle donne e degli uomini che lavorano in nero, costretti spesso a una vera e propria schiavitù per una paga misera. Inoltre, un immigrato ha difficoltà sia nell’accesso ai sussidi di disoccupazione, sia nel riconoscimento dei titoli di studio o nel proseguimento del percorso accademico. 

Quello del titolo di studio è comunque un problema tutto italiano: in UE solo la Romania ha una percentuale di laureati inferiore alla nostra (21,1% contro 24,5%, anche se la Romania è il primo paese per residenti non Ue laureati). Questo dato, incrociato con quello sulla percentuale di extracomunitari laureati che vivono nel paese (13,4% del totale in Italia, 29,6% media europea) disegna il quadro di un paese non attraente e in generale di un continente che sottovaluta la formazione scolastica e il know-how di chi emigra.

Il dossier immigrazione ISTAT, realizzato nel 2017, raccontava questa tendenza con ancor più precisione: gli immigrati sono il 10,5% dei lavoratori totali in Italia, con un tasso di occupazione del 59,5% rispetto al 57% degli italiani. I sovra-istruiti sono il 27,4%, mentre i sotto-occupati il 9,6%, contro il 3,9% degli italiani.

Questa è una criticità che spiega anche perché i tanti profughi che oggi tentano di fuggire da Kabul non hanno l’Europa come meta preferita, ma la Turchia, paese dove la comunità afghana è ben integrata, nonostante i tentativi di espulsione da parte di Erdogan. 

La storia dell’ex ministro afghano deve far riflettere, ma non stupisce granché. Basti pensare che Paul Rusesabagina, l’eroe interpretato da Don Cheadle nel film Hotel Rwanda, che nel 1994 salvò la vita a 1200 Hutu e Tutsi, ospitandoli sotto falso nome nell’albergo che dirigeva, appena arrivato in Belgio iniziò a lavorare come autista di taxi, per poi diventare proprietario di una società di autotrasporti. Attualmente è stato rimpatriato in Rwanda, dove è sotto processo per terrorismo, dopo aver dichiarato che il governo di Paul Kagame, prevalentemente Tutsi, si sta vendicando delle violenze subite negli anni 90, uccidendo decine di Hutu. La sentenza dovrebbe arrivare a giorni.

In definitiva, la crisi pandemica ha costretto tanti cittadini, nativi o immigrati, ad adattarsi a condizioni difficili, poiché sono stati persi molti posti di lavoro, ma ha solo acuito un problema che esiste da millenni in Europa: era cosa ovvia che i generali fatti prigionieri dai romani diventassero schiavi, servi nelle case dei nobili, o che venissero usati come carne da macello nelle arene. L’etnocentrismo viene studiato da secoli: fu il polacco Ludwig Gumplowicz a spiegare che di solito un gruppo è tendenzialmente portato a ritenersi superiore a tutti gli altri e a valutare questi ultimi solo in base ai criteri con cui descrivono loro stessi.

Spesso si dà un’immagine semplicistica e distorta dei paesi lontani, o in generale delle società più semplici, bollate come sottosviluppate perché non rispondono a canoni della società capitalista occidentale quali l’alfabetizzazione, il tasso di produzione industriale, la natalità o la mortalità. 

Se un popolo pensa che un altro sia meno sviluppato è poi naturale conseguenza che chi emigra venga sottovalutato e che la sua formazione scolastica o accademica non sia ritenuta, erroneamente, all’altezza degli standard richiesti. In questo panorama, può capitare che, purtroppo, un ministro delle telecomunicazioni vada a vivere in Germania e diventi un rider. Anche se il ministro in questione rivendica la sua scelta: quella di essere fuggito da una polveriera poco prima dell’esplosione. Perché nella battaglia tra pizza e talebani, la pizza vince quasi sempre.

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